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La responsabilità della scelta

di Anna Segre
 

Questo numero di Ha Keillah porta in copertina un bel ritratto (opera di Stefano Levi Della Torre) di Primo Levi, che vogliamo ricordare a trent’anni dalla sua scomparsa.

Abbiamo deciso inoltre di dedicare ampio spazio a un altro significativo anniversario “tondo”: questo numero arriverà nelle case a cinquant’anni esatti dalla guerra dei sei giorni. Il nostro atteggiamento di fronte a questa ricorrenza potrebbe a prima vista apparire contraddittorio: da un lato rievochiamo, attraverso i racconti dei testimoni, l’ansia e la trepidazione per Israele (allora condivise anche dal mondo non ebraico) e la gioia per una vittoria rapida e inaspettata nelle sue dimensioni. Dall’altro, come di consueto, ospitiamo contributi che mettono in evidenza problemi anche gravi dell’Israele di oggi: il trattamento dei profughi, la crescente insofferenza verso le voci critiche e, naturalmente, la persistenza di un’occupazione militare che dura da cinquant’anni senza che si possa intravedere all’orizzonte una possibile soluzione.

In realtà la contraddizione non c’è affatto, se consideriamo che anche i testimoni di allora ci raccontano come si desse per scontato che i territori conquistati sarebbero serviti solo come merce di scambio per trattare la pace, che allora appariva imminente. Ed è anche importante ricordare che nel 1967 era in gioco la sopravvivenza stessa di Israele; nessuna critica su temi specifici a governi o personaggi politici israeliani di oggi può mettere in discussione la nostra assoluta convinzione che Israele abbia diritto ad esistere e a difendere il proprio diritto all’esistenza, oggi come nel 1967. Un conto è operare una chiara e netta scelta di campo, un altro è mettere in evidenza difficoltà e magagne nel proprio campo, o prendere atto dell’esistenza al suo interno di divergenze marcate anche su temi rilevanti. Una differenza che sembra non avere ancora capito chi descrive il nostro giornale come “nemico di Israele” o chi prende a pretesto i nostri articoli critici per demonizzare lo Stato di Israele in sé, o metterne addirittura in discussione il diritto all’esistenza.

Operare una scelta di campo significa prendere atto dell’impossibilità di un’equidistanza, significa ripudiare la logica del “ne con… né con…”, che tanti danni ha prodotto nel corso della storia e altrettanti continua a produrre oggi: né con lo stato né con le BR, né con Israele né con Hamas, né con Clinton né con Trump, né con Macron né con Le Pen (andiamo in stampa nell’intervallo tra il primo turno delle elezioni francesi e il ballottaggio e, dati i precedenti della Brexit e delle elezioni americane, i sondaggi in favore di Macron non ci tranquillizzano più di tanto). Anche la sinistra italiana è stata più volte negli ultimi cent’anni divorata da questa sindrome del “né con… né con…” e anche oggi a leggere e ascoltare la violenza di certe critiche ci si domanda fino a che punto si voglia arrivare prima che scatti un minimo campanello di allarme: né con Renzi né con Grillo? Né con Renzi né con Salvini?

Dietro questa logica c’è l’idea che la politica sia pura testimonianza e non assunzione di responsabilità. Come se si vivesse in una torre d’avorio fuori dalla storia, puri e incontaminati dalle sue brutture, liberi di giudicare tutto dall’alto. Leggendo l’intervista di David Terracini a Susan Ruff pubblicata sul numero di dicembre, in cui la Ruff dichiara di aver votato per un terzo candidato, non ho potuto fare a meno di chiedermi come una persona intelligente che crede nei valori della democrazia abbia potuto non sentire la responsabilità di impedire l’elezione di Trump alla Casa Bianca. E se forse tutto sommato si può ancora pensare che la democrazia americana abbia in sé gli anticorpi per sopravvivere a quattro anni di Trump, o magari che Trump stesso non sarà poi così terribile come ha promesso in campagna elettorale, sulla Le Pen in un momento così delicato per il futuro dell’Europa è davvero impossibile farsi illusioni; eppure il candidato di sinistra Melenchon ha scelto di non dare indicazioni di voto per il secondo turno e gli esponenti più in vista del Movimento Cinque Stelle si sono affrettati a dichiarare la propria equilontananza da Macron e Le Pen.

Una posizione che può forse essere compatibile con la mentalità cristiana (la vita come testimonianza, in vista di un aldilà in cui regnerà la vera giustizia) ma che mi sembra incompatibile con una visione laica, e anche con la cultura ebraica, sempre attenta a cercare di stabilire regole pratiche che sono anche gerarchie di valori (con l’obbligo, per esempio, di trasgredire un precetto per salvare una vita umana).

Peraltro i fautori della logica del “né con… né con…” non sempre sono così duri e intransigenti su quelli che dichiarano essere i propri principi: ed ecco che chi non è disposto a perdonare nulla a governi moderati di casa propria, o a Paesi tutto sommato democratici come gli Stati Uniti o Israele, improvvisamente diventa realistico e pragmatico quando si tratta di chiudere un occhio su regimi dittatoriali, persecuzioni di minoranze etniche o religiose, fondamentalismi e massacri vari.

Anche il 25 aprile (simbolicamente proprio il giorno in cui abbiamo chiuso questo numero) risente di questi paradossi. Per un bel po’ di anni ci siamo dovuti preoccupare di chi voleva proporre un’impossibile equivalenza tra i partigiani e i “ragazzi di Salò”. Superata almeno in parte questa moda, ci siamo trovati di fronte ad un’altra insidia: forse anche per colpa del mancato riconoscimento dei valori della Resistenza da parte della destra, la festa della Liberazione ha finito per essere monopolizzata da una sinistra che in realtà pare non riconoscersi affatto nella scelta di chi allora mise da parte differenze ideologiche anche molto marcate in nome della comune lotta contro il nazifascismo. Giustamente ci scandalizziamo quando vediamo non riconosciuto il ruolo della Brigata Ebraica nella liberazione dell’Italia, ma chi ha mai visto sfilare ai cortei del 25 aprile bandiere inglesi o americane? Non solo non le abbiamo mai viste ma possiamo star certi che le bandiere americane sarebbero fischiate anche più sonoramente di quelle della Brigata Ebraica. E allora, se da un lato i fischi alla Brigata Ebraica sono in parte il sintomo di un antisemitismo di fondo presente nella nostra società (e l’antisemitismo è tendenzialmente una delle cose su cui i “duri e puri” sono maggiormente disposti a chiudere un occhio, forse perché, nella loro percezione, riflette l’autentico sentire del “popolo”), dall’altro dovremmo forse essere consapevoli del fatto che la questione del 25 aprile non riguarda solo noi ebrei: si tratta di decidere se vogliamo ricordare chi allora decise che le differenze ideologiche dovevano essere messe da parte in nome dell’antifascismo e della democrazia o se vogliamo invece raccontarci una storia diversa. Anche questa è una scelta di campo.

Anna Segre

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