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Torino 1967

 

di Beppe Segre

 

Il 16 maggio Nasser comincia ad ammassare truppe nella Penisola del Sinai, lungo il confine israeliano, il 19 maggio espelle le forze delle Nazioni Unite da Gaza e dal Sinai, il 22 maggio chiude alle navi israeliane gli stretti di Tiran. Il 26 maggio pronuncia alla radio un bellicoso discorso in cui afferma di essere pronto alla guerra, che sarà “totale e si porrà come obiettivo la distruzione di Israele”. Il 30 maggio la Giordania e l'Egitto firmano un patto di mutua difesa. Il 31 maggio, dietro invito giordano, l'esercito iracheno comincia a schierare truppe e unità corazzate in Giordania, con un successivo rinforzo di un contingente egiziano.

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Lo scontro appare inevitabile. Non è passata una generazione dalla fine della guerra mondiale e gli slogan del Presidente egiziano, che minacciano morte e distruzione, suscitano orrore in chi non ha dimenticato la tragedia della Shoà. La popolazione italiana, in larghissima maggioranza, trepida per il diritto all’esistenza del giovane Stato di Israele, minacciato e assediato dai potenti eserciti degli stati arabi, ed esprime in ogni modo solidarietà e simpatia.

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A Torino, come in tutte le Comunità italiane, gli ebrei organizzano veglie di preghiere e dibattiti pubblici, raccolgono aiuti economici e materiale sanitario, i giovani si preparano ad andare in Israele ad aiutare, non si sa ancora bene in quale forma. “Il cuore dei torinesi - scrive la Stampa - è nella terra dove i superstiti del ghetto di Varsavia lottano perché i loro figli nati e cresciuti in Palestina non conoscano più l’antico dolore di una gente mille volte perseguitata e mille volte dispersa”.

A Torino una prima grande manifestazione si svolge nell’Aula Magna dell’Università il 29 maggio, organizzata dall’Associazione Italia - Israele. Dopo il Rettore dell’Università, che è anche Presidente della Sezione torinese dell’Associazione, e che dà lettura delle numerosissime adesioni ricevute, tra cui quella del Sindaco di Torino, prende la parola il professor Carlo Casalegno, ex-partigiano e giornalista, che analizza e condanna il “fanatismo razziale religioso che si vanta di educare i figli all’odio fino a quando Israele esisterà”, proclama il diritto di Israele all’esistenza e conclude così: “Israele è l’unica vera democrazia del Medio Oriente e per noi Israele è uno Stato - Santuario dove i perseguitati hanno trovato rifugio e speranza creando una meravigliosa generazione. Israele è una frontiera anche nostra. Una frontiera che tutti gli uomini civili sono impegnati a sostenere e difendere”.

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La sera del 31 maggio, alla vigilia di una giornata di digiuno e di preghiera, la Comunità organizza una manifestazione di solidarietà per Israele. I partecipanti, migliaia, sono così numerosi che il tempio grande non è sufficiente a contenere tutto il pubblico, che dilaga nell’atrio e nella strada. Sono presenti il sindaco di Torino, prof. Grosso, il Presidente della Provincia avv. Oberto, il Rettore dell’Università prof. Allara, sacerdoti cattolici, pastori valdesi e della Chiesa ortodossa, esponenti della cultura, politici, ex-partigiani, rappresentanti di tutti i partiti. Il Rabbino Capo, Rav Sierra zl, così si esprime: “Ancora una volta il popolo della pace è chiamato al doloroso e angoscioso dovere di impugnare le armi per difendersi dal fanatismo del mondo arabo che, fin dal 1948, s’è mostrato incapace di comprendere la nuova realtà di Israele, manifestando oggi un’esasperata volontà aggressiva”.

 

 

Primo Levi esprime un’angoscia profonda che “ha radici lontane, in ricordi mai scomparsi di luoghi che non devono più esistere, di esperienze e violenze che speravamo cancellate dalla storia della civiltà. Ma a questi ricordi si sovrappongono parole recenti, che credevamo estinte: “Vinceremo con l’aiuto di Dio, stermineremo il nostro nemico”. Non esiste bestemmia peggiore. … Non esiste situazione politica per cui un paese deve essere distrutto, un popolo sterminato… Israele deve vivere perché deve vivere ogni paese e ogni uomo ... A Israele si chiede semplicemente di cessare di esistere. Per Israele, per noi, queste parole hanno un suono sinistro: in anni non lontani questa minaccia è stata formulata e poi metodicamente eseguita.”.

Intervengono il prof. Alessandro Galante Garrone, colto per l’emozione da un lieve malessere, il Rettore che porta l’adesione di tutto il mondo universitario, il Sindaco, che tra l’altro dice: “Israele ha tutta la solidarietà degli uomini liberi. L’affermazione di Nasser - Sferreremo il colpo dove e quando vorremo - è un crimine e come tale deve essere considerata da tutti”. E poi esprimono solidarietà i rappresentanti di tutti i partiti, dell’associazione mazziniana, di Giustizia e Libertà, di altre associazioni culturali, e delle associazioni studentesche. Parla anche il rappresentante del PCI che pur allineandosi alle posizioni del partito (ricordo bene i mormorii di protesta da parte del pubblico, subito troncati dal Presidente dott. Sion Segre Amar) riafferma il diritto di Israele alla piena indipendenza nazionale.

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Poi, nell’angoscia per quanto potrà succedere, ma anche con fierezza, ci si comincia a organizzare.

Le istituzioni ebraiche hanno costituito la “Campagna Unita di emergenza” facendo appello a tutti gli ebrei: “Ognuno deve fare come se dal suo contributo dipendesse la sopravvivenza di Israele”.

