Israele

 

Entrati dall’Egitto

di Alessandro Treves
 

Israele non riesce a disfarsi dei migranti che, diversi anni fa, sono entrati nel Negev dal Sinai. Ha sigillato fin dal 2012 il confine con una barriera elettrificata, interrompendone il flusso, ed ha ordinato il rimpatrio di quelli che provenivano da paesi verso cui era possibile ordinarlo, ma per circa 37000 eritrei e 14000 sudanesi non è stato possibile, per l’assenza di relazioni diplomatiche con Eritrea e Sudan. Alcuni di loro sono stati ‘persuasi’ ad accettare l’espulsione o la deportazione altrove, ma la maggior parte sono ancora in Israele, concentrati nei quartieri a sud di Tel Aviv. Sopravvivono come possono, lavorando in nero grazie alla non rigida applicazione della norma che glielo vieterebbe, fornendo così manodopera a bassissimo costo e priva di qualsiasi diritto. Facilmente identificabili dal colore della pelle (possono essere scambiati solo con ebrei etiopi o con palestinesi dalla pelle scura, categorie con le quali non è particolarmente vantaggioso essere confusi) forniscono anche un conveniente capro espiatorio per chi cerca di sobillare la popolazione dei quartieri più poveri indicando negli africani i presunti responsabili di crimini e violenze. I leader della destra, per quanto di governo, non hanno esitato ad approfittare dell’occasione per incitare un elettorato socioeconomicamente debole e identitariamente confuso. Già nel 2012 l’allora ministro dell’Interno Eli Yishai aveva definito la minaccia degli infiltrati dal Sinai ‘più grave di quella iraniana’ e l’attuale ministra della Cultura Miri Regev dichiarato come ormai i sudanesi fossero ‘un cancro nel corpo della nazione’. Da allora alle parole sono seguite a più riprese le misure punitive, a volte per la verità soprattutto sbandierate, altre volte smorzate in parte dagli interventi correttivi della Corte Suprema, cui si rivolgono diverse associazioni umanitarie, che fanno quello che possono per aiutare i derelitti.

Un esempio fra tanti la vicenda di A., un ‘infiltrato’ del Darfur di cui racconta il sito web della Hotline for Refugees and Migrants, http://hotline.org.il/en/: “A. è un profugo dal Darfur, arrivato in Israele nel 2012. A fine 2016 il ministero dell’Interno l’ha convocato al campo di detenzione di Holot, nonostante che solo in ottobre lo stesso ministero avesse dichiarato che non avrebbe più mandato a Holot i rifugiati del Darfur. Probabilmente il ministero teme che quelli del Darfur, che attendono ormai da anni novità riguardo alla loro richiesta d’asilo, siano i primi ad avere riconosciuto lo status ufficiale di rifugiato. A. non si è presentato a Holot. È stato catturato e rinchiuso nella prigione di Saharonim per 60 giorni, perché venisse poi trasferito a Holot per un ulteriore anno di detenzione. [...] Quando A. ha chiesto il nostro aiuto per essere liberato da Saharonim, ci siamo rivolti al tribunale perché chiedesse al ministero dell’Interno di rivedere il suo caso, e accertatane la provenienza dal Darfur, ne disponesse l’immediata liberazione. La risposta del ministero è stata che ‘per quanto il rifugiato in questione sia sudanese, non è chiaro che sia davvero del Darfur, e quindi il ministero non ha deviato dalle procedure previste nell’emettere un ordine di arresto’. C’è da notare che il ministero trattiene il passaporto di A.; il passaporto indica il suo luogo di nascita, e basterebbe consultare Google Maps per sapere che si trova nel Darfur. Ciononostante,il ministero ha deciso che l’indicazione sul passaporto non è una ragione sufficiente per riesaminare il caso. C’è da chiedersi quale prova sia necessario fornire perché il ministero la valuti come sufficiente, senza un’ingiunzione del tribunale. [...] Nel caso di A., il giudice è intervenuto ed il ministero dell’Interno ha dovuto rimetterlo in libertà.”

