USA

 

 

JStreet
 

di Giorgio Gomel

 

Negli ultimi giorni di febbraio Jstreet ha riunito a Washington nel suo incontro quasi annuale oltre 3000 partecipanti, un record nei suoi otto anni di esistenza, di cui oltre 1000 studenti. Un impegno politico e organizzativo che riflette in parte la reazione veemente all’elezione di Trump alla presidenza, il rigetto della xenofobia che ha inquinato la campagna elettorale, la difesa dei diritti degli immigrati e del pluralismo religioso e culturale così radicata nell’ethos degli ebrei americani e l’apprensione circa gli atti antisemiti che hanno segnato questi primi mesi del 2017.

La forza di Jstreet sta nei numeri e nella vitalità di un movimento formatosi in antitesi con gli organismi ossificati dell’ebraismo ufficiale per lo più pedissequi nel sostegno acritico ai governi di Israele, vilipeso dagli uni e dagli altri come “nemico” di Israele e che invece ha saputo affermarsi e legittimarsi come parte importante dell’opinione pubblica ebraica in favore di Israele e della pace nella raccolta di fondi, nell’azione di lobbying al Congresso, sui media e nelle università. Lo dimostrano in quella sede gli interventi di Sanders, candidato alle primarie del partito democratico, Kaine, candidato vicepresidente con la Clinton, Pelosi, leader della fazione democratica al Congresso, Albright, segretario di stato negli anni clintoniani. Interventi in cui hanno risuonato con forza la tradizione di voto ebraico per il partito democratico - il 70 per cento anche nelle elezioni del novembre scorso - e il prevalere fra gli ebrei americani di un un’opinione progressista su questioni come l’immigrazione, la giustizia sociale, la separazione fra stato e chiesa, i diritti civili delle minoranze. Un rapporto quasi idillico consolidatosi fra gli ebrei americani e il loro paese dagli anni ’50 del secolo scorso, segnato dalla loro integrazione nella società americana, dal successo in campo economico, socio-culturale, accademico, dal loro impegno nella battaglia contro le discriminazioni di cui soffrono le altre minoranze, rischia di frantumarsi in un’America chiusa in un nazionalismo aggressivo e retrivo. In questo senso anche in seno al mondo ebraico dissensi e divisioni si fanno più acute. Mentre alcuni organismi ufficiali (AIPAC, Conference of Presidents), alcuni ebrei vicini alla corte di Trump (Kushner, Miller, l’ambasciatore designato in Israele Friedman) e Netanyahu difendono l’amministrazione Trump, filoisraeliana ma con componenti antisemite, Jstreet e altri movimenti “liberal”, ma anche un’organizzazione moderata come la Anti-defamation League, lo criticano fortemente e combattono l’ondata di intolleranza verso altri soggetti deboli o emarginati.[1] Esemplare a questo proposito è stata la forte reazione contro il divieto di ingresso imposto agli immigrati da paesi musulmani.

Anche il rapporto fra ebrei americani e Israele si farà più complesso e percorso da fratture. In una sessione sul tema Dahlia Scheindlin, di Mitvim - un think tank israeliano dedito a temi di politica estera - e Noa Sattath, donna rabbino e direttrice dell’Israel religious action center del movimento riformato, hanno sottolineato la distanza crescente fra le opinioni prevalenti fra gli ebrei americani e quelli israeliani in materia di democrazia , diritti umani , difesa delle minoranze, pluralismo religioso. Anche in base a indagini condotte dal Pew Research Center, mentre per i primi quei valori sono primari, per i secondi sono meno importanti; fra gli israeliani invocare i diritti umani implica spesso per riflesso condizionato difendere i palestinesi, il “nemico” ingrato e irriducibile. In parte è una condizione oggettiva a dissociare America o diaspora e Israele su questo fronte: nella diaspora gli ebrei sono una minoranza e in quanto tale la tutela della democrazia e delle identità specie di minoranza sono per essi una necessità esistenziale; in Israele invece gli ebrei sono maggioritari in uno stato “ebraico” retto da un governo “ebraico”. La destra nazional-religiosa invoca e usa strumentalmente valori “ebraici”, spesso pervertiti in chiave integralista, mentre la sinistra invoca quelli della democrazia liberale. Ciò rimanda alla questione spinosa e irrisolta della natura di Israele come Stato ebraico e democratico, come assicurare che Israele sia “lo Stato degli ebrei” ma anche una democrazia per tutti i suoi cittadini, inclusi gli arabi e gli immigrati da paesi sottosviluppati che soffrono di disparità acute nell’istruzione, nell’allocazione della terra per abitazioni, nel mercato del lavoro.

