Storia

 

Irena Sendler
Una donna di Varsavia e 2500 bambini del ghetto

 di Domenica Pittarelli

 

 

“Ogni bambino ebreo che ho contribuito a salvare è la giustificazione della mia esistenza su questa terra, non un motivo di vanto”.

La scoperta della figura di Irena Sendler mi ha colpito nel profondo: una giovane donna polacca cattolica che salvò 2500 bambini dal ghetto di Varsavia durante la seconda guerra mondiale. Da qui l’interesse di conoscere meglio questa bella figura, perseguitata prima dal regime nazista per la sua attività, poi da quello comunista perché considerata troppo libera e troppo democratica; infine dimenticata per oltre mezzo secolo.

Il suo messaggio interpella ciascuno di noi in maniera singolare e diretta soprattutto per due motivi:

- Irena era una giovane donna all’epoca della guerra in cui mise in campo tutte le sue doti, le sue competenze, il suo carattere;

- Irena ha voluto dedicare tutta la sua vita ai bambini e ai giovani per professione e per vocazione, anche dopo la guerra.

Un gruppo di giovani studentesse americane ha “riscoperto” Irena grazie allo spettacolo teatrale “Life in a jar”(La vita in un barattolo) attirando l’attenzione dei mezzi di comunicazione e, progressivamente, permettendo a un vasto pubblico di conoscere la persona e l’operato della “infermiera Jolanta”.

Chi era Irena Sendler? Nacque a Varsavia il 15 febbraio 1910. L’educazione ricevuta e l’estrazione socio-culturale della sua famiglia influirono in modo determinante sulla sua personalità e sulla sua attività. Il padre, Stanislaw Kryzanowki, era un medico, fervente patriota ed attivista del Partito Socialista Polacco. Durante la prima guerra mondiale fu uno dei pochi medici che curarono gli ammalati di tifo, fino a morire per il contagio il 10 febbraio 1917; in segno di riconoscenza la Comunità Ebraica locale offrì una borsa di studio alla piccola Irena; la mamma, commossa, la rifiutò, desiderando mantenere la figlia unicamente con il proprio lavoro.

Due ulteriori elementi cardine della formazione di Irena furono l’appartenenza allo scoutismo e gli studi universitari. Lei stessa ricordava la prima come determinante per rafforzare i valori di altruismo e di fede cattolica respirati in famiglia, e per acquistare competenze pratico - organizzative. Quanto agli studi universitari, Irena frequentava l’Ateneo di Varsavia durante gli anni Trenta, in cui cresceva l’antisemitismo; ella prendeva posto accanto ai suoi amici ebrei, per cui fu sospesa a lungo dalle lezioni e poté discutere la tesi di laurea in Lettere solo nel giugno del 1939.

Nel frattempo nel 1931 aveva sposato Mieczyslaw Sendler. Il 30 agosto 1939 egli partì per il fronte; non si rivedranno mai più; a Irena venne comunicata la sua morte in un campo di concentramento; dal 1932 fu impiegata presso il Comitato Cittadino di Assistenza Sociale, nella Sezione di Aiuto alla Maternità e all’Infanzia. Con l’occupazione della Polonia da parte dei tedeschi il 1° settembre 1939 le condizioni di vita a Varsavia diventavano sempre più drammatiche, fino a che nell’inverno del 1940 l’area del ghetto venne chiusa dal muro di cinta. Si stima che l’area corrispondesse all’incirca a 400 ettari, in cui furono stipate alcune centinaia di migliaia di ebrei (fino a 400.000). Irena non rimase indifferente all’aggravarsi della situazione, e cominciò a creare cellule di aiuto specifico agli ebrei, avvalendosi della sua professione di assistente sociale e all’appartenenza al Partito Socialista Polacco clandestino. Costituì presto una rete di fidatissimi collaboratori e riuscì ad ottenere dei lasciapassare per entrare quotidianamente e legalmente nel ghetto (in cui si era diffusa un’epidemia di tifo; i tedeschi impauriti dal possibile contagio avevano imposto al personale sanitario polacco di occuparsi della malattia), fino all’aprile 1943. Qui erano costretti a vivere molti dei suoi più cari amici e qui l’infermiera “Jolanta” (nome in codice della giovane Irena) faceva esperienza della straordinaria vitalità culturale e sociale caratterizzante i circoli giovanili clandestini.

A causa delle deportazioni il numero di adulti nel ghetto diminuiva drasticamente, mentre cresceva la piaga dei bambini abbandonati. Irena desiderava aiutare loro, ma anche i bambini che avevano ancora dei parenti, e il modo più efficace era quello di evacuarli dal ghetto. Pertanto con grande spirito di iniziativa e ottime doti organizzative valutava ciascun caso attentamente singolarmente, curandone la fuga.

