Prima pagina

 

Diario dei 6 giorni e oltre

di Sergio Della Pergola

 

A cinquant'anni dalla Guerra dei Sei Giorni del giugno 1967 riemergono da un polveroso scaffale delle pagine di diario scritte in quei giorni. Li riproponiamo immutati, con tutto il candore di un ragazzo ventiquattrenne arrivato in Israele sei mesi prima.

 

4 giugno 1967. Sono giorni tremendi di tensione militare e politica. Alla Casa dello Studente dell'Università di Gerusalemme con i pochi studenti ebrei recenti immigrati e i più numerosi studenti arabi che non sono stati arruolati, scaviamo trincee nel campus, riempiamo sacchi di sabbia protettivi, copriamo le finestre di vetro con strisce di carta gommata. La frattura di idee con il compagno di camera che mi è stato assegnato al mio arrivo qui in dicembre - Ibrahim Washahi, sudente di Magistero, da Um-Al-Fahm, provincia di Hadera, proprio sul confine con la Giordania, padre musulmano religioso con due mogli, lui semmai vicino al partito comunista arabo - non potrebbe essere più totale. Abbiamo vissuto per sei mesi nella stessa cameretta di quattro metri per quattro, eppure possiamo dire di avere a malapena superato i sospetti reciproci derivanti dalle nostre diversità fondamentali di arabo e di ebreo, di nato in Israele e nato all'estero, di campagnolo e di cittadino, di figlio di contadini e di figlio di borghesi. Dopo alcuni mesi di studio al mio ulpàn, passiamo dall'inglese all'ebraico. Oggi non siamo più due estranei, ma non siamo neppure due compagnoni. Il sospetto che apparteniamo a due mondi differenti è esploso quando Ibrahim si è accorto finalmente che io non ero soltanto un ingenuo studente italiano, o al più un generico ebreo dell'Europa occidentale, ma un convinto "sionista". Ibrahim pensa che "il Sionismo, in base a quello che si sa, è un movimento a carattere imperialista che, finanziato da capitalisti ebrei della diaspora, tende a usurpare i diritti del Popolo arabo in Palestina". Per me invece, "in base a una precisa realtà, il Sionismo è un'associazione spirituale che tende a ricostituire l'unità del Popolo ebraico in Terra d'Israele, affrancandolo dalle condizioni di schiavitù morale e materiale della diaspora, e ponendosi quindi sul piano di ogni altro movimento di liberazione nazionale".

Questa sera, forse perché la tensione sembra diminuita e la crisi potrebbe scemare, troviamo lo spirito di bere insieme: in camera ci sono anche Mahmud, Yussuf, Mustafa, gli amici di Ibrahim. A mezzanotte, con un bicchiere di tè brindiamo alla futura sorte di Re Hussein: tutti pensiamo che il "piccolo re" sarà la chiave di volta delIa crisi del Medio Oriente.

 

5 giugno 1967. Otto di mattina. A Gerusalemme e in tutta Israele suonano le sirene d'allarme: è la guerra che comincia. Ma Ibrahim ed io siamo stanchi, ognuno dorme beatamente ed avrebbe continuato ancora a lungo, se non ci fossero venuti a svegliare degli amici, eccitatissimi. "È scoppiata la guerra!" "Ma no, rispondo io, è solo una esercitazione". Ma il giornale radio conferma: battaglie vicino a Gaza. Intanto, Ibrahim, si è messo subito il vestito elegante. Forse vuole morire bello. Oppure vuole che i suoi fratelli arabi, schierati sulle colline due chilometri a sud e ben visibili dalla nostra finestra, che la sera prima dalla loro radio avevano minacciato di morte i Sionisti, dunque me incluso, lo trovino in ordine e ben pettinato. In ogni modo, in quel momento non so chi di noi sia più preoccupato. Ibrahim si rimette in pigiama e poi di nuovo il vestito bello: i suoi movimenti sono divenuti totalmente meccanici e irrazionali. Mi chiede se sia meglio tornare al suo paesello o restare a Gerusalemme. Decide di tornare a casa.

