Storia

 

 

La storia del Pitigliani, Centro Ebraico Italiano
Una storia nel secolo breve

di Daniela Vaturi

 

Una storia documentata, quella del Centro Ebraico Italiano ‘Il Pitigliani’, che raccoglie fatti e testimonianze attraverso un centinaio d’interviste, per rilevare eventi, aneddoti, racconti di persone e di famiglie. Collettivamente costituiscono la memoria di una comunità. Questa a sua volta si fonde nella trama più ampia della storia nazionale. Non può che suscitare curiosità e interesse la lettura del libro che riporta in modo accurato e vivace quasi un secolo di storia, nato da un progetto di Ambra Tedeschi, curato da Micaela Procaccia, con la collaborazione di Noemi Angelina Procaccia e Sandra Terracina.

L’assistenza agli orfani è stata tenuta in grande considerazione dalle comunità ebraiche italiane nei primi anni del secolo. In quest’epoca, infatti, il problema degli orfani, con la prima guerra mondiale, si espande a livello europeo, come è documentato dalla stampa ebraica.

In mancanza di un vero coordinamento generale tra le comunità italiane, ne Il Vessillo Israelitico se ne discute, attribuendo grande importanza a un’adeguata integrazione dei ragazzi, in un paese recentemente unificato e pieno di diversità, per abitudini, climi, differenze di linguaggio tra una regione e l’altra.

L’apertura dell’Orfanotrofio Israelitico Italiano a Roma - quasi in concomitanza con quello di via Orto Botanico a Torino - in una sede nuova, ampia e salubre, sollevò dibattiti e scambi sull’opportunità che ve ne fossero più di uno sul territorio del paese. Tuttavia la centralità ‘nazionale’ dell’Istituto di Roma, insieme a quello di Torino - rispetto a quelli di Firenze e Livorno - va affermandosi proprio in questi anni.

L’Orfanotrofio Israelitico Italiano, sorto per volontà dei signori Giorgio Levi e della moglie Xenia Poliakoff Levi nel 1902, prenderà il nome dei signori Giuseppe e Violante Pitigliani solo nel 1930, una volta diventato ufficialmente ente morale, dal 1917.

L’autofinanziamento e la sostenibilità dell’Istituto sin dall’inizio, voluta dai suoi fondatori Levi-Poliakoff, giocò decisamente a suo favore. L’Istituto si dimostrerà rapidamente efficace da un punto di vista pragmatico e della sussistenza. Raccolse sin dall’inizio numerosi donatori, per una comunità non proprio ricca, in previsione di chiedere aiuti al governo, come spettava agli enti morali. Gli stessi sussidi concessi inizialmente, furono poi negati, per tutta la durata dell’epoca fascista.

Per questo motivo, fu istituito in tempo debito un comitato di “patronesse”, signore di famiglie abbienti dell’ebraismo romano - in molti casi, erano le mogli dei consiglieri -, che promuovessero la raccolta di offerte e donazioni. Quasi contemporaneamente, emerse la preoccupazione di ottenere visibilità sulla stampa ebraica, una grande intuizione per l’epoca, per portare avanti con successo la missione.

L’Istituto in sé attribuì grande importanza all’istruzione e all’educazione ebraica, oltre che al benessere reale e quotidiano dei bambini. Includeva tra le altre priorità la qualità e la diversificazione della loro nutrizione.

In generale, dai verbali emerge una gestione attenta e di ampie vedute, per quel periodo: non da ultima, la preoccupazione che al fianco della presa a carico dei maschietti, l’accudimento degli orfani dovesse includere le bambine al più presto. L’attenzione a proteggere i bambini, a non lasciare nessuno indietro, comportava lo sforzo di coordinamento tra istituti di diverse città, univocamente impegnati a favore dell’educazione ebraica dei giovani ‘orfani e non’: includeva bambini nati in drammatiche realtà del dopoguerra, da nuclei familiari per i quali l’orfanotrofio fu un punto di riferimento e d’aiuto.

Vi sono le testimonianze di due ospiti in particolare che passarono da Torino a Roma durante la seconda guerra mondiale e nel secondo dopoguerra. Tra questi, è menzionato Franco Cesana per il suo breve passaggio al Pitigliani, “una delle più giovani vittime tra i partigiani italiani”. E Corinna Varon che arrivò a Roma per la sua richiesta di ricongiungimento con un fratello. Analogamente, ci furono passaggi da Roma a Torino, come nel caso di Angelo Spizzichino, romano d’origine, collocato a Torino, per poi essere riavvicinato alla famiglia d’origine a Roma. Fu soprannominato ‘il torinese’.

I verbali riportano pochissimi accenni alla seconda guerra mondiale e a quanto accadeva fuori dall’Istituto, nonostante la storia del Pitigliani corresse in parallelo alla storia nazionale, a quella della città di Roma e alla storia dell’ebraismo italiano - con l’accoglienza dei profughi dalla Francia nel 1943 e dalla Libia nel 1967. Cavalcò quasi l’intero secolo, dalla sua fondazione fino al 1972, con l’arrivo di Roberto Spizzichino alla presidenza.

Merita riflessione che questa storia fu comunque il riflesso della complessa storia di questo paese, con le sue istituzioni ancora in costruzione, a trent’anni appena dalla conquista di Roma diventata capitale d’Italia. L’ebraismo italiano compie in questi anni passi importanti per perfezionare la propria emancipazione, iniziata parallelamente al Risorgimento italiano.

 

Daniela Vaturi
daniela.vaturi@gmail.com
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Angelina Procaccia, Sandra Terracina, Ambra Tedeschi, Una storia nel secolo breve. L'orfanotrofio israelitico italiano Giuseppe e Violante Pitigliani (Roma 1902-1972). Con DVD video. A cura di M. Procaccia. Giuntina 2017, pp.748.

 

 
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