Storie di ebrei torinesi

 

Altri due chimici...

 

Nella ricerca su mestieri e professioni di ebrei torinesi, in cui da alcuni numeri Ha Keillah si imbatte, è venuto naturale questa volta andare a cercare due chimici, perché la chimica era la professione di Primo Levi, a cui in gran parte questo numero della rivista è dedicato. Ne sono così usciti due incontri con due chimici ebrei torinesi, entrambi docenti universitari, Bice Fubini e Davide Viterbo, che ci hanno raccontato le loro scelte di vita per la chimica, ma non solo, perché dalle loro interviste emerge l’incontro con mondi cari non solo agli ebrei torinesi, con famiglie e personaggi che è difficile dimenticare, come Carlo Levi, Riccardo Levi, Giuliana Segre, Luisa Levi, Giorgina Arian Levi e, appunto, Primo Levi.

 

Davide Viterbo

 

Davide Viterbo, come ci ricorda lui stesso, è nipote di Giorgina Levi, la prima direttrice di questo periodico, quindi legato per parte materna ai Montagnana, famiglia torinese importante e conosciuta anche fuori dall’ambito torinese ed ebraico.

Cominciamo con la presentazione.

Sono nato a Torino il 5 novembre 1939 (un bel momento per nascere per un ebreo…) terzo figlio di Enrichetta Levi, sorella di Giorgina, e Renzo Viterbo. Sono sposato con Mariella, che conosci bene perché ha lavorato diversi anni in Comunità, e ho due figli.

Dove hai trascorso il periodo delle persecuzioni?

La mia famiglia risiedeva a Torino; dopo l’8 settembre mio padre decise di trasferirci a Roma, dove non eravamo conosciuti come ebrei, e ci arrivammo proprio il 16 ottobre 1943, giorno della grande retata nel ghetto. Per circa due mesi restammo in un convento che ci aveva accolto al nostro arrivo, e poi, ottenuti i documenti falsi, potemmo affittare un alloggio. Io naturalmente non ho ricordi se non a flash, e mi baso sui racconti di famiglia; ricordo però che mi raccomandavano di usare il cognome falso, De Santis, e il mio nuovo nome, Dario, perché Davide suonava troppo ebraico; comunque mi chiamavano “Dade”, e Dade sono rimasto. A quei tempi parlavo solo il piemontese, con cui colloquiavo con mia nonna; nei documenti falsi i miei genitori risultavano nati nell’Italia centro - meridionale, e per giustificare l’anomalia del mio linguaggio si erano inventati una tata piemontese, che mi aveva insegnato a parlare così.

Rimanemmo a Roma fino alla liberazione di Torino.

Dove hai svolto la tua carriera scolastica? E che cosa ti ha indirizzato nella tua scelta per la chimica?

Ho fatto tutti gli studi a Torino; ho frequentato il Liceo Classico Cavour, dove ho avuto un ottimo professore di chimica, che mi ha fatto amare la materia tanto da orientarmi nella scelta della facoltà.

Non ti ha ispirato anche Primo Levi?

Non nella scelta della facoltà: allora non avevo ancora letto Il Sistema Periodico, che per me è il più bel libro di chimica che sia stato scritto. Ma con quel libro, e in particolare con il capitolo Potassio, ho poi avuto un incontro: il professore di Chimica Fisica mi aveva assegnato il compito di fare misure di momenti dipolari (il dipolo è una proprietà delle molecole) (Dade Viterbo me lo ha anche spiegato, penso di averlo capito, ma non credo di essere in grado di riferirlo correttamente, e forse non è neppure necessario). Per le misure occorreva avere del benzene anidro, quindi mettere sodio trafilato nel benzene e poi distillarlo. Primo Levi racconta ne Il sistema periodico che per fare la stessa operazione con l’assistente di fisica non aveva trovato il sodio, e quindi aveva usato il potassio, elemento affine, ma molto più reattivo ed il risultato del suo esperimento era stato disastroso. Per fortuna io avevo il sodio, ma ho dovuto fare molta attenzione per non avere esplosioni.