Qui a Gerusalemme, la radio annuncia: "Dalle ore otto di stamane violenti combattimenti aerei e di truppe corazzate sono in corso nel deserto del Neghev, al confine con l'Egitto. Un grande numero di aerei nemici è stato avvistato dalla nostra contraerea diretto verso il territorio israeliano. Nostre truppe sono uscite incontro al nemico per respingerne l'attacco". E subito dopo: "Il Generale Weizmann, capo delle Operazioni al Quartier Generale, a norma dell'articolo tale della legge tale dell'anno tale comunica quanto segue: numero uno: Roccia rossa; numero due: La luce del mattino; numero tre: Colpisci Sion!, numero quattro...". Parole d'ordine di richiamo per le unità della Riserva israeliana: la guerra è cominciata. Come andrà a finire? Io avevo detto a Ibrahim: "Per te non c'è problema: se vincono gli arabi, tu sei arabo; se vincono gli israeliani, tu sei israeliano. Per me, invece, c'è una sola soluzione possibile..."

 

7 giugno 1967. Due notti nel rifugio antiareo per me, che sento, nella valle qui accanto, i colpi del cannone, come nelle canzoni della Prima Guerra Mondiale; e i proiettili dei nemici che cadevano sempre più vicini, 200 metri, 50 metri... Sulle nostre teste, gli aerei si inseguono con vertiginosi volteggi, e noi dalle finestre stiamo a guardarli, un po' incoscienti, come al cinema. Vediamo le truppe israeliane avanzare verso sud, conquistare la collina di Har Gilo dove stava la batteria dell'artiglieria giordana, e proseguire verso Betlemme e Hevron. La guerra è stata breve: il pomeriggio del terzo giorno è finita, in pratica, quando la radio interrompendo una musichetta, annuncia: "Un portavoce dell'esercito comunica: abiamo occupato la Città Vecchia! Il Monte del Tempio è nelle nostre mani!" E ancora: "Sharm-e-Sheikh è nelle nostre mani! Ripeto: un portavoce dell'esercito comunica...". Subito dopo la radio, per noi protagonista e amica, trasmette "Yerushalaim shel zahav", Gerusalemme tutta d'oro, la canzone che è diventata un po' l'inno di questi mesi. È militarisno tutto ciò? Che strano "militarismo" quello espresso da una bella melodia. Certo era difficile non commuoversi.

 

8 giugno 1967. Al lume di candela Kol Israel [la radio] trasmette il "Sogno di una notte di mezza estate". Sembra un sogno e si risvegliano le mie vene di poetastro. E capisco come il mio sionismo era incompleto fin'ora. Abbiamo preso la vecchia città. Cos'ha a che fare tutto questo con teorie economiche di eguaglianza sociale e con l'efficienza organizzativa dello Stato d'Israele di fronte ai paesi arabi? Quello che volevamo era solo un Muro. Un muro di fronte al quale piangere, pregare. E ora l'abbiamo. Ora si comincia sul serio con lo Stato ebraico. Cosí gli uomini si muovono e fanno la storia. Il mio amico Ibrahim potrà andare alla Moschea di Omar e vedere i suoi fratelli. La guerra genera la pace. Si chiamerà Milhémet Hanizahòn [La guerra della vittoria], secondo le parole di Moshe Dayan. Dayan non è una figura simpatica, ammetto però che è un capo. E tutti i "volontari", quelli veri e quelli in cerca di un'esperienza, verranno? Riprenderà l'aliyà? Vogliamo creare un grande stato. Vogliamo portare la giustizia nel mondo, vogliamo essere un Popolo di Sacerdoti. In questi momenti non sono parole. Già si canta la vittoria degli Stretti di Tiran. È nata una nuova leggenda. Una nuova pagina di storia ebraica. Il nostro grande popolo continua.

