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Laicità, grazie a Dio

 

Stefano Levi Della Torre con Laicità, grazie a Dio (Einaudi, 2011) riprende e prosegue il discorso iniziato con Mosaico (1994) e Zone di Turbolenza… (2003) sui temi che gli sono congeniali, l’ebraicità e il pensiero ebraico diasporico, che ne hanno fatto uno dei massimi pensatori in Italia su questi argomenti, ma questa volta essi appaiono relativamente in ombra, anche se restano il filo conduttore del suo modo di pensare.

Perché il senso del suo ragionare è sempre la critica di tutte le impostazioni mentali che riducono le cose ad uno, cioè che riducono i pensieri ad una entità omogenea, ad un’essenza immutabile, come i fondamentalismi religiosi, ma anche quelli profani, cioè a tutti quegli atteggiamenti che riflettono in modo predominante il bisogno di sicurezza, il bisogno di tana. Egli partecipa invece ad un pensare che coglie le reciprocità, le interferenze, le trasformazioni. Contro il pensiero dell’uno e contro le demonizzazioni di qualcuno o di qualche cosa egli propone il pensiero del due, cioè delle corrispondenze e del moltiplicarsi dei significati. E questo è un tipico modo di pensare ebraico che può essere riassunto nella frase del Salmo 62,12: Una parola egli ha detto, due ne ho udite, ed è affascinante questo sdoppiarsi della parola. Due sono le tavole della legge, due le scuole madri dell’ebraismo postbiblico, due sono le pietre su cui sono scolpite le tribù d’Israele, due è il numero della relazione e della contesa, dell’instabilità e del confronto. La dualità è quindi un fenomeno che tiene insieme le alternanze e l’ossimoro è la sua rappresentazione più tipica. Dio stesso è un ossimoro, è l’inesplicabile dove tutto si spiega o l’inspiegabile che si spiega attraverso il suo essere.

Così è una lettura ebraica del testo sacro quella che non si appropria mai interamente della Torah e non ne da quindi una lettura dogmatica, ma gravita verso il suo centro senza mai aderirvi, e pratica una sua vicinanza a Dio, ma insieme ne vive la sua inaccessibilità, il che la preserva in genere da quel fondamentalismo che anima la maggior parte delle religioni.

Quest’idea dell’ebraismo è lo humus e il retroterra di questo libro. Di esso sceglierò, nella ricchezza delle sue articolazioni, solo pochi temi fondamentali: il rapporto tra laicità e religione, una lettura delle figure di Giobbe e di Gesù, e l’analisi del fondamentalismo cattolico postconciliare.

Levi Della Torre anzitutto denunzia che il suo punto di vista è quello di un laico, non credente e materialista, che scrive in un paese che ha un sostrato dichiaratamente cattolico. Ma la sua è una laicità che si autoanalizza e si definisce nei suoi contorni in modo critico e propositivo e si confronta con il pensiero del credente, particolarmente con quello cristiano che apprezza e quello cattolico che combatte, riconoscendo che nel loro conflitto tra il credere e il conoscere, il laico e il religioso sono entrambi invadenti e pervasivi nello spartirsi lo stesso territorio.

