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I polli di Renzo

 

di Emilio Hirsch

 

 

Circa cento anni fa mio nonno lasciava la sua nativa Casale Monferrato per spostarsi a Torino. Le opportunità della grande città in fermento dopo gli sconvolgimenti della prima guerra mondiale erano irresistibili. Con lui, in quegli anni, la ricca e popolosa comunità ebraica di Casale comincia un inesorabile ridimensionamento e volge ad un destino di centro ebraico di periferia, ora tenuto in vita dalla discendenza degli esuli con encomiabile sforzo. Ma la vita ebraica dei tempi d’oro è ormai solo storia.

Torino sta vivendo lo stesso destino? La nostra comunità dopo essere stata calamita per decenni dell’ebraismo piemontese ha terminato il suo ruolo accentratore? La demografia lo sancisce senza pietà: in circa venticinque anni la popolazione ebraica torinese si è dimezzata, portandoci ormai vicino alla situazione vissuta nei tanti Casale, Saluzzo, Cherasco, Asti e cento altri ancora. Niente di nuovo dunque e niente a cui si possa opporre una ragionevole politica comunitaria?

Poche settimane fa la comunità di Torino è uscita dalla ricorrenza elettorale con un nuovo Consiglio ed è certamente ora il momento di fare riflessioni su tali domande, apparentemente essenziali. Sebbene non sia questo il luogo per sviscerare i motivi delle dinamiche demografiche, se in un quarto di secolo la comunità si è dimezzata, anche Torino nello stesso periodo si è contratta, perdendo circa il 20% dei sui abitanti. I motivi per cui la nostra comunità si restringe sono probabilmente assimilabili ad una crisi di attrattività di questa città e non possono necessariamente essere contrastati dal nuovo consiglio.

Tuttavia sarebbe altrettanto insensato che la malattia della decrescita non diventasse il principale motivo ispiratore delle politiche comunitarie. In un contesto delicato come questo, è la politica a determinare le dinamiche ed i tempi: saranno le decisioni di oggi ad incidere sulla rapidità o meno del decorso, ad un suo exitus infausto oppure ad una inversione di tendenza.

Scelte politiche decisive a recuperi inusitati - ma speriamo duraturi - non ci sono sconosciute. Lo scorso consiglio ha determinato significativi risultati economici: il bilancio da decenni in rosso sta tornando in nero, nonostante l’impetuoso restringimento del bacino tassabile. Questo non può che significare che decisioni concrete e meccanismi virtuosi sono ancora possibili. Quali risultati possiamo allora auspicare per ciò che le urne hanno decretato al di là degli slogan e dei programmi elettorali ormai quasi tutti uguali, spesso poco originali e raramente realizzati?

In primis augurerei al nuovo consiglio che nasce equamente suddiviso in due schieramenti di ritrovare unità di intenti. Le distanze sottolineate da David Sorani su Moked di Marzo 2019 non convincono e giocare a dividere tra ebrei veri e chi “erroneamente” si ritiene tale, è in questo momento, troppo simile ai polli di Renzo. Unità non vuol dire assimilazione e neanche allontanamento dalle tradizioni. Vuole invece significare inclusione e sostegno a chi in questa comunità ancora si riconosce e anela a farne parte.

L’esperienza personale insegna che insieme ad una involuzione della città, la comunità soffre di una politica dell’allontanamento sistematico, dei pochi ma buoni, di un America First declinato ad un “la Comunità prima a chi la frequenta”. L’assimilazione forzata di chi vorrebbe far parte della Comunità ma non trova chi gli apra la porta. Accorgersi ora che i numeri fanno paura e cercare di “avvicinare i lontani” mi ricorda solo di chi chiude la stalla quando i buoi sono già scappati.

Allora cosa fare? Mi perdonino i miei genitori ed i loro coetanei, che nonostante tutto reggono la Comunità, ma punterei decisamente sulle esigenze della minoranza di chi ha meno di sessant’anni. Tra questi, il centro dell’attenzione e dell’azione comunitaria devono essere i più giovani. L’impegno degli adolescenti e dei venti-trentenni deve essere riconosciuto e adeguatamente sovvenzionato, pensando che tra la manutenzione dei cimiteri e l’acquisto di una sede degna per i gruppi giovanili, la scelta deve necessariamente essere per il futuro dei vivi. I miei coetanei cinquantenni, come Sorani stesso sottolinea, devono essere recuperati. Le loro esperienze sono state traumatiche: hanno vissuto la spaccatura, l’impegno in ComunitAttiva e nel progetto del rav Birnbaum, ma anche la restaurazione di Anavim. È difficile immaginare che si possa ricucire strappi così profondi, ma ci si può provare. Non tutto quello che si è fatto negli anni “Birnbaum” è stato così deleterio come i faziosi vorrebbero farci credere. Se tra i torinesi ventenni di ora c’è chi per cui essere pienamente ebrei ha il sapore della conquista (non sono pochi), è solo per la grazia ricevuta in quegli anni. Possiamo lasciare tutto inaridire o proteggere il germoglio di riconciliazione che questi ragazzi rappresentano e reclamano. Innaffiare, nel solco dell’ortodossia e nella tradizione liberale piemontese, o guardare altrove, ecco la scelta che si pone davanti al nuovo Consiglio. I meno estremisti nei due schieramenti sono apparentemente quelli che hanno raccolto il numero maggiore di preferenze. Contiamo su di loro.

 

Emilio Hirsch

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