 

13 giugno 1967. Con due amici andiamo nella Città Vecchia di Gerusalemme. Ci avvicinimo alla Porta di Mandelbaum dove si trovava il confine fra le due parti della città. C'è un enorme movimento di mezzi e di persone. C'è una grande esultanza. L'impressione di tutti è che la pace fra Israele e i paesi arabi sia ormai una cosa conseguita. Assieme all'euforia per la liberazione della Città Vecchia e del Muro del Pianto, si pensa che ora che Israele ha dei territori occupati da restituire, gli arabi per riaverli saranno disposti a riconoscere Israele e a fare la pace, e la vita in Israele e nel Medio Oriente finalmente si normalizzerà.

 

15 Giugno 1967. Impressioni del giorno dopo. Con i giornalisti italiani Luca Goldoni, Antonio Savignano e Fabio Isman ai quali faccio da interprete ci muoviamo verso Gaza. Sul bus, mentre si va, un tenente colonnello dice in ebraico a un capitano che siede al mio fianco: "Parla continuamemte con lui. Non perderlo di vista. Ha la macchina fotografica". Poi sguardi d'assenso. Si saprà poi che io ero l'inviato di Ha-Tikwà, regolarmente accreditato. Gaza è una città grande e relativamente nuova. All'entrata la ferrovia aggira la città sulla sinistra da nord a sud. Si vedono tank bruciati (un paio), qualche saracinesca sfondata, tracce di fuoco, vetri rotti. Poche cose. Molte case in costruzione. Un grande cinema. Le strade sono quasi deserte. Poi, cessato il coprifuoco, si riempiono d'incanto di arabi che passeggiano, fanno le compere, si procurano la benzina. E in mezzo a loro tanti soldati. I soldati di questo esercito di quasi straccioni che ha vinto la guerra. La polizia di Gaza: la scritta è trilingue, c'è ancora l'ebraico dal 1948. Il generale Goren, capo dei servizi logistici di Zahal, non il rabbino, una cicatrice sulla fronte, spiega la situazione. Si ode qualche detonazione intorno. Mine disinnescate. C'è qualche resistenza nella zona ma quasi tutti hanno consegnato le armi. Intanto nella sede della polizia egiziana si sono trovati i dossier. Ci sono tutti: c'è la sezione dei comunisti, quella del Baath, quella dei seguaci di Shuckeiri [il capo dell'OLP], e i delinquenti comuni. All'ospedale dei Battisti i medici americani col nome che si somiglia (Doctor Moore, come Moore; e Doctor Morr, m.o.r.r.) sembrano un po' filo-arabi. Cosí il capo dell'ufficio dell'UNRWA, Alex E. Squadrilli, tipo di uomo politico di quart'ordine di qualche stato secondario dell'Unione, il quale crede nel tasso di incremento naturale dei profughi: mortalità 4 per mille, natalità 32 per mille. La distribuzione della farina, dell'olio e dei ceci fa un po' impressione. È il mio primo vero contatto con la fame, se si escludono i "trattori" dei carretti nell'isola di Madera. Ma qui c'è una specie di catena di montaggio. Certo, è una massa di derelitti. Ma forse non tanto. Per lo meno un pasto minimo quotidiano è assicurato. Si pensa alla malafede dei politici. Un dirigente dei servizi di assistenza, dall'aspetto indiano, sta dicendo che "si spera. Questa volta i soldati hanno rubato di meno. Bisogna risolvere il problema dei rifugiati palestinesi. Anche con il governo israeliano ci potrà essere pace". Ma il diritto dei rifugiati di tornare... La moglie di Ted Lurie del Jerusalem Post, deliziosa signora inglese svanita, dice a un ufficiale: "È incredibile, certe pretese...". L'autista dell'UNRWA sa l'inglese. Dice che dovrà esserci pace. Lui vuole tornare a Giaffa. La sua casa è a Giaffa. Ma, penso io, se fosse a Giaffa, farebbe l'autista dell'UNRWA? Donne beduine, vestite di lilla e di nero accanto ai muri bianchi di calce. A 30 km. a nord c'è il nuovo porto di Ashdod. È vero, ci sono i capitali, gli investimenti. Ma è anche una questione umana, o politica. O tutt'e due.

