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Buoni ma pochi

di Ugo Caffaz

 

Ho letto due volte l’intervista a Rav Riccardo Disegni per essere sicuro di aver capito bene il senso delle sue risposte. Premesso che qualche tempo fa ero allo stesso tavolo per una Conferenza con un altro Rav che, riferendosi agli ebrei italiani, se ne uscì con la frase: pochi ma buoni! Ricordo anche che il significato molto chiaro era: sono buoni solo coloro che osservano le mitzvot. Perdere per strada tutti gli altri ebrei non sarebbe stato un problema. Tralascio di ripetere quali furono le mie parole in merito. L’unica motivazione, almeno così pare dalla lettura delle parole di Rav Disegni contro le cosiddette “conversioni automatiche”, si riferisce al fatto che i nostri giovani ghiurim avrebbero trovato all’estero difficoltà nell’essere riconosciuti come ebrei in regola. Innanzitutto vorrei capire cosa si intende per ghiurim automatici. Se si riferisce agli adulti condivido il fatto che un ghiur non può avvenire così su due piedi. Ho trovato in Internet una citazione tratta da IEVAMOT 47 a-b che dice più o meno così: al richiedente di diventare ebreo la domanda fondamentale era: perché? E da qui iniziava il percorso di interpretazione delle motivazioni e di studio. Ricordo anche che a Firenze la preparazione al ghiur durava “anche un anno”! Oggi è normale che siano necessari anche 7 o 8 anni! Ma il vero problema è quello dei bambini nati da un matrimonio “misto” (che brutta parola, ricorda epoche tragiche. Il fascismo infatti nel’38 proibì tali matrimoni). I miei maestri al Collegio Rabbinico erano Rav Dario Disegni (zl), Rav Sergio Sierra (zl) e Rav Luciano Caro (e scusate se è poco!) e non ricordo che ci fossero particolari problemi circa il ghiur dei bambini alla nascita salvo poi una loro conferma o meno in occasione del bar/bat mitzvà. Era anche questa procedura una conversione automatica? I soggetti potevano anche fare marcia indietro e quindi il tutto si annullava. Fra l’altro ricordo che ad un Congresso dell’Unione presiedevo casualmente la Commissione dei Rabbini mentre era in discussione un argomento molto delicato: per essere eletti nel Consiglio di una Comunità bisognava avere una “regolare condotta religiosa”. Alla lettera quindi gli aspiranti consiglieri avrebbero dovuto dimostrare di essere shomerè mitzvot e in particolare di non aver contratto matrimonio misto. Il problema fu risolto, e lo dico con un certo orgoglio, garantendo la “continuità ebraica” della famiglia, cioè era necessario avere i figli ebrei anche se la madre non si era convertita. Questo è durato per diversi anni con soddisfazione di tutti e in particolare nelle piccole Comunità. Successe poi che l’Assemblea Rabbinica in una famosa riunione approvò un documento con il quale si impediva di fatto il ghiur dei bambini nati da madre non ebrea senza che anche questa si fosse convertita. Se poi, come già ricordato, ci fossero voluti 7 o 8 anni perché ciò avvenisse… pazienza, la regolarità religiosa di cui sopra poteva aspettare così come il ghiur dei bambini! Poi c’è la questione sollevata sulle conseguenze delle conversioni automatiche con tanto di indagini statistiche e di percentuali in termini di continuità religiosa dei figli. E qui oltre alla inadeguatezza dello strumento ho difficoltà a seguire il ragionamento. Cioè, praticamente sarebbe stato meglio se il ghiur non fosse avvenuto? Quello che so per certo a è che a Firenze, senza il ghiur dei bambini, oggi adulti, gli ebrei sarebbero stati molti meno e che diversi di loro non avrebbero ricoperto importanti incarichi in Comunità come consiglieri o altro e non si sarebbero sposati con ebrei come invece hanno fatto. Forse qui la statistica avrebbe risultati diversi da Roma. Fra l’altro non sono stati pochi i casi di madri che hanno fatto il ghiur anche a distanza di anni, avendo apprezzato i valori della religione, della cultura e nonché della Comunità ebraica soprattutto per il comportamento positivo nei confronti dei figli e di loro stesse. Strano, vero? Per quanto poi riguarda il giudizio all’estero sulla nostra ebraicità vorrei ricordare un estero a noi molto caro, e cioè Israele, dove Ben Gurion applicava la legge del ritorno anche a chi aveva un nonno ebreo. Mi preme poi ricordare un certo passato, ma non per questo non valutabile, della storia ebraica italiana. Basta citare alcuni nomi anche non in ordine cronologico. Una terra che ha avuto Shadal, Ovadià Mi-Bertinoro,Ben Ammozegh, Alfredo Sabato Toaff, Cassuto e tanti altri. Credo che non abbiamo da invidiare nulla a nessuno! Ma le caratteristiche positive non finiscono qui. Siamo la diaspora più antica del mondo. Da qui sono passati ashkenaziti e sefarditi e noi ancora oggi siamo ebrei italiani, non “all’italiana”, ma, lo ripeto, ebrei italiani. Noi siamo pochi ma buoni perché siamo pochi, altrimenti saremmo tanti e buoni!

Ugo Caffaz

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