Storia

 

 

Alcune considerazioni sul momento attuale

di Alfredo Caro

 

Il succo dei miei numerosi articoli di questi ultimi anni, alcuni dei quali sono stati pubblicatati dalla stampa ebraica torinese e fiorentina ruota intorno ad un nocciolo di fondo - posto anche come domanda agli ebrei diasporici - che raccoglie tutte le mie argomentazioni, le condensa e le tiene unite; esso si sforza di cercare una risposta a questa domanda: le comunità ebraiche (se al proprio interno sono da ritenersi un “gruppo”) hanno acquistato, nei confronti propri, il senso della storia in conseguenza delle tragiche vicende che le hanno attraversate durante il XX secolo (il cosiddetto “secolo breve” per noi ebrei è stato “lungo” e che, ancora oggi, tenta di percuoterci)?

Ebbene la mia risposta a questo quesito è negativa: avverto la mancanza di questo senso, nonostante - drammatico paradosso - la ricchezza della nostra tradizione, proveniente dal nostro lunghissimo passato, che ci ha permesso di sopravvivere; ma questo sopravvivere non è ancora un vivere”; e questo capì storicamente il sionismo, nel suo percorso intellettuale e politico,dalla fine del secolo XIX, a un secolo dal periodo della nostra emancipazione (anche se allora non del tutto realizzata).

Ebbene a me sembra che storicamente, ancora oggi, molti ebrei diasporici non abbiano capito ciò che la Shoah avrebbe dovuto insegnare loro: cioè che le modalità provenienti dalla nostra tradizione memoriale che avevano permesso la nostra sopravvivenza non potevano più raggiungere quei risultati che avevano conseguito nel lontano passato e che inedite modalità si sarebbero dovute generare per realizzare non solo modi di sopravvivenza, ma anche – e soprattutto - di vita. Questo capì il movimento sionista e questa è stata la sua storica funzione per noi ebrei, funzione cioè di invertire i rapporti fra memoria e storia: non più ricordare memorialmente la storia, ma storicizzare la nostra memoria: non più ricchi di memoria, ma poveri di storia, ma, all’inverso, ricchi di storia, ricordando sì memorialmente, ma non, esclusivamente, attraverso la sola memoria.

Inoltre il sionismo delle origini comprese un’altra cosa: che solo la soluzione territoriale nella terra avìta poteva risolvere il conflitto, irrisolvibile di per sé nella condizione diasporica, fra l’esperienza religiosa e quella storica, individuale e collettiva; e gravido di conseguenze tragiche per il destino degli ebrei europei fu il non avvertire che la sorte collettiva sarebbe stata ben diversa da quella che si poteva presentare individualmente e che l’emancipazione non fu riconosciuta agli ebrei collettivamente, ma soltanto individualmente; e questa fu la nostra -storicamente reale - emancipazione: un’illusione.

Ebbene anche oggi questo conflitto fra collettività e individualità, fra esperienza religiosa e storica, all’interno del dibattito culturale ebraico diasporico contemporaneo non è ancora stato pienamente risolto.

Tutto qui il senso del mio dire.

Concludo, su questo versante,che la nostra condizione è ancora inadeguata perché nella percezione che abbiamo di noi stessi non riusciamo a generare un cambiamento significativo che faccia vedere noi stessi in modo altro da come ci vedevamo, all’interno, e da come, all’esterno, ci vedevano.

Oggi ci troviamo di fronte ad una figurazione aggiuntiva dell’antisemitismo: a quella vecchia, tradizionale, è seguita una “nuova”: quella antisionista.

E noi, in realtà, non ci rendiamo conto che su questa nuova figurazione antisionista incide un concetto, che non era così pesante e presente in quello, pur terribile, novecentesco: mi riferisco ad un concetto, quello economico, presente e crescente dagli ’70-’80 del secolo passato, che controlla sempre più direttamente (senza, cioè, mediazioni politiche), la vita politica degli Stati, particolarmente quelli dell’area finanziariamente ed industrialmente più avanzata: quella del mondo occidentale, al quale noi ebrei - non so con quante storiche legittimità - crediamo di appartenere.

Dobbiamo riconoscere che il mondo occidentale è, politicamente, oggi democraticamente, malato, molto malato.