A Atlit, a sud di Haifa, c'era un campo di immigranti nel 1948. Nelle stesse ma'abaròt [baracche] ci sono ora migliaia di prigionieri egiziani. Aluni feriti anche orrendamente, con ustioni, sono curati da medici ebrei e infermieri egiziani. Gli ufficiali hanno una casa a parte. I soldati prigionieri egiziani hanno un fisico strano. Nasser ne sembra il prototipo. Sembrano dei grossi cani cui manchi un briciolo d'intelligenza. Cosí come il loro esercito doveva essere una parodia di un vero esercito. Con le armi russe che avevano. Alla conferenza stampa il generale Mahdi, uomo dell'artiglieria, dice del buon trattamento. È pronto a riferire al Cairo? "Sarà mio dovere". "L'attacco è stato israeliano". "Tecnicamente", dice il giornalista Savignano. "Tecnicamente" dice Mahdi. "La superiorità aerea è stata determinante. Io ho ricevuto ordini determinati e li ho eseguiti. Non posso giudicare i miei comandanti superiori, né le decisioni di tipo politico". È stato in Russia nel 1961. Sa il russo. L'addestramento sovietico è buono ma forse inadatto alle condizioni di questa guerra. Sa l'ebraico? Sorride e dice "No". Non l'ha imparato in tre campagne, nel 1948, nel 1956 e oggi. Non sarà per caso un finto generale messo lí a scopi turistici? Pare proprio di no. Arrivano i prigionieri. C'è anche un gruppo di civili, ex-dipendenti dell'ONU. Ma il loro contratto di lavoro scadeva il 31 maggio. Ciò appare alquanto rilevante a un incredibile giornalista ebreo americano, produttore di informazione. Arrivano i prigionieri a camionate. Facce grige, rapati a zero. Uno prega prostrato a terra. O lo tengono cosí perché lo hanno beccato a fare qualche infrazione? Arriva un soldato giovanissimo con una gamba sfracellata. Io lo farei passare per primo all'infermeria. Invece dovrà fare una lunga coda. Usciamo al campo.

A Benyamina c'è un ottimo gelato. Ci sono migliaia di immagini e di sensazioni che mi ricordo e che sono in grado di riprodurre nella fantasia. Forse però non è un vantaggio. La differenza fra me e un nazionalista arabo è che i fatti possono indurmi a cambiare opinione. All'arabo no.

 

20 giugno 1967. Certo questa storia del diario di un diario è un vecchio espediente letterario. Però quante bugie! A parte la necessità di fissare alcune idee, non tutte peregrine, qui a volte si legge una consapevole deformazione del vero. Per quanto io sia contrario alle commemorazioni, mi sono riletto le pagine che avevo scritto un anno fa. E ho tratto una strana e lontana impressione. Da un lato c'era un'aria di estate, di rilassamento piacevole, di bel tempo, di gite al lago, di gelati serotini, di disimpegno, anche di gioia di vivere. Dall'altro c'era un vago senso di angoscia per gli esami ancora da dare, per la tesi da scrivere, per la necessità di chiudere ormai un capitolo troppo lungo della mia vita. Oggi mi pare che le prospettive siano ben diverse. Siamo perfino passati attraverso una guerra, per quanto la sua brevità ne abbia fatto solo un episodio esplicito in un processo di chiarificazione che stava andando avanti per conto suo. A distanza di un anno siamo in un mondo diverso, meno rinfrescante e decadente, più vicino alla Resistenza, come spirito e come problematica. Ho l'impressione che però dovrò verificare in pratica che fra me e la vecchia vita milanese ci sia ormai una profonda frattura. Quello che mi piacerebbe è che si ricostituisse, qui, il club di amici che costituiva un ambiente non privo di pregi a Milano. Qui, però senza i suoi difetti connaturati all'ambiente italiano. Le notizie di gruppi, di coppie, di singoli che si accingono a venire qui sono positive. Ma tutti costoro dovrebbero trovarsi un ruolo definitivo e produttivo in questo Stato. Non è facile. Di generici liceali non c'è molto bisogno. C'è bisogno semmai di pionieri agricoli che fondino nuove fattorie e ci rimangano. C'è bisogno di fisici e di chimici. Di capitalisti e di poveri (tanti). C'è anche bisogno di buoni architetti. L'accento, comunque, va messo sull'impegno preciso e non generico. Qui la situazione è simile a quella del 1948. Si ricomincia, signori e signore. Intanto è chiaro che se un giorno sarò di nuovo capace di militare in un partito politico, sarà in un patito israeliano. Come si potrebbe farlo altrove? Con quale identificazione? Qui l'identificazione degli interessi è immediata. Quella degli uomini verrà.

