Storie di ebrei torinesi

 

Altri due chimici...

 

Nella ricerca su mestieri e professioni di ebrei torinesi, in cui da alcuni numeri Ha Keillah si imbatte, è venuto naturale questa volta andare a cercare due chimici, perché la chimica era la professione di Primo Levi, a cui in gran parte questo numero della rivista è dedicato. Ne sono così usciti due incontri con due chimici ebrei torinesi, entrambi docenti universitari, Bice Fubini e Davide Viterbo, che ci hanno raccontato le loro scelte di vita per la chimica, ma non solo, perché dalle loro interviste emerge l’incontro con mondi cari non solo agli ebrei torinesi, con famiglie e personaggi che è difficile dimenticare, come Carlo Levi, Riccardo Levi, Giuliana Segre, Luisa Levi, Giorgina Arian Levi e, appunto, Primo Levi.

 

Bice Fubini

 

La tua infanzia è stata drammaticamente segnata dalla perdita di tuo padre nei lager nazisti. Come hai elaborato questa pagina dolorosa della tua vita e quanto ha inciso nella tua formazione civile ed ebraica?

A questa domanda si potrebbe rispondere o con una “rumorosa” afasia o con un fiume di parole, che esula dal contesto di questa intervista.

Il silenzio di tutti; un complicato aggrovigliarsi di ebraismo, fascismo/nazismo; scomparsa, orrore associati all’essere ebrei; non voler sapere, non nominare; trovare dati inaspettati sul Libro della Memoria; due tentativi di sapere qualcosa da sopravvissuti dello stesso convoglio, con un celato desiderio che non sapessero. Non credo si possa definire elaborazione.

Provo a estrarre quanto di razionale vi sia in qualcosa che continua ad essere principalmente emotivo.

Mia madre Marisetta Treves seppe traghettarmi magistralmente fuori dalla Shoà in una infanzia e giovinezza sostanzialmente serena, grazie alla sua saggezza, alla sua voglia di vivere, di apprezzare le piccole cose ed alla sua razionalità ed ironia, tenendomi completamente fuori da quello che doveva essere il suo profondo dolore. Credo di aver goduto di una atmosfera più allegra e di un ambiente più tranquillo di altre/i che si siano ritrovati in una condizione analoga alla mia.

Presto la corazza “Dopo l’orrore di quanto è capitato cose simili non avverranno più; fascismo e nazismo non potranno più esserci; nessuno oserà più prendersela con gli ebrei” fornitami appunto da mia madre incominciò a incrinarsi. Letture, avvenimenti di cronaca all’epoca del liceo - ricordo in particolare Il flagello della svastica di lord Russell, La question di Henri Alleg in Algeria, l’esecuzione di Julian Grimau in Spagna - mi fecero immediatamente sentire che dovevo occuparmi di politica, cosa che feci fin dagli ultimi anni del liceo, pur senza mai aderire a nessun partito, salvo una relativamente breve permanenza nel PCI finita nel ’68. Naturalmente “È accaduto, potrà accadere ancora“ di Primo Levi ha corroborato questo mio sentire. Quindi sia il dovere di fare e prendere posizione, sia la necessità di stare sempre all’erta.

In ragione di questo ho sempre avuto una acuta sensibilità ed avversità ad ogni germe di violenza, che mi ha tenuta lontano dai gruppi extraparlamentari spingendomi invece verso il femminismo. In ragione di questo ho temuto ed avversato fin dai primi istanti la Lega e Berlusconi, considerandoli movimenti eversivo/popolari, ben diversi dalla destra storica, caratterizzati dal disprezzo della cultura, proprio come lo fu il fascismo.

Non pochi membri della tua famiglia materna, i Treves, sono state figure emblematiche dell’antifascismo e della società civile in genere. Penso a Claudio Treves e a Carlo Levi, ma anche a Giuliana Segre, da poco scomparsa. Hanno in qualche modo influenzato anche la tua vita?

Altri membri della famiglia Treves l’hanno forse influenzata di più. Claudio Treves era morto da tempo quando sono nata ed entrambi i suoi figli - carissimi cugini di mia Mamma - vivevano in città diverse. Sono molto legata a Lotte Dann Treves, che ha sposato il figlio Paolo, ed a Claudio Jr e famiglia, non solo per la parentela, ma per la simpatia ed il comune sentire che ci lega.

