Memoria

 

Victor Surliuga
Destrezza ed avventure di un medico croato al confino in Italia

 di David Terracini

 

 

Il dott. Victor Surliuga, per telefono, sottopone me e mia moglie a diversi e ripetuti esami di ammissione in casa sua. Volevamo intervistarlo per conto del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, per il progetto “Memoria della Salvezza”. Surliuga è un ebreo non iscritto alla Comunità di Torino, dove risiede da 66 anni. Il suo nome ci era stato suggerito da Giuseppe Tedesco, segugio esperto nello scovare degli ebrei “fuori ordinanza”.

Finalmente ci riceve, elegantissimo. Ha quasi cento anni. Schiena diritta, al collo un foulard di seta. L’intervista, in tre puntate, dura cinque ore di monologo stringato, senza un tentennamento nel rammentare nomi e luoghi.

È nato nel 1915 a Slavonki Brod nella monarchia austro-ungarica, divenuta dopo il 1918 regno jugoslavo, dove si è laureato in medicina nel 1940. Nell’ospedale militare di Belgrado ha iniziato il servizio militare, ma il presidente Cvestkovic ha aderito al Patto d’Acciaio con Germania, Italia e Giappone.

Nel ’41, dopo quattro mesi di servizio all’ospedale, ha scelto di andare con le truppe alpine, ed è stato mandato verso il confine con l’Italia. Nell’aprile del ’41, mentre i nazifascisti bombardavano Belgrado provocando quattromila morti, le truppe italiane invadevano la Jugoslavia dove era di stanza Victor Surliuga, ma il governo ordinava alle truppe di non aprire il fuoco, e di consegnare le armi. Il nuovo governo jugoslavo (la cosiddetta Repubblica Indipendente Croata) era formato dagli Ustascia, soldati fascisti che erano stati addestrati, vestiti ed armati dagli italiani a Lipari. Dopo il ritorno di Surliuga a casa a piedi con una marcia di 90 km, la Croazia ha promulgato le leggi razziali, fedele copia delle leggi di Norimberga tedesche, che prevedevano la deportazione degli ebrei in campi di concentramento. Gli Ustascia, dopo aver arrestato alcune personalità ebraiche, hanno preteso dagli ebrei la raccolta di oltre mille chili di oro quale contributo per la deportazione nei campi. La notte del 6 giugno del ’41, avendo perso il lavoro e rischiando la deportazione, Victor fugge da Zagabria con un passaporto falso sull’ultimo treno consentito dagli Ustascia per l’emigrazione a Fiume, in territorio croato occupato dall’Italia. Riconosciuto come ebreo dalla milizia italiana, viene arrestato. Tornerà a casa dopo 16 anni.

“Due carabinieri hanno scortato me ed un mio amico - Surliuga racconta - da Fiume in Calabria. Il campo di Ferramonti, destinato al concentramento degli ebrei stranieri, tra i quali moltissimi studenti universitari; è stato costruito nel ’41 da un impresario di Roma, senatore del Regno, proprietario delle terre vicino a Tarsia, presso il fiume Crati, in zona malarica, di cui non sapeva che fare, e che ha convinto il Regime a costruire lì. Direttore del campo era il vicequestore di Napoli, mentre il furiere era il cognato, tutti banditi. Io sono arrivato a Ferramonti quando il campo era ancora in costruzione, e sono stato impiegato alla sua edificazione. Ci sono stato dal 13 settembre ’41 al 22 agosto’42, nel frattempo è entrata in guerra l’America. A quel tempo nel campo c’era il sig. Davico di Belgrado, scrittore e poeta comunista, che, in forza degli accordi di reciprocità tra il governo italiano e quello degli Ustascia, è stato richiesto per essere estradato in Jugoslavia, e il direttore del campo lo ha fatto sapere ai capi dei prigionieri. Questi gli hanno chiesto: come si fa a salvarlo?

 

Plastico del campo d'internamento di Ferramonti

E il direttore del campo ha risposto: volendo, basta che ai carabinieri che vengono a prelevarlo io dica che non lo troviamo perché è fuggito. E loro: e questo quanto costa? Lui risponde: cercate di raccogliere un po’ di oro. Gli oltre mille ebrei del campo si sono spogliati del poco oro che avevano ancora. Quando i carabinieri sono arrivati, il sig. Davico era sparito e loro se ne sono andati. Così il popolo ebraico si è salvato, dalla sua preistoria ad oggi”.

“Medico di Ferramonti - racconta Surliuga - era una camicia nera che girava per il campo con una doppietta e il cane da caccia per ammazzare i passeri cui sparava coi pallini sopra le nostre teste mentre eravamo seduti davanti alle nostre baracche.” Nel campo Surliuga non ha potuto esercitare la professione di medico (come tanti altri medici ebrei stranieri che erano stati deportati a Ferramonti da tutte le università d’Italia) perché c’era quel dottore con la doppietta, che però era un incapace, tanto è vero che non ha salvato dalla morte un prigioniero che aveva un ascesso che lui ha curato con delle creme. “La mia prima targa professionale - racconta - l’ho affissa fuori dalla mia baracca: “dott. Victor Surliuga, pedicure”. Opera ai piedi, tra gli altri, un ex console ed il capo del villaggio locale. In questo modo Victor racconta di essere diventato l’internato più ricco del campo. Nel campo c’era la borsa nera degli alimentari e perfino del dollaro! Il regime di Mussolini osservava (male e a modo suo) la convenzione di Ginevra per i prigionieri, per cui in modo discontinuo arrivavano tonnellate di alimenti di un tipo solo e poi più nulla. “In prigionia si impara a rubare - dice Surliuga - distraendo con chiacchiere il responsabile dei rifornimenti.”