 

2 luglio 1967. Conversazioni con Ibrahim. Non ci siamo più visti per un mese. È ritornato, un po' dimagrito, teso. Strette di mano. È più schivo, evita di mangiare con gli altri nella cucina comune, preferisce restare in camera da solo. Quando abbiamo tentato uno scambio di vedute su ciò che era successo, abbiamo constatato di essere ancora più lontani di quanto non fossimo prima. Dice che durante il viaggio verso casa il 5 giugno, poliziotti e viaggiatori ebrei lo hanno infastidito con il loro sarcasmo (nel frattempo ebrei venivano massacrati in Libia e in Egitto: una differenza di misura). Ibrahim la guerra l'ha seguita per radio, ascoltando i misurati bollettini di Kol Israel e le menzogne di Radio Cairo ("Tel Aviv rasa al suolo, Haifa è in fiamme") e cominciando forse a nutrire qualche dubbio sulla veridicità della propaganda propinata quotidianamente dagli amici di Nasser. Di chi la colpa della guerra?

S: "Di Nasser!".

I: "No, di Israele".

S: "Ma Nasser ha chiuso gli Stretti di Tiran contro ogni regola del diritto internazionale".

I: "Israele è il nemico: al nemico non si applica il diritto internazionale".

S: "Allora Israele aveva ogni diritto di farsi giustizia con la forza".

I: "No, ciò è contro le risoluzioni dell'ONU".

E con discorsi di questa fatta e di tanta logica, passiamo infinite ore e giungiamo a una tale tensione che lui mi toglie il saluto per qualche sera. Poi abbiamo parlato meno di guerra e più dei suoi problemi di ragazzo di campagna che in città si è trovato bene e che, fatalmente, sarà costretto a tornare al ruolo scomodo di piccolo intellettuale di villaggio. E ci siamo capiti meglio.

S: "Ma a casa tua come va?".

I: "Tutto bene, più di 300 ospiti. A casa avevano paura, ma poi ho visto che tutto qui è normale. Molti si sono mossi per andare a vedere Tel Aviv. Forse pensavano per davvero che fosse stata distrutta".

S: "Che ne pensi di quello che è successo?".

I: "Sapevo che me l'avresti chiesto al primo momento e mi ero già domandato che risposta dare. Non ho idea perché non ne so abbastanza. E preferisco non saperne abbastanza per non avere idea (citazione di Moshé Sneh). Ho già visitato i miei parenti nella Gadàh Maaravít [Cisgiordania]".

S: "Contento?".

I: "Contento? Scontento. Ho parlato, lí, con tanti intellettuali. Non sono d'accordo fra di loro. C'è chi dice che Hussein è un cane. Non ha dato armi ai palestinesi per fare la guerra. Li ha mandati a morire. C'è chi dice che è meglio Israele che la Giordania. Io sono rimasto sconvolto. In caso di alternativa preferirei un governo arabo. C'è chi incolpa Nasser perché ha fatto la guerra senza essere pronto".