Carlo Levi era molto lontano, anche quando lo si vedeva ad Alassio, mi colpiva per la sua maestosità ed importanza, ma non penso proprio mi abbia influenzata. Invece ricordo con molta stima ed affetto l’ingegner Riccardo, suo fratello, la cui famiglia frequentavamo moltissimo a Torino, finché vi hanno abitato, e poi per lunghissime estati ad Alassio. La sua logica, la sua ironia e saggezza, il suo approccio scientifico-pratico a quasi tutte le questioni hanno fatto sì che Riccardo Levi fosse una delle mie figure maschili di riferimento. E vorrei ricordare anche la sorella Luisa, medico psichiatra, che ha vissuto accanto a me e mia madre sul medesimo pianerottolo gran parte della mia infanzia ed adolescenza. I suoi giudizi schietti, il suo approccio alla vita ed alla educazione dei bambini in particolare, mi sono stati di grande utilità, così come il suo profondo rispetto per i suoi “malatini”.

Diverso il discorso su Giuliana Segre, che era la nipote più amata da mia nonna Rosetta Segre, con cui vivevo insieme a mia madre ed a mio zio Guido Treves (altra figura maschile di riferimento, anche lui medico psichiatra). Ad ogni suo ritorno in Italia dal Brasile dove visse numerosi anni passava lunghi periodi da noi. Portava con sé una ondata di modernità, di atteggiamenti inusuali, di discipline innovative come sociologia o psicanalisi, accompagnati ad una certa complicità, che mi colpivano notevolmente. Le ero molto affezionata, pur vedendone alcuni difetti di carattere - proverbiali le continue litigate con la sorella - e ho partecipato con entusiasmo ai suoi tardivi exploit di scrittrice.

Certamente questi “maggiori” hanno contribuito, insieme ai motivi soprascritti, ai miei sensi di dovere verso la politica, d’altronde ricordo la propaganda per Unità Popolare negli anni ’50 fatta da Luisa in vari angoli della città, cui io e Stefano Levi Della Torre bambini partecipavamo con entusiasmo in piedi sul sedile di dietro della sua utilitaria decapottabile (… le norme di sicurezza sono davvero cambiate!)

Quali sono stati i fattori che ti hanno portato a scegliere la chimica quale strada per la tua vita?

Mi sono sempre divertita a capire il perché delle cose: perché il cielo è azzurro, perche certe superfici si bagnano ed altre no, perché i metalli sembrano sempre più freddi degli altri oggetti ecc. E poi anche il perché si sviluppi una vita, come funzioni il nostro corpo, che cosa distingua un animale da un altro, che cosa capiti nei vulcani. Mia nonna Rosetta, e mia Mamma insegnavano entrambe Scienze Naturali alle superiori e credo di dovere anche ai loro racconti, alla loro passione ed al loro incoraggiamento questi miei interessi.

Quando, già laureata, lessi con grande passione Il sistema periodico di Primo Levi, vi trovai le mie stesse motivazioni.

È stata una scelta facile o combattuta?

Combattuta non direi, fui lasciata libera di scegliere quello che preferivo. In realtà all’inizio mi iscrissi a Fisica perché era il corso che più si connotava come corso “per persone intelligenti”, ma mal sopportavo le formule astratte ed il grosso peso della matematica. Il corso di laurea in Biologia era appena iniziato e si configurava come un corso meno impegnativo, pieno già allora di ragazze. All’epoca Chimica era più “da maschi” quindi mi sembrava più importante… ma qui si scivolerebbe nelle discussioni sul genere che non è l’oggetto dell’intervista. Ben presto passai al corso di Chimica, dove trovai cari amici ed anche Edoardo Garrone, che è ora mio marito.

Nella tua professione di chimica, ti sei occupata molto di un problema scottante e assurto ora alle cronache, ossia la questione amianto. Puoi raccontare in breve il significato per te di questa esperienza?

Fino agli anni ’80 mi ero occupata di solidi e di superfici, argomento interessante ed attuale, ma abbastanza lontano da aspetti sociali. Erano anni in cui si era politicizzati - io ero attiva, come poi ho continuato ad essere, nel movimento femminista - in cui alcuni mestieri, ad esempio medico o avvocato, permettevano di introdurre la politica nel proprio ambito lavorativo, mentre per la chimica non vedevo una simile possibilità. Quando incappai nel problema di perché solo la silice cristallina facesse venire la silicosi, tema propostomi dal mio professore, mi ci buttai a pesce. Qui però subentrano anche le influenze famigliari. Mia mamma era molto amica della famiglia del professor Giacomo Mottura, anatomo-patologo nella nostra Università, noto per il suo rigore morale, oltre che per le sue capacità scientifiche, che fecero sì che nella sua scuola si formasse un gruppo cospicuo di medici-ricercatori competenti ed onesti, poi emigrati in varie parti del mondo. Un giorno mia madre mi disse che Giacomo le aveva spiegato un fatto strano, che la silice è patogena solo se in forma cristallina, cosa che la incuriosiva molto. Non mi parve vero occuparmi di un argomento già sentito in casa in passato, proprio pochi anni dopo la scomparsa di mia madre.

