Storie di ebrei torinesi

 

I ragazzi del '67

Intervista ai volontari

 

A vent’anni la giovinezza esalta la spinta ideale che fa maturare le decisioni. I “ragazzi” che nel 1967, sull’onda delle forti emozioni suscitate dalla “guerra lampo” tra Israele e i vicini stati arabi, hanno deciso di recarsi come volontari per aiutare il giovane stato ebraico, rievocano con emozione i ricordi dell’estate 1967.

 Ada Fubini, Nadia Yedid, Gianfranco Accattino e Ferruccio Nizza (solo alcuni dei numerosi giovani che decisero di partire) raccontano l’atmosfera di quei giorni: la trepidazione per le sorti dello stato ebraico minacciato su tre fronti, la partecipazione della popolazione che affluiva nei locali della Comunità ebraica a portare solidarietà e aiuti materiali, come medicine e indumenti, l’accavallarsi di notizie, quelle dei telegiornali e quelle di parenti e amici che, avendo fatto l’alià (“salita” in Israele), aggiornavano continuamente sulla situazione.

Certamente era impensabile un contributo “militare”, ma si poteva essere di grande aiuto andando a sostituire nei kibbutzim i giovani partiti per il fronte e lavorando al loro posto nei campi o in altre attività in cui potessero rendersi utili.

I gruppi giovanili e la Sochnut (agenzia ebraica) organizzavano il viaggio dei volontari, ma alcuni partirono di propria iniziativa avendo parenti e amici in kibbutzim che si erano resi disponibili all’accoglienza. Le famiglie non fecero opposizione, perché ormai la guerra era finita, si era già nel mese di luglio, e non vedevano particolari pericoli per i figli.

Nadia Yedid, che allora aveva 19 anni, racconta così il suo viaggio, intrapreso con altri giovani: Siamo partiti per Israele in nave. Grandissima l'emozione nel vedere Haifa avvicinarsi: ero veramente commossa. Appena sbarcata avevo la sensazione di essere in un luogo famigliare, sarà stata la luce intensa ed il caldo che mi ricordavano le mie radici (Nadia era profuga dall’Egitto dal’56). Mi sarei messa a piangere se non fosse stato che mi vergognavo davanti agli altri..

Siamo stati accolti in un centro da dove ci hanno poi smistati ed io sono andata a Nir David nel kibbutz di mio fratello. Ero alloggiata, unica italiana, con un gruppo di ragazze svizzere. All'arrivo c'era il responsabile dei volontari ad accoglierci e poco dopo mi sono divertita a notare che ragazzi del kibbutz si avvicinavano discretamente per vedere le nuove arrivate.

Sono rimasta in kibbutz per quasi tre mesi ed è stata un'esperienza intensa ed arricchente.

 

Abbiamo fatto diversi lavori, dal collaborare per sradicare le viti di una vecchia vigna alla raccolta delle olive. Mi è piaciuto molto anche lavorare nel hadar hochel (grande sala da pranzo comune) sia del kibbutz che del centro scolastico che raccoglieva i ragazzi di vari kibbutzim della zona. Ero molto interessata a capire i rapporti tra le persone di una comunità qual'era quella del kibbutz, la serietà e l'impegno nelle attività lavorative, il forte controllo sociale sul rispetto delle regole ma anche la facilità con cui si creavano pettegolezzi e inimicizie.

Piccolo aneddoto. Nel mese di agosto era venuto a trovarmi Enrico Luzzati, mio futuro marito.

Una sera avevamo passeggiato a lungo fino a tardi fino ad un laghetto che si trovava non lontano. Non avevamo incontrato assolutamente nessuno ma il giorno dopo mio fratello mi chiese che cosa ci facevamo a Sachne (il laghetto) a mezzanotte. Chiaramente ci avevano visto le persone che facevano la guardia e avevano sentito il bisogno di raccontarlo a mio fratello...