Ma cosa vuol dire essere laici? Vuol dire avere il senso della relatività storica, essere una forma più che un metodo del pensiero e della conoscenza. Il laico interpreta quello stesso mondo che è abitato anche dal credente, sennonché egli cerca di fondare il vero sul reale, mentre il credente pretende di fondare il reale sul vero che afferma essergli stato rivelato. Per il laico, invece, la religione non nasce da una rivelazione, ma è un fatto culturale che deriva da pulsioni originarie ed elementari, quali la paura, il desiderio, il bisogno, l’attesa, la speranza. Essa dà forma simbolica alla necessità e all’impulso a conoscere, a dare un ordine alle cose, a sedare l’ansia per il mistero, l’inconosciuto e l’inconoscibile. Il laico non nega la teologia, ma pratica una teologia della negazione, secondo cui del trascendente si può dire quello che non è e non quello che è. Al laico non piace questo sequestro di Dio e questa pretesa della religione di sapere la volontà di Dio, e quindi di conoscere l’inconoscibile e saturare così di spiegazioni il mistero. Per il laico Dio non è una soluzione ma un problema. Perciò il laico sviluppa il suo spirito critico dalla costola inquieta e interrogativa della religione, non rifiutandola, perché essa non è solo un fatto privato, ma cercando di decifrarne la logica simbolica, metaforica e antropologica, accogliendo la ricchezza delle sue stratificazioni e l’altezza delle sue sublimazioni, ma combattendo i suoi aspetti di melensaggine, di stupidità e di fanatismo. Ed è questa sfida a fargli superare quello che è il suo limite, che è la propensione a limitarsi alle cose che si sanno e si possono sapere. Ed è in questo luogo che, come scriveva Leopardi, l’irreligioso discende dal religioso, traducendo la certezza della fede in una radicalità metafisica perennemente insoddisfatta di sé e delle proprie interpretazioni del vero, per cui si può dire che all’origine del pensiero laico sta una lettura non religiosa del testo sacro.

Con queste premesse e con questo spirito Levi Della Torre affronta alcuni snodi su questi temi attraverso due figure chiave; Giobbe e Gesù.

Egli legge Giobbe, il prototipo del giusto che soffre, come la contestazione di un’idea tranquillizzante di Dio, che premia il giusto e colpisce il malvagio. L’esperimento che Dio compie su Giobbe è simile a quello che ha compiuto su Abramo con Isacco: un gioco d’azzardo sulla pelle del giusto e sul libero arbitrio. Ma si tratta di un esperimento che va contro a una qualsiasi logica retributiva ed è anche un’interrogazione sull’indecifrabilità, sul mistero e la trascendenza di Dio. Levi Della Torre contesta come un giochetto formale la nota tesi di Jonas che salva la bontà di Dio attraverso la volontaria riduzione della sua onnipotenza, che lascia al libero arbitrio dell’uomo di fare il bene o il male, dove il male è attribuito a Satana, capro espiatorio universale. Il nostro autore vede invece nell’esperimento su Giobbe, ed è tesi ardita e radicale, una sorta di protesta di Dio contro la religione in nome della propria libertà, che viene rappresentata, direi antropoformizzata, come se egli recitasse una laicità che critica la religione come poco trascendente, perché normalizza il mistero attraverso un meccanismo retributivo. Ma l’albero della conoscenza del bene e del male era già presente in Eden prima della trasgressione della coppia originaria degli umani. Il male e la sofferenza non sono dunque realtà metafisiche, ma condizioni di vita, necessarie a preservarla, così come lo scottarsi insegna a preservarsi dal fuoco.

L’altro tema affascinante riguarda la figura di Gesù. La novità del Concilio Vaticano II è stato il riconoscimento di Gesù come ebreo dopo duemila anni di una sua disincarnazione e debraizzazione, che è stato uno degli aspetti nefandi dell’antigiudaismo. Gesù è ritornato così ad essere quello che era, un ebreo che ha portato alle estreme conseguenze la funzione universale della parte rispetto al tutto, che con la sua forza provocatoria e proiettiva è stato pure lui, più un problema che una soluzione, ed è andato oltre al suo popolo, alla cultura e alla famiglia a cui apparteneva. Gesù al pari di Mosè è venuto per dividere e costituire un nuovo popolo di Dio, per circoncidere il cuore oltre che la carne, come stava già scritto in Deuteronomio 10,16. Egli è un nuovo Abramo che istituisce un nuovo patto, un novello Isacco sacrificato e risorto, anche se, verrebbe da aggiungere, questo sguardo su Gesù è ben lontano sia da quello cattolico sino ad oggi, sia da quello ebraico di ieri. Perché è noto che Gesù è citato assai raramente nelle fonti ebraiche dell’antichità, mentre nell’apologetica ebraica medievale è presentato come un trasgressore della legge ed un idolatra.