Da qui poi l’interesse per minerali ben più patogeni, quali gli amianti. Da quel momento in poi ho acquistato maggiore sicurezza e di sicuro un interesse ed un entusiasmo che non avevo prima nel mio lavoro, perché mi realizzavo lavorando non per une mia personale ambizione, ma per una causa giusta su argomenti interessanti.

C’entra l’ebraismo con tutto questo? Direi di no, tuttavia la storia della ricerca sugli amianti è largamente popolata da ebrei…

Una nota interessante, dall’incontro con gli stranieri la sera prima della recente sentenza Eternit: quanti gli ebrei venuti ad assistervi dalle varie parti del mondo !

Vuoi raccontarci dei tuoi incontri con Primo Levi e di cosa ti ha trasmesso?

Non sono stati molto numerosi, racconto il primo e l’ultimo.

Avevo meno di dieci anni ed ero a casa dei cugini Levi, dove Carlo era venuto da Roma, immagino a visitare sua madre, che stava nell’alloggio sopra quello di Riccardo. Primo Levi era arrivato in visita e ricordo Irma, moglie di Riccardo ed anche parente di Primo, che lo sollecitava ad incontrare Carlo, dicendogli “in fondo siete entrambi scrittori”. Lui schivo, modesto si ritraeva e diceva: “sì, ma io sono uno scrittore piccolo piccolo“. Provai una gran simpatia per lui e confesso che mi rallegra che ora il Levi per antonomasia sia diventato proprio lui, Primo.

L’ultimo invece riguarda la chimica. Nel 1984 Primo mi chiese se avessi qualche dato sul possibile ruolo avuto dal quarzo nel determinare l’origine dell’“asimmetria della vita” cioè il fatto che tra due tipi di molecole identiche, ma speculari, la vita ne abbia rigorosamente scelta una sola. Nei miei studi sulla silicosi avevo alcune pubblicazioni proprio su questo argomento, che timidamente gli portai. Ne ebbi caldi ringraziamenti, il piacere di una breve discussione su vari argomenti chimici che lo incuriosivano, un suo libro di poesie ed in seguito una copia della rivista Prometeo su cui Primo pubblicò un lungo articolo intitolato “L’asimmetria e la vita”.

Quale dei suoi libri ha avuto per te un significato importante?

Ovviamente Se questo è un uomo, che sono riuscita a leggere solo in età relativamente tarda quando mia madre non c’era più, avevo due figli in età scolare e mi trovavo in Inghilterra, ben lontana dalla mia casa natale. Tuttavia, come ho già detto prima, Il Sistema Periodico mi ha entusiasmata.

E il tuo rapporto con l’ebraismo come si è manifestato durante la tua vita?

È stato per lungo tempo intimamente legato ai campi, al nazismo ed alla scomparsa di mio Padre, per questo confinato il più possibile in uno spazio esiguo.

Ricordo con piacere gli anni trascorsi nella scuola elementare ebraica, quel poco che vi imparai sui libri sacri e la religione, le storie di Mosè, del Mar Rosso, di Giosuè che fermava il sole, mi colpirono molto. Ma poi, dopo la scuola ed il bat mitzvà fatto con parziale convinzione, lo “eliminai” - credo per il primo motivo detto - dalla mia vita cosciente. D’altronde, la famiglia Treves era in parte già poco osservante all’inizio del secolo, mio nonno Marco Treves (medico psichiatra), e mi risulta anche suo fratello Claudio, erano contrari alla pratica della circoncisione ed in effetti mio zio non fu circonciso.

Dalla Comunità mi allontanai del tutto alla fine degli anni ’60. Mi sono riavvicinata alla Comunità negli anni ’80, in seguito a vari eventi, in particolare attratta dal fatto che l’appartenenza fosse diventata una scelta e non un obbligo. Tuttavia, un vero riavvicinamento fu trainato da mio marito, da sempre molto interessato da quanto riguardava l’ebraismo, che in veste di presidente della Circoscrizione di San Salvario organizzò insieme ad altri soggetti ed alla Comunità, allora guidata da Lia Montel Tagliacozzo, le celebrazioni per il decennale della scomparsa di Primo Levi. Ne nacque una grande amicizia, Lia ci trascinò nel Gruppo di studi ebraici, e direi che per ora mi fermo qui.

Intervista a cura di
Giulio Disegni

   

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