Ada Fubini di quei giorni ricorda l’angoscia e la preoccupazione:andammo a donare il sangue in piazza Carlo Felice. Io ero in corrispondenza con la mia amica Mariella Ortona, che stava nel kibbutz Ein Hamifratz, vicino ad Acco e che mi dava notizie sulla guerra. Avevo 21 anni. Io e Gianfranco (Accattino, futuro marito di Ada) abbiamo deciso di dare una mano, sostenuti da Mariella che pensava fosse utile. Partiti a Inizio agosto, ci siamo fermati circa un mese. L’accoglienza iniziale fu tiepida, erano diffidenti verso i volontari, che erano circa una ventina: per lo più venivano da Gran Bretagna, Belgio e Francia, e si erano mostrati poco inclini al lavoro. Per noi fu diverso, eravamo venuti su richiesta di Mariella, che non era ancora membro del Kibbutz ma vi risiedeva da due anni, e ci mostrammo più motivati sul lavoro. Ho raccolto frutta, in seguito ho lavorato in uno scatolificio. Gianfranco, che lavorava nell’allevamento ittico, dormiva in camerata con altri due o tre, io in una casetta di legno con una cameretta mia. Erano le “case storiche” del kibbutz, poi abbandonate dai residenti. Sveglia alle quattro, lavoro fin verso mezzogiorno; al pomeriggio piscina, mare, lezione d’ebraico, visite guidate. Il nostro kibbutz era del Mapai, socialista: ci hanno portato col camion in giro a visitare Israele, il Neghev, la frontiera col Libano, ma non nei territori. Era tranquillo anche se eravamo vicini al confine col Libano. Era un kibbutz grande, ben strutturato. Alcuni parlavano italiano, uno era interessato a un macchinario per la fabbrica di scatole: è venuto in Italia, ha fatto finta di volerla comprare poi quando è tornato nel kibbutz l’ha costruita.

L’atmosfera era simpatica, gli abitanti venivano da paesi dell’est, parlavano yiddish. In nostro onore hanno cucinato spaghetti conditi con zucchero e polvere di cioccolato. Abbiamo fatto buon viso sorridendo e facendo finta di apprezzare. L’ultimo giorno abbiamo organizzato uno spettacolo per ringraziare.

Chiedo se ricordano che nei kibbutzim si piangessero vittime della guerra e Gianfranco Accattino ricorda che a Ein Hamifratz c’era stato un morto, un ufficiale dell’aviazione.

Riaffiorano altri ricordi: Erano stati bombardati i silos del mangime perché i siriani pensavano che fossero le raffinerie di Haifa: finita la guerra hanno mostrato a un ufficiale siriano prigioniero che cosa avessero in realtà bombardato… Gli abitanti del kibbutz erano soliti ironizzare sull’incapacità del nemico.

Quando finivamo di lavorare con i pesci non facevamo la doccia ma ci lavavamo in uno dei laghetti dove l’acqua era meno fangosa: conservare addosso l’odore del pesce era segno di virilità!

Un giorno passarono due aerei a volo radente (si vedevano i piloti!), chiedemmo a Uri, il tutor, che aerei fossero. Risposta laconica “I nostri, altrimenti saremmo già sott’acqua!”.

 

Ferruccio Nizza per un mese ha gestito la raccolta di medicine e vestiti in comunità, per poi partire ai primi di luglio con un viaggio in nave organizzato dalla Sochnut (Agenzia Ebraica). La mia tessera di volontario della Sochnut ha la data del 5 luglio. Quel giorno siamo andati prima a Milano, per raccogliere altri volontari, poi a Venezia: da lì in nave verso Atene e poi Haifa. Il viaggio fu deludente rispetto alle mie aspettative: io ero mosso da un ardore ideale e avevo l’impressione che i miei compagni vivessero l’esperienza come se fossero in crociera, Erano circa 60 persone, per più di metà di loro era una vacanza..

Da Haifa ci portarono in una casa di riposo a Zfat (storica cittadina nel Nord di Israele). L’impressione fu che non sapessero esattamente come utilizzare i volontari.

Il KKL ( Keren Kayemeth LeIsrael, Associazione no profit fondata nel 1901, si occupa dello sviluppo, della bonifica e del rimboschimento della Terra d'Israele) ci portava nei boschi bombardati a ripulire dai rami bruciati, poi a potare le piante. Dopo 5 o 6 giorni così, mi sentivo fuori posto: al primo shabbat sono andato al kibbutz di Givat Brenner vicino a Rechovot, 30 km a sud di Tel Aviv dove avevo dei conoscenti e dove c’erano altri volontari del Sudafrica. L’atmosfera era diversa, migliore che nel gruppo originario: lavoravi per sostituire i membri impegnati sotto le armi. Sveglia all’alba, 3 o 4 ore al lavoro nei frutteti, riposo nelle ore più calde e lavoro verso sera. Abbiamo zappato dove c’erano le piantine di pero appena piantate. Subito dopo ferragosto ho chiesto di tornare.

Chiedo a Ferruccio se era stato in precedenza in Israele: Ero andato per turismo nel ‘62: non ho notato particolari cambiamenti, la cosa più eclatante è che nel 62 siamo arrivati fino al confine con la Giordania, per cui Gerusalemme era divisa in due. Invece nel ’67 arrivavi da un vicolo, sbucavi tra macerie di case e ti trovavi davanti il Kotel! Un’emozione straordinaria. In qualche modo la costruzione della spianata come la possiamo vedere ora, ha tolto emozione, sembra di essere a teatro.

Sia Ferruccio che Gianfranco hanno potuto visitare alcuni territori giordani appena occupati e raccontano i loro ricordi e le loro impressioni.

