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Non perdiamo il buonumore

Intervista a Guido Vitale, direttore della Comunicazione e
delle testate giornalistiche dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

 

Negli ultimi tempi Pagine ebraiche e Moked subiscono continue critiche e attacchi.

In realtà la pressione c’è sempre stata. In questi anni ho ricevuto anche minacce (sempre dall’interno del mondo ebraico, mai dall’esterno). Ma è comprensibile perché attraverso l’informazione passano tematiche di tipo identitario irrisolte nell’ebraismo italiano, tematiche che il rabbinato italiano non sempre si è dimostrato in grado di risolvere. I rabbini italiani presi singolarmente sono persone di grande valore, ma nel complesso della categoria hanno perso autorevolezza (è sempre più raro incontrare una persona che dica con deferenza “Questo me l’ha insegnato il mio rabbino”): le loro espressioni pubbliche si riducono talvolta al desiderio di mettere gli altri a tacere.

Chi sono gli altri? I non ortodossi?

I non ortodossi, i diversamente ortodossi, quelli del Nord o del Sud, quelli della città o della cittadina. Ma anche i giornalisti. In definitiva chi dà fastidio, chi potrebbe creare imbarazzo. Si punta non ad affermare gioiosamente e in positivo la propria identità ebraica, ma a perpetuare vecchi equilibri che ormai non possono più esistere. Mi sembra un problema serio: una minoranza che non ha niente da dire alla società è destinata a scomparire.

Forse ritengono di avere cose da dire diverse da quelle che volete voi.

Il nostro progetto è stato pensato proprio per dare voce ai rabbini; il lavoro, iniziato nel 2008 (a maggio sono undici anni, in cui il notiziario quotidiano è uscito ininterrottamente tutti i giorni tranne di Shabbat e nei giorni festivi), aveva lo scopo di dare all’ebraismo italiano il suo spazio, la sua voce. All’inizio Anna Foa e Rav Riccardo Di Segni scrivevano immancabilmente tutti i giorni. Poi, come forse è inevitabile, è subentrata una maggiore complessità.

Il progetto di pubblicare testate giornalistiche per quanto possibile professionali è stato innovativo perché si è cercato di conferire all’ebraismo italiano un ruolo di editore. Tra l’Ucei e le sue testate dovrebbe intercorrere un rapporto analogo a quello che c’è, fatte le debite proporzioni, tra la Confindustria e Il sole 24 ore: tutti sanno chi è il proprietario, ma non è interesse della redazione, e nemmeno dell’editore, ridurre il giornale a bollettino della Confindustria. I giornali professionali sono essenzialmente la costruzione di un contesto: se vogliamo far parlare un rabbino italiano e vogliamo garantirgli di avere ascolto, dobbiamo inserire quello che dice in un contesto; nessuno va a mangiare in un ristorante in cui si serve una sola pietanza, o un unico ingrediente. È la combinazione tra gli ingredienti che produce un risultato; un ingrediente che non tollera gli altri non troverà nessuno che se lo mangi. Ed è così per la realtà ebraica: i riformati perderebbero significato se non ci fossero gli ortodossi, e gli ortodossi non riuscirebbero a spiegarsi se non ci fossero altre varietà di ebraismo possibili. È un’enorme ricchezza collettiva che ci siano dibattito e diversità, a condizione di essere capaci di valorizzarle. Per fare una torta non basta avere tutti gli ingredienti e buttarli sul tavolo; bisogna saperli cucinare. L’informazione deve essere la casa comune di tutti gli ebrei italiani, in cui nessuno si senta escluso, sbagliato o fuori posto. Se i rabbini stanno a questo gioco potranno aiutare la nostra crescita, e anche il loro successo, se vogliono rinunciare si troveranno emarginati perché quelle che io descrivo sono leggi di natura.

Alcuni affermano che redattori e collaboratori di Pagine ebraiche sono troppo progressisti.

Non si ha il coraggio di dire “mi dai fastidio, mi crei imbarazzo” e allora si immaginano fantomatici sbilanciamenti ideologici. Se esistono intere categorie di ebrei italiani che non sono quasi in grado di leggere e scrivere correttamente, non hanno niente da dire, anche se sono numeri significativi, bisognerebbe aiutarli, non costruire una fortuna personale sulla loro ignoranza.

