Israele

 

 

Periodica disputa tra sionisti

Tra il sionismo classico e quello attualmente al potere in Israele

di Rimmon Lavi

 

In questi giorni di feste è scoppiato nuovamente in Israele uno scandalo periodico attorno a una posizione che esce dal consensus di quanto è considerato legittimo, anche se conflittuale, all’interno del buon pensiero sionista. Non parlo quindi di posizioni di estremisti sinistroidi come me, “amanti degli arabi”, come siamo definiti tutti coloro che osano ormai mettere in discussione la natura stessa dello stato d’Israele, anche prima dell’ esacerbazione dovuta a 50 anni di occupazione del popolo palestinese e di colonizzazione ebraica dei territori occupati nel 1967. Forse senza questa sbornia e le sue tragiche conseguenze, sarebbe stato possibile un più sano sviluppo nazionale indipendente o federativo per i due popoli, dopo l’inevitabile fase nazionalistica (più o meno grave) di formazione della nuova identità nazionale. Noi in Israele ne viviamo adesso aspetti che fanno paura a chi conosca un po’ la storia delle nuove nazioni. E i palestinesi che hanno imparato molto dal sionismo, ne sono già immersi anche prima dell’autodeterminazione.

No, dunque: è stato un giornalista benpensante, Yosi Klein, che ha pubblicato un articolo sul quotidiano liberale Haaretz in cui ha osato accusare i nazional-religiosi, che hanno come esponente principale il partito Habait Hayehudì, “La Casa Ebraica”, ex- Mizrahi, di essere più pericolosi per l’avvenire dello Stato d’Israele di Hezbollah, partito sciita libanese, oggi principale nemico armato alle nostre frontiere. Non è certo stata nuova la sua critica al messianesimo che impronta dal 1967 le azioni dei nazional-religiosi e ha dato loro influenza ben superiore al loro peso demografico ed elettorale sulla politica dei vari governi di “sinistra”, di centro o di destra che si sono susseguiti da allora, e su quasi tutti i partiti israeliani, religiosi o laici. Neppure nuova la sua analisi del pericolo che la realtà coloniale, che essi vogliono oggi rendere definitiva e legalizzata con annessione territoriale (ma senza pieni ed eguali diritti civili ai palestinesi), porta per il futuro d’Israele, sia sul piano internazionale, sia su quello morale, sia infine e soprattutto su quello del regime democratico interno, incrinato sempre di più dall’atmosfera etnocentrica e da iniziative legislative che vogliono santificare l’egemonia della religione ebraica nella versione ortodossa.

Certo non nuova la reazione dei sionisti del centro sinistra che hanno paura di essere individuati con critiche troppo chiare, anche se non radicali, alla tendenza nazionalistica, considerata da loro irreversibile: senza riverirla, credono di non tornare mai più al governo, neppure insieme alla destra. Neppure nuove per lo più le reazioni isteriche della destra che non si è ancora convinta di essere al potere da 40 anni quasi senza interruzione e vede come una minaccia anche pallide espressioni d’opposizione.

Nuova invece, e credo interessante anche per voi lettori ebrei in Italia, la reazione di intellettuali integralisti del tipo dello Steve Bannon americano: Dror Idar, per esempio, su Israel Hayom (quotidiano pro-Netanyahu, fondato e mantenuto dal magnate dei casinò Sheldon Adelson, gran tifoso di Trump) del 14 aprile ha presentato la tesi che la paura attuale della “sinistra” liberale sionista di fronte ai gruppi nazional-religiosi, è segno che la vecchia élite non si è ancora liberata dal complesso edipico di rivolta contro il “padre”, da lui interpretato, secondo Jung, come Dio, che avrebbe caratterizzato il sionismo laico herzeliano fino a dopo Ben Gurion. Secondo Idar, ecco invece che le nuove élite e il popolo che le sostiene riconoscono i veri fondamenti religiosi del sionismo, alla base di più sano rapporto riconciliato col “Padre”, rinnovando il patto biblico e la fedeltà alle promesse territoriali e ai comandamenti religiosi (non per nulla ci sono già quelli che si preparano a ripristinare i sacrifici, con prove generali in vivo). Cioè mentre nel sionismo delle origini, pur laico e politico, potevano identificarsi anche rabbini come Reines, Leib Maimon, Kook il padre, Meir, Herzog e Uziel, e poi Buber, Leibovitch e tanti altri - invece secondo Idar il sionismo attuale non ha più posto per chi non è maturato abbastanza per riconciliarsi con Dio e accettare l’interpretazione integralista dell’ebraismo, nella versione nazionalista e ortodossa. Secondo lui cioè non sono l’occupazione e le colonie che dividono le vecchie élite sioniste dall’attuale identità nazionale israeliana: questa non può non essere legata a quel Dio particolare degli ebrei, che, dice lui, è stato tanto a lungo represso dal sionismo laico delle origini.

Ha certo ragione Idar a individuare nella guerra dei sei giorni nel 1967, attraverso la sbornia euforica per la grande vittoria inattesa e il contatto imperiale coi territori biblici, il momento in cui il messianismo (che prima era contenuto, anche dai rabbini più ortodossi) si è imposto rapidamente al sionismo politico. È certo vero anche che il sionismo socialista ashkenazita ha avuto grave torto a discriminare gli immigranti dai paesi arabi e a non rispettare la loro identità comunitaria, basata su religiosità tradizionale, con rabbini e intellettuali a suo tempo molto più moderati di quelli europei. Oggi se ne ripete lo sbaglio col disprezzo del rabbinato ufficiale verso i Kes, capi religiosi e culturali degli ebrei venuti dall’Etiopia.

Ecco ora le nuove generazioni degli ebrei d’origine dai paesi arabi sono facili prede della demagogia del Likud, e dell’etnocentrismo quasi palesemente razzista della Casa Ebraica (quasi ho scritto Pound!), anche se quasi tutti gli esponenti politici principali dei due partiti di desta sono ashkenaziti. Ecco perché anche lo Shas, partito ortodosso degli ebrei orientali, ha abbandonato la moderazione iniziale del defunto rabbino Yosef suo fondatore e forse anche di alcuni suoi dirigenti, tra cui Deryi stesso: l’elettorato degli ebrei orientali, forse come dice Idar, è più maturo psicologicamente delle sue stesse élite, è più conciliato col Padre Eterno e viene così rapito dagli slogan ultra nazionalisti e anti-arabi della destra.

Invece due sionisti “classici”, Shlomo Avineri e Dimitri Shomski sono dunque ancora, secondo Idar, nella fase edipica repressiva, quando accusano anche loro i messianici-nazionalisti di mettere in pericolo le basi esistenziali stesse del progetto sionista, attaccati fanaticamente come sono all’interpretazione oppressiva ed egemonica dell’autodeterminazione ebraica. Negando i diritti nazionali dei palestinesi si nega la base stessa del diritto universale all’autodeterminazione dei popoli, cioè anche quella ebraica; ma per integralisti come Idar è più sano psicologicamente fidarsi in Dio.

Rimmon Lavi

Gerusalemme, 19 aprile 2017

 



Netanyahu e Ben Gurion

 

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