Torah

 

Torah e interpretazione

 di Alfredo Caro

 

Nella Torah non si afferra immediatamente la Parola: occorre la mediazione dell’interpretazione. E la si afferra ancor meglio quando essa fu scritta di quanto lo sarebbe stata se fosse rimasta orale; infatti scritta si può meglio ricordare perché si può incidere nella nostra memoria; rimasta orale sarebbe stata più facile obliarla. Dunque essa fu scritta; anche se, per secoli, era rimasta anche una tradizione-commento orale, che, con la dispersione che durò per secoli, fu scritta pur essa, Misnah, e commentata,Talmùd.

Nella Torah, sia quella scritta che quella orale, non si conosce direttamente la Parola, non si estrae da essa la sua verità, ma in essa, pur sorta in diversi tempi, si trova - si ritrova, dicono i commentatori  ciò che nel proprio tempo, particolarmente concentrato in alcuni secoli, gli interpreti hanno voluto immettere (anche se gli interpreti affermarono l’opposto: coi loro studi essi dissero che le interpretazioni possedevano diversi strati, sempre più profondi, meglio definiti, ma mai definitivi: il senso interpretativo, temporalmente inesauribile, venne proiettato sul testo, che assunse quello di infinità).

Alcune interpretazioni hanno fatto la nostra cultura più di altre; hanno avuto maggiore durata, sono state maggiormente ricordate e trasmesse; altre obliate e dimenticate: la memoria è sempre selettiva. Fra le prime sono rimaste le grandi memorie culturali: le interpretazioni talmudiche, quelle kabbalistiche, quelle chassidiche.

Queste hanno inciso, pur sorte nei loro tempi diversi, anche in tempi prolungati e più distanti da quelli nei quali ebbero vita. Cioè quei tempi non hanno fatto il loro tempo, ma durarono, lasciando un’impronta, maggiore o minore, anche nei tempi di epoche successive. Non sono tempi passati: sono ancora presenti, cioè sono maggiormente ricordati.

L’halakhah ha avuto, con la letteratura rabbinica che la andò formando, la funzione di privilegiare, attraverso le sue norme, questo tempo del ricordo.

A seconda delle condizioni storiche degli ebrei della diaspora, le interpretazioni halachiche - come un ventaglio - sono state più aperte (momento dinamico della nostra tradizione), o più chiuse (momento più rigido, quasi cristallizzato, conservativo, ritenuto più idoneo per la nostra sopravvivenza nei tempi e luoghi più bui della nostra condizione di minoranza discriminata e, spesso, perseguitata.)

In sintesi: la letteratura rabbinica ha diminuito la distanza fra i propri tempi - quelli che sorsero nelle varie età delle loro scuole interpretative e noi ebrei di oggi - e quelli fra essi e la Bibbia; in questo consiste la contemporaneità del loro commento, la sua durata come perenne. Lo spessore storico quasi non è avvertito.

Conosciamo la Bibbia “originaria”; ma l’“originale”, sulla cui enfasi insiste più del dovuto la riflessione fascinosa di Trigano (che valorizza, spiritualizzandola, la condizione esistenziale dell’esilio), non lo conosceremo mai; l’originale è un mito di oggi, ben diverso da quello degli antichi, sorto, per antitesi, solo quando è sorta la metodologia storico-critica; la valorizzazione di questo mito è una difesa contro la sua rivale, la storia; esso è un modello che è utilizzato come presupposto per qualsiasi orientamento non critico e dal quale, credo illusoriamente, pensa di non essere coinvolto chi si appella all’autentica fede religiosa come contrapposizione al mito.

Affermo questo perché, in realtà, non sapremo mai come gli ebrei che trascrissero i testi biblici interpretarono la Parola. Conosciamo solo come gli ebrei, nei secoli successivi alla sua redazione, la interpretarono, ma nulla sappiamo - facciamo solo delle ipotesi e come tali, anche se valide per il metodo, storicamente poco consistenti - su come la interpretarono coloro che la redassero.

Proprio per questa impossibilità di mettere in relazione l’“originale” (ma è poi esistito veramente?) con l’“l’originario”, in quanto uno degli elementi che si vuole mettere in relazione è mancante si è andato generando il concetto di Rivelazione (il cui possesso ed intendimento - affermano i religiosi di ogni età - è possibile solo per chi vive una particolarissima esperienza: quella della fede). Tale concetto, col suo asse portante, la fede, è l’elemento indispensabile che permette un legame fra la Parola e Dio, presente non solo in Essa, ma anche quando, coi Suoi silenzi, Egli è Assente. Da qui il duplice significato che il termine Rivelazione ha assunto per noi: ri-velare, come primo, non nel senso greco di “dis-velare” (“dis-velamento”, nel senso di “togliere il velo” perché qualcosa “si veda”; da qui la parola greca “a-lètheia”), ma nel significato ebraico, pienamente pragmatico, di qualcosa che “si fa” e quindi connotando il termine di incertezza, inquietudine sul versante emotivo e tensione su quello conoscitivo e che si riferisce anche al futuro; ri-velare, come secondo, nel senso di “velare doppiamente”, ma non nel solo senso di “nascondere”, cioè di celarlo alla vista, ma nel senso ebraico, poiché nel nostro concetto di “verità” si nasconde il compito doppio di azione ed impegno (espresso dal termine “davar”, parola e opera) difficile da realizzare: la nostra responsabilità verso noi stessi, come simbolo dell’umano, e verso il mondo, l’uno e l’altro non solo moralmente, ma anche storicamente intesi.

Alfredo Caro

13 febbraio 2012

    

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