Ma oltre a questo versante ebraico c’è anche un suo versante ellenistico e pagano che non può essere ignorato. Gesù come Ercole, Dioniso e Romolo è figlio di una donna e di Dio, come Osiride e Dioniso muore e risorge, come Ercole ascende al cielo e possiede anche tratti di Orfeo e di Prometeo.

Certo questa interpretazione di Gesù confligge con il percorso attuale della Chiesa di Ratzinger e questa è la parte più polemica e politica del libro che prende spunto non tanto dal lassismo cattolico nei confronti dell’avventura berlusconiana, così profondamente anticristiana, quanto dalla parabola compiuta dalla Chiesa cattolica, dal riconoscimento dei propri errori alla proclamazione della propria perfezione e supremazia e soprattutto dalla lotta che Papa Ratzinger ha vigorosamente ingaggiato contro il relativismo. Il Papa pretende a questo riguardo dai fedeli un’obbedienza e un assenso irrevocabili, perché la Chiesa, egli dice, è “il corpo di Cristo prolungato nella storia” e come tale afferma ed esprime compiutamente la verità divina. Così nel testo La Chiesa e le colpe del passato, con un ragionamento visibilmente e contraddittoriamente relativistico, Benedetto XVI afferma che non vi è stata una responsabilità della Chiesa, ma solo di alcuni suoi figli, perché si potrebbe parlare di una sua responsabilità solo se si fosse raggiunta la certezza morale che la Chiesa aveva compreso il male contenuto in determinati suoi atti e non lo aveva evitato, il che significa declinare ogni sua responsabilità di ogni suo atto se il senso comune del tempo, cioè qualcosa di assolutamente relativo, non lo avesse percepito come male, e il senso comune di un tempo, com’è noto, dettava quale buona norma di condannare ed ardere i dissidenti e gli eretici.

Ma, tornando al tema di fondo del libro, il problema è che le religioni, se si presentano come fedi, sono incompatibili l’una con l’altra, mentre sono confrontabili come culture. Esse gestiscono le forme simboliche di profonde istanze umane, la paura, l’amore, l’odio il bene, il male, la pace, la guerra, la verità e l’errore, e sopratutto la necessità di un’illusione. Il laico quindi deve tenerne conto ed imparare da esse, perché le illusioni, diceva ancora Leopardi, anche se sono inutili o improbabili aspettative, non si possono ignorare. Il religioso invece potrebbe apprendere dal laico la fatica di dimostrare rispetto alla rassicurazione del credere, le ragioni della ricerca rispetto alle certezze della fede. Così facendo l’uno e l’altro si potrebbero comprendere, confrontare e reggere.

È sufficiente questo sintetico riassunto di alcuni dei temi del libro per coglierne la ricchezza e le feconde aperture. Ho però, per concludere, da porre qualche dubbio e qualche domanda. A me pare che un laico possa facilmente tenere conto o essere colpito o stimolato dal senso del mistero senza venir meno alla sua laicità. Più complicata e difficile sembra la posizione del religioso: come può una religione che si fondi su di una rivelazione, e quindi sulle certezze della fede, metterle in discussione o addirittura prescinderne? Quanto poi all’ebraismo, non tutto il suo pensiero è riconducibile al modello proposto da Levi della Torre. I nostri haredim, ad esempio, non apprezzerebbero una campagna contro il relativismo? Inoltre il rapporto ipotizzato tra laici e credenti non considera un certo tipo di religiosità orientale, penso in particolare al buddismo che, per non essere legato ad una rivelazione, sfugge al tipo di conflittualità di cui parla Levi della Torre, come sfugge anche il misticismo, che è l’unico luogo in cui le lotte di religione si placano e diventano irrilevanti le differenze, perché ogni mistico sperimenta un rapporto personale con Dio, privo di mediazioni sacerdotali, sempre aleatorio e rischioso, che talvolta si affaccia persino sui bordi dell’ateismo.

Emilio Jona

 

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