S: "Ma l'accordo Nasser-Hussein come è stato giudicato?".

I: "Con favore e speranza da tutti. Ma c'è stato un attacco improvviso di Israele, sei d'accordo?".

S: "No. Penso che il primo colpo sia stato sparato dagli egiziani; sia pure dopo un movimento strategico israeliano".

I: "Io ho seguito informazioni obiettive: la BBC in arabo. Ebbene: Israele ha iniziato la guerra distruggendo 25 areoporti egiziani. Come potevano gli egiziani vincere senza l'aviazione? Come avrebbe iniziato l'Egitto senza aviazione?".

S: "L'Egitto ha mentito e ignorato notizie molte volte di questi tempi".

I: "Nasser era pronto ma i soldati sono stati presi di sorpresa".

S: "Nasser ha dichiarato la guerra".

I: "Sí, è vero. C'è una contraddizione. Io penso che gli Stretti di Tiran siano acque territoriali egiziane. Ma Nasser ha sbagliato nel fare la guerra, se non era pronto. Io e mio padre lo abbiamo criticato. Ma ha ammesso il suo errore, alla televisione. Ha detto che la responsabilità era solo sua. Si è dimesso. Io e il 99% degli arabi abbiamo pianto".

S: "Ma poi non si è dimesso".

I: "Perché il popolo lo ha rivoluto".

S: "Su 30.000.000 di egiziani ne saranno sfilati 100.000".

I: "Erano anche a Beirut, dappertutto. Tutto il popolo arabo vuole lui e solo lui. Ha voluto dimostrare che ora gli arabi sono forti, più che nel 1956".

S: "È una politica da bambini".

I: "È vero, è stato uno sbaglio, ma voi siete occidentali, non capite".

S: "È stata una guerra socialista quella di Nasser?".

I: "Risulta ora che l'esercito egiziano fosse in gran parte diretto dai quadri dell'epoca di Faruk. Sono stati sostituiti questi ufficiali solo dopo la sconfitta. Dunque la riforma socialista di Nasser non era stata spinta fino in fondo. Si può sostenere che la guerra, in cui sono entrati fattori politici ma anche fattori puramente militari, sia stata un'operazione degli uomini dell'ancien regime".

S: "Allora la guerra è stata un'operazione reazionaria. Per cui cambiati gli uomini in senso socialista, dovrebbero cambiare anche le linee della politica militare. La logica e la coerenza lo vorrebbero. Il socialismo nella sua manifestazione di ideologia internazionale ha una tradizione, non solo parolaia, di pacifismo. Pertanto una più spinta riforma socialista in Egitto dovrebbe portare alla pace con Israele".

I: "Lo escludo. Più sono socialisti gli arabi, più sono estremisti contro Israele. Questo è il socialismo arabo, cosí come c'è quello cinese e quello sovietico".

 

Fine luglio 1967. Lascio la casa dello Studente e con due amici vado a stare in un apartamentino affittato in centro. Mi accomiato da Ibrahim, siamo alla conclusione. Nonostante tutto, nonostante l'impossibilità di compromesso, la nostra è stata un'utile esperienza. Ognuno dei due ha conosciuto un poco il mondo dell'altro, pur senza accettarlo, e, inevitabilmente, dovrà tenerne conto nelle proprie prese di posizione future. Può darsi che lui, vedendo un sionista in carne ed ossa, abbia cessato di pensare ai sionisti nei termini delle mostruose caricature della stampa egiziana e siriana. Può darsi che io, avendolo sentito raccontare le vicende della sua famiglia, abbia preso una coscienza più realistica del problema dei profughi palestinesi. Lui e io, insomma, potremmo essere, domani, due cittadini un po' migliori. Due cittadini migliori in uno stato ebraico che si chiama Israele.

Sergio Della Pergola