Come è avvenuta la scelta della carriera universitaria?

Erano arrivati in facoltà gli strumenti per i raggi X, e il professore, dopo che mi ero laureato, mi ha chiesto di fermarmi per fare ricerche sulla diffrazione dei raggi X da parte dei cristalli; la cristallografia è rimasta il punto centrale dei miei interessi scientifici, tanto che, ricorrendo quest’anno il centenario della scoperta da parte di Von Laue della diffrazione dei raggi X, sono stato invitato a tenere una lezione per un convegno commemorativo presso l’Accademia dei Lincei.

Tornando alla carriera universitaria, ho avuto la mia prima cattedra presso l’Università della Calabria, ad Arcavacata di Rende; là ho insegnato per quattro anni prima di rientrare in Piemonte, ad Alessandria, all’Università del Piemonte Orientale, dove ho concluso la mia carriera.

Hai ancora incontrato Primo Levi chimico nella tua carriera?

Non proprio come chimico: facevamo lavori diversi. Però nel 2007, a un congresso di cristallografi a Salt Lake City un oratore ha presentato una ricerca su Eligio Perucca, il terribile professore di Fisica al Politecnico di Torino, che nel 1919 aveva anticipato senza rendersene conto due importanti effetti nel campo della cristallografia; il relatore aveva poi voluto informarsi sul personaggio, e - oltre a un articolo in cui Perucca veniva definito “un personaggio bizzarro” - leggendo la biografia di M. Anissimov Primo Levi o la tragedia di un ottimista aveva trovato Perucca citato come uno dei professori che avevano rifiutato la tesi a Primo Levi (un altro torinese!) in quanto ebreo. Nel tipico atteggiamento mentale di molti film americani in cui ci sono solo il “buono” e il “cattivo”, l’eroe diventava “bizzarro e fascista”. Colpito nel mio orgoglio sabaudo non ho potuto trattenermi dall’intervenire (un collega amico è stato testimone del mio balzo verso il microfono), e ho fatto presente che l’affermazione dell’Anissimov mi sembrava molto dubbia, dal momento che Levi studiava chimica all’Università mentre Perucca insegnava fisica al Politecnico, che a Torino è un altro Ateneo. Ho promesso che avrei indagato su questa storia, e tornato a Torino ho contattato diverse persone che avevano conosciuto Perucca tra cui un suo assistente e un nipote: tutti mi hanno confermato che era un convinto e sincero antifascista; tra le persone che avevano conosciuto Primo Levi nessuno ha potuto confermare quanto scritto dall’Anissimov, e anzi molti hanno espresso l’opinione di scarsa affidabilità della sua biografia: di altri due professori da lei citati uno aveva firmato la tesi compilativa di Primo Levi e l’altro gli aveva assegnato una sottotesi compilativa. Levi avrebbe voluto fare una tesi o almeno una sottotesi sperimentale, ma le leggi razziali vietavano l’accesso ai laboratori di ricerca agli studenti ebrei.

Il mio amico Renato Portesi, che ha lavorato per molti anni con Primo Levi alla SIVA di Settimo, mi ha riferito che Primo Levi gli aveva raccontato che lui con altri compagni antifascisti aveva frequentato alcune lezioni di Perucca perché era noto che egli soleva fare battute e allusioni antifasciste.

Penso che non sia facile trovare un collegamento tra la chimica e l’ebraismo.

Secondo me un punto di collegamento c’è, e consiste nella ricerca dell’infinitesimo particolare, che è uno dei metodi dell’esegesi rabbinica; la cristallografia ci fa vedere gli atomi. Tra l’altro ti ricordo che l’israeliana Ada Yonath, premio Nobel per la chimica, è una cristallografa.

Intervista a cura di
Paola De Benedetti

   

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