Anche i grandi scrittori e registi israeliani non si possono considerare rappresentativi se guardiamo alle loro idee e ai partiti che votano, ma per Israele costituiscono un buon investimento perché sono letti e visti in tutto il mondo da milioni di persone. C’è anche un grande sviluppo del turismo con l’uso di determinati argomenti che influenzano positivamente l’immagine di Israele (per esempio presentarlo come un paese gay-friendly). Se non si comprende l’utilità di tutto questo vuol dire che la partita è persa.

C’è anche chi vi critica dalla direzione opposta, cioè vi accusa di non pubblicarlo perché è troppo di sinistra.

Se c’è qualcuno che non vuole entrare in un contesto ma utilizzare una testata giornalistica come una bacheca ideologica (la sinistra italiana non ha fatto altro per decenni) troverà certamente spazio nei numerosi bollettini esistenti. Questo non è un problema dei giornalisti.

Mi ha colpito come da parte dei mezzi d’informazione Ucei sia stata riferita in sottotono l’aggressione subita pochi giorni fa da Gad Lerner: si è appena accennato alla lettera di solidarietà della Presidente, ma con un titolo che rendeva la notizia poco riconoscibile.

C’è una cultura del dire e non dire, che è assai poco ebraica.

Quindi hai subito pressioni per non parlarne?

No, ma a volte c’è una certa difficoltà. C’è chi non capisce che esistono valori collettivi al di là delle ideologie e delle fazioni che vanno tutelati rigorosamente chiunque tocchino. Ragionare in termini di amici e nemici ci porta a sopportare in silenzio comportamenti manifestamente neofascisti dei cosiddetti amici e dimenticarci dei cosiddetti nemici quando invece avrebbero bisogno della nostra tutela, che è doverosa non tanto per loro quanto per noi stessi. Quando manchiamo il nostro dovere facciamo un torto a noi stessi e all’eredità che ha sorretto nei millenni l’ebraismo.

Dato questo episodio e altri analoghi la percezione che abbiamo dall’esterno è che oggi voi di Pagine ebraiche non abbiate lo stesso grado di libertà che avevate dieci anni fa.

Non mi sentirei di dirlo. I giornali devono tenere conto delle esigenze dell’ente editore e di chi lo governa, quindi sono oggettivamente influenzati (non censurati), e contemporaneamente devono lasciar capire al lettore che ci sono anche altre possibilità. Naturalmente camminiamo su una strada molto stretta e diciamo pure che in questi ultimi anni non si è allargata. C’è un’enorme conflittualità interna, e quindi c’è il timore che determinati contributi facciano da detonatore. C’è una difficoltà di confronto idee e di democrazia, che purtroppo rispecchia gli umori e la crisi d’identità della società italiana: si dicono con troppa faciloneria cose che mettono in discussione i fondamenti di una società civile. Inoltre nell’ebraismo italiano a volte assistiamo a confusioni di ruoli, che generano una scarsissima propensione ad assumersi responsabilità: tutti vogliono parlare su tutto, nessuno vuole riconoscere qual è la sfera di competenza degli altri.

Comunque per il momento penso che ci sia lo spazio per esprimere le proprie opinioni. L’editore può esprimere mille pulsioni, su 990 delle quali posso dire che finché ci sono io non se ne parla, ma su altre non ho ritenuto che fosse necessario oppormi. Non tutti i cambiamenti sono da buttar via: per esempio, non ci sono più i notiziari settimanali (che forse non erano ancora ben sviluppati ma aprivano grandi possibilità) ma in compenso ogni venerdì c’è un confronto di opinioni di persone chiamate dalla redazione su un certo tema.

Mi sembra un grande stress per te.

È uno stress enorme, ma fa parte del mio lavoro, e non credo di essere facilmente suggestionabile.

C’è il rischio che si superi una soglia oltre la quale si produce qualcosa di non gestibile e non professionale?

Certo che c’è questo rischio. Ma in fin dei conti niente è garantito per sempre: ci sono stagioni più facili e stagioni più difficili. Esiste un patto tra la redazione e il lettore. Finché sono qui, mi sento di dire che questo patto regge, dopo staremo a vedere.

Qual è il limite?

Nei rapporti di lavoro ci sono cose che si possono e cose che non si possono accettare, ed è importante che lo capiscano soprattutto i giovani. L’ebraismo italiano dovrebbe essere un modello per la società nel rispettare rigorosamente i contratti di lavoro, nell’evitare il precariato, nel chiarire quali sono gli organici, nel praticare assunzioni in base alla più rigorosa meritocrazia. Non dico che non si faccia, ma è anche importante esserne orgogliosi.