Infatti l’antisemitismo è proprio più diffuso e potenzialmente aggressivo, questa volta, nei due Stati di più lunga tradizione democratica  - Gran Bretagna e USA - e non in quei Paesi europei, come nel passato, “in ritardo” nel loro percorso democratico - quali la Germania, la Russia zarista, poi staliniana e l’Italia - facili prede di esperienze autoritarie e totalitarie.
Non ci si rende conto che una democrazia dipendente da un’economia divenuta sempre più globalizzata ed imperiale è malata e lo sta divenendo sempre più cronicamente, una democrazia che porta solo sulla sua bandiera, ma non nella sua politica reale quei valori - quali giustizia sociale e libertà - per noi ebrei elementi decisivi, nel passato, di sopravvivenza. Eppure è in quei Paesi che oggi il vecchio e nuovo antisemitismo sta sinistramente risorgendo.

E noi, qui in Italia, ma, ovunque in Europa, ci balocchiamo, quasi fosse un gioco per bambini, ricorrendo, come ancora di aiuto e sostegno, alla nostra cultura, come se essa potesse essere valida difesa collettiva alle insidie antisemite; non rendendoci pienamente conto di quanto il concetto più vasto e generale di cultura umanistica sia in grave crisi nel mondo occidentale e che le modalità economiche neoliberiste dell’operare internazionale agiscono nella direzione di un’omologazione culturale elisiva di ogni diversità e differenziazione, pur a parole, ma solo a parole, riconosciuta e valorizzata. Come ricorriamo, sempre sul piano strettamente culturale, con insipiente fiducia a fantasiosi dialoghi interreligiosi piuttosto che, semmai, a dialoghi religiosi più urgenti, intrareligiosi, perché ogni religione monoteistica è indebolita dai propri interni fondamentalismi. Ma è questo modo di operare che, storicamente, dobbiamo apprendere dalla Shoah?

Dobbiamo anche fare delle considerazioni sullo Stato di Israele.

Se è vero che Israele è lo Stato più democratico del Medio-Oriente, è anche vero che è democratico, sempre più, come sono democratici gli Stati occidentali dell’Europa e dell’America, per me in profonda crisi politica.
 Per anni ho seguito la regola di distinguere l’esistenza dello Stato ebraico, da difendere comunque,dal governo che lo guida: la prima, duratura; il secondo, da difendere, ma con maggiore vigilanza critica, perché, buono o cattivo che sia, è, come ogni governo, effimero.

Ma oggi, quasi ininterrottamente dal 1977, dal primo governo del Likud, governi di destra alleati coi partiti religiosi e nazionalisti, alcuni sempre più oltranzisti, incidono troppo a lungo, col loro modo di fare politica, anche sull’esistenza di Israele come Stato. Non è ancora chiaro quale sarà la politica di Trump nello scacchiere mediorientale:avverto però che Netanyahu conta molto sulla sua amicizia personale con Trump il che non significa riconoscere ancora una reale continuità, seguita per decenni dagli USA, nella politica estera americana.

Ebbene per me resta sempre più difficile fare quella distinzione tra Stato e Governo che finora era stato il mio orientamento; difficilmente potrei accettare, poi, che nella la politica israeliana crescesse il peso dei desiderata dei partiti maggiormente fondamentalisti. Insomma le cose dovranno mutare anche in Israele e una diversa opposizione dovrà nascere nel Paese. E noi, piccole diaspore, dobbiamo sì proseguire nel fare una politica giovanile che spinga all’aliah (cosa che già stiamo facendo), ma essere sempre più attenti anche all’operare politico del governo israeliano, non sempre vedendolo a senso unico. Non è più possibile che le diaspore minori debbano sempre allinearsi sull’agire dei governi israeliani. E questo perché, proprio per il nuovo tipo di antisemitismo, la nostra condizione diasporica dipenderà sempre di più dalla vita politica israeliana; se è sempre vera l’affermazione sionista israeliana che la presenza politica degli ebrei è legittima soltanto in Israele, è anche vero, e sempre più urgente, che Israele riconosca che la diaspora è ancora indispensabile per la sua politica e quindi i pareri di questa devono avere un peso diverso da quello ritenuto nei decenni passati; e, in particolare, le diaspore europee, ora che quella americana si trova in condizioni di difficoltà non previste dalle situazioni precedenti.
 Noi ebrei diasporici, europei in sintesi, dovremo operare, superando divergenze politiche ideologiche e ridicole divisioni fra laici ed osservanti per far risanare in Europa, negli USA e in Israele, una politica democratica: compito difficile, ma non impossibile; altrimenti alle porte ci attende una terza guerra mondiale, come conseguenza della tossica dipendenza della politica dall’economia senza regole; ma questa guerra sarebbe veramente l’ultima; le decisioni che prenderanno i governi saranno di enorme responsabilità, ma le difficoltà potranno essere superabili solo se i governi si troveranno in maggiore salute.

Questo risanamento è, prioritariamente, indispensabile ed urgente.

 

Alfredo Caro

 

Abraham Mintchine, Louise Manteau

 

 

 

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