Un articolo a parte meriterebbe la narrazione delle vicende dei genitori e del fratello di Victor, sionisti della corrente revisionista di Jabotinski, rimasti a combattere coi partigiani di Tito per liberare la Jugoslavia. I genitori morranno nel giugno del ’44 mitragliati da un aereo. Il fratello Miliwoj, dopo la guerra, emigrerà in Israele, dove fonderà due fabbriche di lampadine.

Una cugina si era innamorata del maggiore agrigentino dei carabinieri di Spalato, che spedisce lei e tutta la famiglia al confino a Canelli, non lontano da Asti, dove gli ebrei confinati sono una quarantina. La cugina da Canelli chiede a Victor di approfittare di una norma fascista che consente le riunificazioni delle famiglie al confino; nell’agosto del ’42 Surliuga ottiene l’autorizzazione e viene accompagnato a Canelli da una guardia in borghese. Le relazioni con la popolazione di Canelli erano molto cordiali, tanto che le ragazze del paese hanno invitato i giovani ebrei al confino ad una festa danzante, cosa allora inconcepibile. Meno cordiali erano le relazioni con i grossi proprietari delle ditte di spumante locale, fascisti sfegatati. Uno di questi protesta in comune perché sulla strada dalla villa allo stabilimento deve vedere questi ebrei fastidiosi. Dopo dieci giorni di duro lavoro di scavo e alle presse, il dott. Surliuga viene trasferito all’ospedale, dove viene addetto a umilianti lavori di pulizia, vestizione dei cadaveri, giardinaggio, trasporti ecc. Il medico condotto squadrista di Canelli, poiché gli squadristi non erano ben visti dalla popolazione locale (specie verso la fine della guerra), quando doveva fare delle visite di notte in cascine isolate si faceva accompagnare dal dott. Surliuga, considerato nemico della Patria, perché in qualche modo, secondo lui, gli sarebbe stato di protezione.

“Il 25 luglio del ’43 qualcuno mi grida: - Vittorio, è caduto il regime fascista! Sei libero! - In quel momento avevo la scopa in mano, ho aperto la mano e ho guardato a terra la scopa che cadeva. Non l’ho più presa in mano”.

Dopo l’8 settembre il maggiore dei carabinieri che filava con sua cugina li raggiunge a Canelli e suo tramite il dott. Surliuga riesce a raggiungere il lago di Lugano e la frontiera svizzera a Ramponio, paese di contrabbandieri. Il maggiore ha aspettato di vederlo raggiungere l’altra sponda a Castagnola di Lugano: avevano detto loro che spesso i contrabbandieri, se intuivano che le persone da trasbordare portavano dei soldi, davano loro una mazzata in testa, li derubavano e li buttavano nel lago.

Il dott. Surliuga narra della sua vita in Svizzera dove, scoperto da un poliziotto, viene internato, passando da un campo profughi all’altro. La conoscenza del tedesco e la professione di medico lo favoriscono nei rapporti con la popolazione e le autorità. Finita la guerra, in un primo tempo pensa, passando per la Francia, di tornare in Jugoslavia, dove i professionisti sono ricercatissimi e dove le autorità lo credono comunista, visto il suo passato anti-monarchico. Ma presto cambia idea:

“Visto il destino che mi avevano raccontato dei partigiani non titoisti, spesso passati per le armi senza processo, decido: in Jugoslavia non ci vado, e torno in Italia. Il 25 aprile 1945, da Nizza, con i documenti alleati, su una jeep del comando francese, scendo in Italia a Borgo S. Dalmazzo, quindi a Canelli, dove ritrovo la ragazza che avrei poi sposato.” Il prof. Donati, ebreo fuggito in Svizzera, gli suggerisce, per consentirgli di diventare suo assistente alla Clinica Universitaria, di sostenere degli esami per farsi equiparare la laurea jugoslava alla laurea italiana.

“Nel frattempo, un amico che avevo lasciato venendo via da Ferramonti, da Bari mi dice: lascia tutto e vieni qui. Il mio amico era nel frattempo diventato (grazie al fatto che conosceva una gran quantità di lingue) il massimo trafficante di borsa nera d’Italia, perché a Bari c’era un giro di merci alleate enorme, e un giro di dollari di guerra gialli e blu sulle cui differenze di valuta si poteva speculare. Propongo all’amico di rimanere a Bari e di mettermi in affari con lui, ma lui mi consiglia di seguire l’università e di laurearmi. Il 6 novembre 1945 mi consegnano il documento che equipara la mia laurea jugoslava a quella italiana. Tornato a Milano, leggo sul giornale che il prof. Donati è morto di infarto. Pensavo di morire anch’io.

Nel ’45 a Torino vado alla Comunità Israelitica chiedendo un appoggio di qualche genere e mi mandano a farmi benedire”.

Sempre a Torino, nel 1949, il dott. Surliuga ottiene la specializzazione in ostetricia e ginecologia.

David Terracini

   

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