Come riporta Ilan Lior su Haaretz del 21 Aprile, l’autorità israeliana per la popolazione e l’immigrazione ha ristretto negli ultimi tre mesi la possibilità pratica di presentare richiesta d’asilo, nonostante Israele sia paese firmatario della convenzione delle Nazioni Unite che obbliga a consentire queste richieste. Chi non ha presentato la richiesta può essere arrestato e deportato, anche se avrebbe i requisiti per ottenere l’asilo. Come è stata esercitata la stretta? La richiesta può essere presentata esclusivamente di persona agli uffici dell’autorità, nel sud di Tel Aviv. Fino allo scorso agosto, ci si poteva presentare la mattina, riempire i moduli e sottometterli, dopodiché si era convocati per un colloquio. A seguito del consistente aumento delle richieste, da altri paesi, in particolare Georgia e Ucraina, hanno cominciato a formarsi lunghe code: in settembre e ottobre alcuni richiedenti asilo temendo di non riuscire a entrare avevano preso a passare la notte sul marciapiedi di fronte agli uffici, per mettersi in fila. Da novembre, nuova procedura: bisognava presentarsi la mattina fra le 7 e le 8, ed ottenere un appuntamento per una data successiva, quando poter sottomettere i moduli. Gli appuntamenti venivano distribuite dalle guardie all’ingresso, come fogliettini con scritta a mano una data, senza le generalità del richiedente. A molti venivano assegnate date lontane di mesi, ma con la rassicurazione che, in caso di fermo, bastasse presentareil fogliettino per evitare l’arresto. Ed ecco che da metà gennaio le guardie hanno smesso di distribuire fogliettini con gli ‘appuntamenti’: a chi era in coda è stato semplicemente detto di ‘tornare più tardi’. Secondo l’autorità, in febbraio si era accumulato un arretrato di oltre 22000 richieste d’asilo ancora da esaminare, soprattutto di ucraini e georgiani oltre ad eritrei e sudanesi, con fra 1500 e 2000 nuove richieste al mese.

È difficile dopo Pesach leggere queste cifre senza confrontarle con quelle riferite alla nostra più remota nel tempo ma per altri versi analoga fuga attraverso il Sinai. Se per Mosè ed i suoi il ‘tornare più tardi’ aveva comportato un’attesa di quarant’anni, c’è da osservare che si trattava di circa 600 000 (Esodo 12:37) o per la precisione 603 550 (Numeri 1:45) uomini a piedi, oltre a Leviti, donne e bambini, in totale forse 2 milioni e mezzo di persone. Le quali, sempre secondo la Torà, avevano sì avuto momenti difficili nel deserto, ma francamente non paragonabili agli stupri e alle violenze subiti da profughe e profughi eritrei e sudanesi vittime della bande di trafficanti beduini. E non solo erano molti di più dei migranti di questi anni, i nostri padri non avevano neanche la minima intenzione di fare pacificamente la fila davanti agli uffici dell’autorità per l’immigrazione: era stato detto loro più sbrigativamente di ‘non lasciare anima viva nelle loro città, bensì distruggerli tutti completamente, hittei, amorrei, cananei, perizei, hivvei e gebusei’ (Deuteronomio 20:16-17). E poi si dice che applicano contro di noi due pesi e due misure.

In questo quadro sconfortante ci può ridare un po’ di fiducia l’attività delle ONG come la Hotline, oppure ASSAF, http://assaf.org.il/en/, che lavorano fra mille ostacoli, frapposti in primis dal governo, come quando l’agosto scorso il ministro della Difesa Avigdor Liberman ha annunciato che ai soldati non sarebbe stato più consentito di fare volontariato con i bambini dei rifugiati, e da gruppi di vigilantes di quartiere, come quelli guidati da Sheffi Paz, che si batte perché gli africani vengano cacciati dal sud di Tel Aviv. Ma ancora più incoraggiante della solidarietà di parte della società civile israeliana è la capacità dimostrata da gruppi di migranti di auto-organizzarsi, come le donne eritree del centro per l’infanzia di via Lewinsky a Tel Aviv,di cui si può leggere su https://www.eritreanwomenscenter.org/  

Forse dovremmo ricordare anche le loro esperienze nella nostra haggadà.

Alessandro Treves
Trieste e Tel Aviv

 

 

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