Con quali modalità? Le modalità di trasferimento cambiavano con l’età dei bambini; i lattanti venivano spesso narcotizzati e nascosti in scatole degli attrezzi o in sacchi; i bambini più grandicelli nutriti, lavati e vestiti venivano inseriti negli squadroni di operai che andavano al lavoro, oppure venivano camuffati sotto ampi vestiti e cappotti; erano trasportati con l’ambulanza o il tram grazie ad autisti compiacenti; infine venivano fatti passare attraverso le fognature o accompagnati attraverso l’edificio del Tribunale che, tramite due entrate, collegava il ghetto con la parte ariana.

E una volta fuori dal ghetto? Erano allestiti dei punti di primo soccorso temporaneo dove i bambini, accuditi con cura ed affetto, apprendevano elementi di base della cultura polacca, come la lingua. A ciascun bambino veniva assegnata una nuova identità con un documento di riconoscimento valido e un certificato di battesimo forniti da parroci locali e da impiegati dell’anagrafe, Questi erano gli elementi fondamentali per il trasferimento successivo dei bambini dal punto di prima accoglienza,

Verso dove? Alla volta di famiglie polacche, oppure verso orfanotrofi e conventi; alcuni dei ragazzi più grandi venivano mandati alla macchia con in partigiani. A ciascun bambino veniva anche corrisposta una somma di denaro per aiutare materialmente chi l’avrebbe accudito.

Irena era stata l’ideatrice, la realizzatrice e la protagonista di questa complicatissima rete di azioni e di contatti. Contemporaneamente si era assunta la responsabilità di annotare in uno “schedario” di carta velina cifrato i dati anagrafici di ciascun bambino, in cui a quelli di nascita corrispondeva la nuova identità fuori dal ghetto. Per custodirli aveva escogitato un metodo che si rivelò infallibile: un barattolo vuoto di marmellata che seppelliva in giardino: il suo obiettivo infatti era non solo quello di strappare da morte certa il maggior numero possibile di vite umane, ma anche di permettere a ciascun salvato di conoscere il suo passato e le sue origini.

Nell’inverno del 1942 l’attività di Irena si intensificò grazie ad una nuova associazione polacca clandestina, “Konrad Zegota” diretta da Julian Grobelny, cui affluivano contributi dalle organizzazioni ebraiche statunitensi. Furono costituiti punti di incontro, detti “cassette” in diversi edifici della città atti all’interscambio tra i membri di denaro e materiale necessario all’operato. Fu proprio una di queste “cassette” ad essere scoperta dai tedeschi: la Gestapo arrestò Irena il 20 ottobre 1943; le torture inflitte nei tre mesi di detenzione la resero invalida per tutta la vita, ma Irena riuscì a non rivelare alcun dettaglio della sua opera; intanto Zegota si prodigava per la sua liberazione, che fu possibile grazie alla corruzione di una guardia tedesca. Con Irena (che fu costretta immediatamente a cambiare il suo nome in “Klara Debrowzka”) era salvo il prezioso schedario: dopo la liberazione della Polonia la lista dei salvati, completata e decifrata, venne consegnata ad Adolf Berman, Presidente del Comitato Centrale degli Ebrei il Polonia tra il 1947 e il 1949, affinché procedesse ai ricongiungimenti.

L’impegno di Irena continuò instancabilmente sia durante le due insurrezioni che ebbero luogo a Varsavia (quella del ghetto nel 1943 e quella della città nel 1944), sia dopo la liberazione del 1945.

Nonostante tutto le autorità del regime comunista del dopoguerra costrinsero Irena alla “pensione anticipata” dal 1967, ed il suo operato cadde nell’oblio.

Per i suoi meriti Yad Vashem di Gerusalemme le conferì la medaglia di Giusto tra le Nazioni il 15 dicembre 1965, ma ella poté recarsi in Israele solo nel 1983: fino ad allora il regime le aveva negato il passaporto.

Per tutta la sua lunga vita Irena rimase in contatto con i bambini da lei salvati, riuniti nell’associazione “Dzieci Holocaustu” (“I bambini dell’Olocausto”) dal 1991.

Irena si è spenta a Varsavia il 12 maggio 2008. Il suo messaggio di bontà, tolleranza ed umiltà resta vivo nei suoi occhi e parla a ciascuno di noi nella formazione di una coscienza civile e responsabile per un futuro capace di non dimenticare.

Domenica Pittarelli

   

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