Alcuni affermano che Pagine ebraiche dovrebbe avere non solo un direttore ma anche una redazione.

Una redazione evidentemente c’è già. Ma credo che in realtà non intendano una redazione, ma un comitato di controllori. Una redazione è un gruppo di professionisti che lavora, ma loro non intendono questo: immaginano una bacheca con un insieme di copia-incolla e qualche ideologo dietro le quinte a smistare il traffico. È un modello possibile, ma non è il mio. Un giornale è fatto di contenuti, ma anche di un contesto, e il compito della redazione è appunto quello di creare un contesto. Poi ogni giornale ha una sua ricetta: per esempio Ha Keillah, a mio parere, è un giornale splendido ma un contesto debole, è troppo centrata sui contenuti. Io non sarei capace di fare un giornale ideologico. Il lavoro dei collaboratori è certamente prezioso ma per me una redazione è prima di tutto un luogo di lavoro di giornalisti professionisti.

È una fragilità dell’ebraismo italiano essere troppo sbilanciati sulle opinioni, che sono solo un ingrediente della ricetta; certo, hanno un valore strategico perché servono per far capire che tutti possono sentirsi a casa. Ma penso che il grosso del lavoro spetti ai giornalisti, e che sia un lavoro di informazione, non di opinioni. I collaboratori esterni di questa redazione costituiscono la più grande e più vivace attività di volontariato dell’ebraismo italiano. Non dimentichiamo che in anni recenti ci sono stati colleghi che occupavano ruoli di punta nelle redazioni dei grandi quotidiani, che erano anche parlamentari e pure venivano pagati per scrivere le loro opinioni sui giornali comunitari (credo che la propaganda sia già di per sé una cosa nefasta; doverla anche retribuire mi sembra davvero esagerato: se ci sono soldi da spendere nelle istituzioni dell’ebraismo italiano dovrebbero essere spesi per creare posti di lavoro per i giovani). Abbiamo voluto costruire un modello diverso, e ci sono persone che per molti anni hanno donato contributi preziosissimi (pensiamo per esempio a Sergio Della Pergola) senza che nessuno sia riuscito a dire loro grazie.

A proposito di Della Pergola, da quando sono cessati i suoi contributi settimanali non siete un po’ carenti nell’informazione diretta da Israele? Tra tutti i collaboratori l’unica che scrive da Israele è Daniela Fubini.

In realtà abbiamo una redattrice a Gerusalemme, comunque nel mondo di oggi non è poi tanto rilevante se si parla di Israele stando effettivamente là. E un componente della redazione in Italia è israeliano ed è un profondo conoscitore della realtà israeliana. Certo, perdere i contributi di Sergio Della Pergola è stato un peccato, ma non posso smettere di fare il giornale solo perché qualcuno ha avuto un momento di stanchezza o di malumore.

Qualcuno ha accusato Pagine ebraiche e Moked di parlare in modo reticente delle realtà ebraiche italiane non ortodosse.

Il nostro compito di giornalisti è dare conto delle diversità che esistono all’interno dell’ebraismo italiano, ma non spetta a noi attribuire patenti di riconoscimento: per esempio, è giusto parlare di rabbini riformati o conservative, ma non mi sembra corretto scrivere “Rav Tal dei Tali”, il titolo di Rav lo attribuiamo a chi è iscritto all’Assemblea Rabbinica Italiana.

Da ebreo italiano vedo con favore che si conoscano realtà diverse, ma in realtà l’ebraismo italiano consente già la rappresentanza di tutti attraverso le Comunità, tant’è che nelle istituzioni dell’ebraismo italiano ci sono esponenti dichiaratamente riformati o che adottano pubblicamente stili di vita non conformi all’halakhà e troviamo già anche gli apparenti paradossi dei riformati che non sopportano i progressisti o dei gay che non sopportano i riformati.

Ma se in un sistema di comunità territoriali qualcuno vuole creare una comunità alternativa non riconoscendo quella presente nella sua città non credo possa poi pretendere la rappresentatività che spetta alle istituzioni.

Uno dei motivi per cui nascono le comunità alternative è che alcuni non sono considerati ebrei per l’ebraismo ortodosso.