Ferruccio. Ho fatto giri organizzati nei territori, sono andato a Hebron, ho visitato la grotta dei Padri e Madri di Israele, Ramallah, Sebastia. Quando arrivavano i pullman, i bimbi si accalcavano gridando “Kullubelira - Tutto per una lira”. Volevano vendere qualunque cosa. Non si respirava una particolare tensione. I segni della guerra erano automezzi e carri armati distrutti lungo la strada.

Gianfranco Accattino: sono stato, oltre che naturalmente a Gerusalemme, a Betlemme, a Gerico e anche oltre. Ho visto da lontano le alture del Golan, con dei kibbutznikim di Nir David
che, mentre mi portavano verso Tiberiade, me le indicavano dalla jeep dicendo con orgoglio "Adesso lassù ci siamo noi!".

In Cisgiordania ci sono andato con uno dei volontari di Ein Hamifratz, un inglese di nome Jeremy. Abbiamo preso un taxi a Gerusalemme. L'occupazione di Gerusalemme aveva messo in crisi i tassisti arabi, che vivevano di viaggi ad Amman. Soluzione levantina: gli israeliani lasciavano girare i taxi per stradine secondarie aggirando Gerusalemme fino a riprendere la strada di Amman. Il tassista era contento perché poteva alzare il prezzo facendo credere che si stava prendendo un rischio, gli israeliani erano contenti perché comunque controllavano la strada principale.

Siamo arrivati a Gerico. Visita alle mura, e poi, da totali incoscienti, ci siamo fatti portare al ponte Allenby. Il ponte era transennato e presidiato da un unico soldato israeliano, un sefardi nordafricano che, in perfetto francese di banlieue, ci ha apostrofati così, ridacchiando: "Teste di c…, lo sapete che qui c'è stata una guerra? E allora levatevi dalle p…!". Come peraltro previsto, l'abbiamo salutato e ce ne siamo tornati indietro.

Quanto a Betlemme, non mi ricordo come e con chi ci sono arrivato. Sono solo certo che con me c'era un'ebrea londinese di forme abbondanti da me soprannominata Manzotin. Ci siamo presentati all'ingresso della chiesa della Natività. Una fila lunghissima di visitatori, perché sulla porta della chiesa c’era un pope barbuto e nerovestito che controllava e giudicava i centimetri quadrati di pelle nuda dei visitatori e soprattutto delle visitatrici. Manzotin aveva un paio di calzoncini dai quali fuorusciva quasi tutta la sua abbondanza anteriore e posteriore. Io le dissi: "È inutile che ti fai tutta questa coda per farti alla fine cacciare dal pope, lascia perdere." Lei sorride "Let me try...". Arriviamo davanti al pope, io la copro, forse il pope si distrae, sta di fatto che sgusciamo nel buio pesto della sala che introduce alla basilica. Manzotin sorride trionfante "Did you see?" e si avvia. In quel preciso istante si fa avanti un soldato israeliano che senza parole, con  un solo gesto rivolto alle sue abbondanze, la caccia indietro. Israele voleva dimostrare al mondo che si faceva carico, più di prima e meglio della Giordania, del rispetto dei luoghi sacri di Terra Santa.

E così solo io ho potuto entrare e assistere allo spettacolo dei fedeli che si inginocchiano a baciare una stella d'argento infissa nel pavimento a indicare il punto esatto in cui nacque Gesù, come sta scritto nei vangeli di Matteo e Luca.

Mi interessa sapere se nei kibbutzim si affrontava il tema del “dopo”, se c’erano già discussioni sulle future decisioni politiche legate ad una situazione territoriale completamente modificata dalla guerra.

Ferruccio: non venivano fatti discorsi di carattere politico sul futuro. In kibbutz si discuteva e c’erano divergenze di opinioni, chi pensava a un’occupazione temporanea e chi all’annessione. Non erano ancora chiare le problematiche. Io mi rendevo conto che l’occupazione avrebbe creato problemi e propendevo per un ritiro dai territori: non Gerusalemme, la cui divisione per me era ed è impensabile.

Ada ricorda che ad Ein Hamifratz si parlava del dopo, anche se era difficile comunicare perché molti non parlavano inglese. L’idea era “la guerra è finita, poi si fanno i trattati e si restituisce tutto, in pochi mesi tutto si risolve”.

Gianfranco: Uri, il mio "tutor" a Ein Hamifratz, faceva parte del controspionaggio ed era certo che in qualche mese la Cisgiordania sarebbe diventata lo stato palestinese, legato a Israele in una bella “federatsia”. Cinquant'anni dopo, resta una speranza utopistica…

Interviste di
Bruna Laudi

 

Ada Fubini, 2017-1967