Presso i locali della Comunità opera un gruppo di volontari, ragazzi del CGE e persone meno giovani, a raccogliere offerte di denaro e di medicinali, dichiarazioni di simpatia e disponibilità ad andare in Israele per il servizio di volontariato civile. Particolarmente preziosi eventuali medici e infermieri. A chi porta un aiuto si consegna, in segno di ringraziamento e di amicizia, un adesivo con la scritta “Io aiuto Israele”. Molti espongono l’adesivo sul vetro posteriore dell’automobile: si è orgogliosi di aiutare Israele, di stare dalla parte di chi è minacciato da nemici prepotenti, e di farlo sapere. Alcuni si offrono di ospitare nella loro casa bambini e vecchi, ma l’offerta è respinta: da Israele nessuno vuole venire via.

 

 

La Stampa intervista i cittadini che si presentano: chi ricorda persone care deportate, chi aiuta Israele perché è un piccolo paese minacciato da 100 milioni di arabi, chi racconta di avere fatto un viaggio, visitato kibbutzim e visto rifiorire il deserto, chi per gratitudine al dottor Sabin che ha realizzato il vaccino antipolio e l’ha donato all’umanità, chi in memoria di Anna Frank; ci sono bambini che hanno aperto il salvadanaio per portare i loro risparmi, arrivano partigiani che avevano vent’anni nel 1945 e vorrebbero partire subito, nonostante l’età. Viene anche l’eroico parroco di Borgo San Dalmazzo, Don Raimondo Viale, che consegna un’offerta, chiede di poter vedere il tempio e dice “Pace”. Arrivano alla Comunità tantissime lettere, telegrammi, telefonate per esprimere affettuosa solidarietà e condividere le preoccupazioni per cosa potrà succedere.

I dirigenti della Croce Rossa e della Banca del Sangue, e i rappresentanti della Città e della Provincia, della Camera del Lavoro e dell’Unione Industriali costituiscono un Comitato di Soccorso per concordare un piano di solidarietà.

Si lancia una campagna per la raccolta di medicinali e materiale sanitario. In Piazza San Carlo e in Piazza Carlo Felice stazionano le autoemoteche per raccogliere donazioni di sangue, che vengono trasformate in plasma dai tecnici della Banca del Sangue e trasferite in Israele con aerei della Croce Rossa.

Si mettono in coda a dare il sangue fino a 600 persone al giorno, di ogni condizione sociale e opinione politica, c’è chi è venuto apposta da fuori Torino. Non possono essere accettati alcuni minorenni, nonostante cerchino di barare sulla loro età; una signora anziana protesta: “Sono stata una partigiana combattente, possibile che ora non possa donare il sangue per i feriti?”

La Stampa pubblica la foto di Primo Levi, steso sul lettino dell’emoteca, in primo piano il braccio con il numero tatuato.

Il 7 giugno da Fiumicino parte il primo gruppo di 162 volontari, di diverse nazionalità e fedi religiose, tra cui una ventina di italiani, per la maggior parte studenti, per prestare servizio civile, altre centinaia partiranno sulle navi della ZIM nei giorni successivi.

Tramite un’intervista sulla Stampa, Rav Sierra ringrazia tutti: “Aver riscontrato tanta comprensione, tanto affettuoso slancio verso Israele minacciato di distruzione ci riempie l’anima di riconoscenza e di gioia. Vuol dire che gli italiani hanno capito che nella terra promessa si sta costruendo qualcosa che deve essere salvaguardato da tutti quelli che hanno a cuore il progresso e la dignità dell’uomo”.

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La sera del 13 giugno - sono passate solo due settimane dalla serata di solidarietà nel Tempio grande, e l’incubo fortunatamente si è dissolto - in occasione di Shavuòt la Comunità apre nuovamente il Bet Hakeneset alla cittadinanza, questa volta per una cerimonia di ringraziamento per la cessazione delle ostilità. Il tempio è affollato di cittadini a riconfermare ancora una volta la solidarietà verso il popolo di Israele e la gioia per la vittoria. Il Presidente dott. Segre Amar esprime ai cittadini torinesi il ringraziamento della Comunità.

Commosso e profondo il discorso del Rabbino Capo Rav Sierra che riafferma con calore che” la vera gloria di Israele non è quella che si conquista con le armi, bensì quella che si realizza mediante l’attuazione in questo mondo dell’unità di Dio attraverso l’unità degli uomini nel Bene, nella Giustizia e quindi nella vera Pace”.

Sui giornali ebraici iniziano a comparire pubblicità di viaggi: ora più che mai visitate Israele, venite a festeggiare in Israele la Vittoria di Israele, usate le linee aeree israeliane EL AL per Israele e per Teheran …

Emerge anche qualche contrasto politico: nel primo Consiglio Comunale dall’inizio della guerra i partiti non riescono a convergere su un documento unitario; una dichiarazione di un consigliere del PCI contro i dirigenti di Israele provoca vivaci polemiche.

I volontari sono impegnati per tutta l’estate in lavori agricoli nei kibbutz o nelle foreste del KKL per la pulizia degli alberi bruciati e per la potatura. Alcuni ne approfittano per incontrare parenti e amici che già vivono in Israele, tutti ricordano questa esperienza come una grande occasione, anche per la possibilità di conoscere ragazzi israeliani e volontari provenienti da tutto il mondo.

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Mi capita di rileggere oggi un articolo di Ferdinando Vegas, autorevole studioso di politica internazionale, pubblicato sulla Stampa del 10 giugno 1967: il titolo, profetico, è “Più difficile della guerra è la conquista della pace”.

Beppe Segre

 

 

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