Se in Italia si volesse fare qualcosa di più per integrare gli stranieri lo dovrebbero fare i cittadini italiani. Allo stesso modo, la dialettica politica nell’ebraismo italiano ricade sulle persone che oggi sono iscritte alle comunità e sui rabbini che oggi sono iscritti all’Ari. Si spera che qualcuno sappia guardare al di là del proprio naso e trovi il modo per valorizzare altre forme di presenza pur senza violare l’halakhà. Per esempio a Baltimora vivono circa centomila ebrei appartenenti a tutte le denominazioni; tutti i servizi di natura non alakhica o blandamente alakhica (biblioteche, campi sportivi, giornali, ecc.) sono della collettività; e questo conferisce a centomila ebrei una potenza di fuoco enorme e ne fa una società relativamente serena. Io credo che se siamo capaci di bere il tè e di fare conferenze con i preti e con le suore dovremmo essere altrettanto capaci di sopportare di fare altrettanto con un ebreo che è diverso da noi. Dal mio punto di vista sbaglia chi vuole pretendere dagli ortodossi che cambino le loro regole ma sbaglia anche chi non costruisce spazi che siano accoglienti per tutti. Il luogo di confronto più semplice sono i giornali. Chi non accetta neppure la coesistenza su una pagina di giornale cosa può accettare?

Ci sono state censure su questo tema?

Le pulsioni sono una cosa, la realtà un’altra. Si dicono tante cose esagerate, da entrambe le parti. Comunque tutti i consiglieri Ucei rappresentano l’ente editore e hanno ovviamente la piena libertà di esprimersi sui nostri media.

Nonostante tutte le criticità che hai elencato credi ancora che ne valga la pena?

Assolutamente sì, oggi più che mai. Pagine ebraiche è nato sulla base di una precisa carta dei principi e nonostante tutte le critiche e le minacce nessuno finora nessuno ha avuto il coraggio di proporre chiare modifiche. Sono orgoglioso di essere in quanto direttore responsabile delle testate l’unico dipendente di un’istituzione ebraica italiana che può essere rimosso in cinque secondi. Finora i valori sono integri: non mi sento di assicurare che sarà così per sempre, ma accontentiamoci di constatare che per il momento è così.

Il problema, però, è anche far sì che il progetto originario raggiunga le sue finalità strategiche, che erano dar voce al rabbinato italiano, far sentire tutti gli ebrei a casa propria, raccogliere risorse necessarie per il sostentamento delle istituzioni dell’ebraismo italiano anche incrementando il numero dei firmatari per l’otto per mille all’Ucei. Se non raggiungiamo gli obiettivi abbiamo dei giornali elitari, magari anche molto interessanti ma autogratificanti. Chi riduce le tirature, non investe, destruttura, snatura i contesti, ecc. vanifica le nostre potenzialità e alla fine non danneggia la redazione del giornale, danneggia la collettività dell’ebraismo italiano. Per esempio nella newsletter quotidiana c’era l’area “alef/tav”, che era una sorta di copertina che dava spazio a un rabbino e a una personalità “laica”; nel momento in cui questa rubrica è stata abolita, forse per evitare che si desse troppa visibilità a determinate opinioni, o perché non sembrassero avvalorate dalle istituzioni, anche i rabbini hanno perso visibilità: si è persa la possibilità di iniziare le propria lettura quotidiana della newsletter con le parole di un rabbino italiano.

In conclusione, il rapporto viene messo in forse giorno per giorno, come è giusto che sia, ma non si è ancora mai spezzato, altrimenti non sarei qui. Non posso garantire che non si spezzerà mai, potrei scoprire domani mattina con brevissimo preavviso che sono stato sostituito (come è accaduto recentemente al direttore di Repubblica), ma questa è l’ultima delle mie preoccupazioni.

Noi siamo quello che pubblichiamo, non quello che pubblicheremo o che avremmo dovuto pubblicare. Chiunque può giudicarci giorno dopo giorno, può vedere come lavoriamo. Non si può preordinare tutto. Ormai stiamo entrando nell’ultimo anno di questo consiglio, chissà cosa c’è nel futuro. E non passo il mio tempo a preoccuparmi del futuro, la mia preoccupazione è l’impegno quotidiano. Credo che una visione ebraica della vita sia vivere appieno il presente senza perdere il buonumore, la gioia di essere ebrei: un bravissimo rabbino che perde la middà del sorriso è un problema per tutti. Se posso esprimere un desiderio, vorrei incontrare ebrei italiani di buonumore, orgogliosi della propria identità, convinti che di vivere appieno la nostra identità valga davvero la pena.

28 marzo 2019

Intervista di
Anna Segre

 

Guido Vitale

 

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