Su Israele, i palestinesi, le prospettive di pace, il dibattito ha oscillato fra la diplomazia e i movimenti della società civile. Domina il pessimismo circa la prima perché il governo al potere in Israele, sotto l’influenza della destra annessionista e contraria alla soluzione “ a due stati”, non propone altro che la difesa dello status quo, la continuazione dell’occupazione e uno stato binazionale dove i palestinesi saranno privi di diritti e ed ebrei ed arabi saranno attanagliati in una perenne guerra interetnica; perché i palestinesi sono deboli, divisi fra Fatah e Hamas, osteggiati dai paesi arabi e incapaci di decidere; perché manca un mediatore capace di forzare le parti al compromesso, siano gli Stati Uniti nell’era trumpiana, l’Europa in crisi di “disunione”, la Russia protettrice del regime siriano o gli stati arabi potenziali alleati di Israele contro l’ISIS e la minaccia iraniana ma esitanti, malgrado l’offerta di pace della Lega araba ad Israele, nel dare ai palestinesi il sostegno economico e politico necessario per dare robustezza ad un accordo con Israele. Lo ha ribadito con realismo amaro Martin Indyck, che fu il negoziatore principale a fianco di Kerry nella lunga mediazione fra Israele e ANP del 2013-14.

Uno spunto importante è venuto in una sessione dedicata ai temi di sicurezza, in cui Commanders for Israel’s security - che raggruppa ex alti ufficiali dell’esercito e dell’intelligence - ha esposto un piano di sicurezza per una soluzione del conflitto fondata sui due stati. Israele dovrebbe ultimare la costruzione della “barriera di sicurezza”, impegnarsi a non costruire nuovi insediamenti al di là di questa, accettare in linea di principio l’offerta di pace della Lega araba, fissare un orizzonte per il suo ritiro unilaterale dal resto della Cisgiordania, conservando una presenza militare lungo la valle del Giordano per qualche tempo, per essere poi rimpiazzata da una forza multinazionale[2]

Più ottimismo invece nella società civile, circa l’impegno soprattutto delle ONG ad agire dal basso per sostenere forme di convivenza fra i due popoli con l’auspicio che questo possa ridurre la barriera di diffidenza ed ostilità e tradursi nel medio periodo in iniziativa politica. Per questo è necessario che l’opposizione in Israele affronti più apertamente temi sociali (istruzione, disuguaglianza) e non solo la questione della pace e della guerra, per formare un fronte che includa le classi diseredate, i mizrachim, gli ultraortodossi, sensibili a questi temi ma portati a votare per i partiti della destra. Fra i palestinesi, alla ricerca di una leadership moderna e moderata, in assenza dal 2006 di elezioni per il Presidente e il Parlamento, con un corpo politico diviso in tre tronconi - la Cisgiordania, Gerusalemme est e Gaza - e, infine, con una sovranità di fatto limitata persino nelle zone A e B della Cisgiordania, mentre nella zona C Israele esercita il pieno controllo, gli insediamenti si estendono e l’attività edilizia ed economica dei palestinesi è soffocata, molti spingono ad un’azione non violenta e diffusa di resistenza. Fallite la strada della trattativa e quella della violenza terroristica, una leadership alternativa potrà formarsi, più tecnocratica - come fu con Salam Fayyad, Primo ministro di Abu Mazen poi dimessosi - e meno dipendente dall’OLP.

Giorgio Gomel


[1] Cfr. Mio articolo “ Trump, l’antisemitismo e gli ebrei americani”, Ha-Keillah n.5, 2016

[2] Security first, www.en.cis.org.il

 

 



Abraham Mintchine, natura morta con cesto di frutta