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Le mani sul Kotel

di Giorgio Berruto

 

Avete presente le fotografie in bianco e nero del Kotel scattate negli ultimi decenni dell’Ottocento? Sono immagini che spesso si sforzano di rappresentare l’Oriente misterioso e lontano di una città, Gerusalemme, allora tutta rinchiusa entro le mura edificate più di tre secoli prima da Solimano il Magnifico. Il Kotel, o Muro occidentale, è l’unico brandello rimasto in piedi del complesso su cui sorgeva il tempio erodiano, realizzato pochi anni prima che la Giudea diventasse provincia romana e distrutto nel 70 dalle legioni condotte da Tito, figlio dell’imperatore Vespasiano e di lì a pochi anni imperatore a propria volta. L’attuale Kotel è circa un settimo di uno dei due lati lunghi di una imponente struttura muraria rettangolare che conteneva la piattaforma su cui era stato edificato prima il tempio e poi, secoli dopo la distruzione di questo, la moschea di Al Aqsa e la Cupola della Roccia. Agli stessi anni delle prime fotografie risalgono alcuni dipinti che mostrano ebrei in pellegrinaggio. In tutte le immagini vediamo uomini e donne insieme senza alcuna divisione. Non c’è nessuno che pretenda di decidere, per sé e per gli altri, le regole di accesso al luogo o di gestire la distribuzione dello spazio. Per molti secoli il Kotel è stato non un luogo specificamente organizzato per la preghiera, bensì una meta di pellegrinaggio di numerosi ebrei.

Tra il 1948 e il 1967 l’area è stata occupata dalla Giordania, che l’ha mantenuta in stato di quasi completo abbandono e ne ha precluso l’accesso agli ebrei. Questa storia è finita un giorno di giugno del 1967, quando la città vecchia è caduta sotto il controllo israeliano dopo duri combattimenti. “Har HaBayit beiadenu!” - “Il Monte del Tempio è nelle nostre mani!” hanno detto i vincitori. Era per tutti evidente, allora, l’aprirsi di una nuova epoca anche per il Kotel.

Il Kotel tornava finalmente a essere un’area aperta a tutti: sarebbe una bella storia, peccato che sia vera solo in parte. Non mi riferisco ai controlli di sicurezza scrupolosi, dei quali purtroppo non si può fare a meno per minimizzare il rischio di attentati. Ma procediamo con ordine. Dopo il 1967 è stato varato un piano di ristrutturazione urbanistica che ha comportato la demolizione del quartiere Mograbi di fronte al Kotel, le cui case basse e di pregio apparentemente scarso, ma risalenti al secolo XII, sono state spianate e sostituite da un vasto piazzale. Non ho le competenze per valutare i vantaggi e gli svantaggi dell’operazione, ma certamente trovo che oggi sia un’esperienza affascinante recarsi alla piazza del Kotel, magari il venerdì sera, sedersi in terra e osservare le numerose famiglie di ebrei gerosolimitani mentre cala il tramonto, immergendosi in un’atmosfera calda di partecipazione e attesa.

Subito dopo la guerra dei Sei giorni l’area del Kotel è passata sotto la gestione del ministero degli affari religiosi, con lo scopo, dichiarato dall’allora ministro Zerach Warhaftig, di “garantire libero accesso alle persone di tutte le religioni e di tutte le provenienze”. I primi grossi problemi sono cominciati quando il rabbinato israeliano ha preteso il controllo del Kotel e della piazza antistante e lo ha ripensato come luogo destinato alla preghiera organizzata. Già nel luglio 1967 il Primo ministro laburista Levi Eshkol tuonava: “Il Kotel non è mai stato una sinagoga. È offensivo considerarlo tale”, ma non bastava a bloccare un cambiamento che era già in atto. L’area veniva infatti divisa in due parti: una più grande destinata alla preghiera a nord e una più piccola zona archeologica a sud; a dividere le due parti, il ponte Mughrabi che porta alla spianata delle moschee soprastante. A complicare le cose è intervenuta poi l’autorità che gestisce i parchi nazionali con un programma che prevedeva la trasformazione dell’intero Kotel in un’area archeologica in grado di esercitare una notevole attrazione turistica potenziale. Non è neanche il caso di dire che questo programma è rimasto lettera morta e che gli stessi scavi archeologici in prossimità del Kotel hanno incontrato e ancora incontrano opposizioni e limitazioni.

Oggi l’area di fronte al Kotel è organizzata per la preghiera, non senza alcuni aspetti che meritano di essere menzionati. Il luogo è diviso in due settori, uno maschile e uno femminile. Significativamente la porzione riservata agli uomini occupa circa i tre quarti del totale, quella aperta alle donne il poco spazio rimanente. Forse chi ha deciso la spartizione ha pensato che le donne siano più magre e di conseguenza occupino meno spazio; a me tuttavia non è chiaro il motivo di questa evidente disparità, a meno di fare propria l’idea - tutta maschilista - che per le donne recarsi al Kotel per pregare o per altri motivi sia meno importante di quanto lo sia per gli uomini. Non esiste inoltre una sezione mista per uomini e donne, e questo nonostante milioni di ebrei in tutto il modo, a cominciare dalla grande maggioranza degli ebrei americani, siano abituati a non prevedere alcuna divisione anche durante la preghiera. Non esiste, infine, un’area per semplici interessati, ebrei e non ebrei, che non hanno nessuna intenzione di pregare ma soltanto quella di visitare un luogo importante per la storia del mondo in santa pace.

A partire dagli anni ottanta si è fatta più forte la richiesta di una riorganizzazione degli spazi in modo da comprendere un settore egalitario, aperto indifferentemente a donne e uomini. I movimenti ebraici progressivi si sono fatti portatori di questa richiesta senza arrivare a risultati apprezzabili, anche se il movimento conservative dal 2000 dispone di una minuscola piattaforma dietro l’Arco di Robinson, in prossimità degli scavi. A questa istanza si è unito dal 1988 il combattivo gruppo delle Nashot haKotel (Donne del Muro), che comprende donne ortodosse, conservative e riformate, e che da trent’anni organizza regolarmente momenti di preghiera nell’area principale del Kotel, anche a costo di subire frequenti aggressioni. Per evitare il passaggio dei rotoli della Torah sopra la divisione che separa la sezione maschile da quella femminile, e dunque la lettura diretta dei sefarim da parte delle Nashot, la barriera è stata alzata. Risale all’8 marzo scorso l’ultima notizia, diffusa anche in Italia dai media, di aggressioni e violenze contro le Nashot durante la preghiera da parte di studenti di yeshivot a pochi centimetri da quello che rimane del tempio di Erode.

Sono stati numerosi i tentativi di creare un piccolo settore misto, ma, nonostante le promesse e le assicurazioni in questo senso delle autorità politiche israeliane, a cominciare da Benjamin Netanyahu al governo ininterrottamente negli ultimi dieci anni, finora è stato tutto vano. Nel gennaio 2016, dopo lunghi negoziati, il governo israeliano ha finalmente approvato la realizzazione di un’area egalitaria in prossimità dell’Arco di Robinson, a sud delle sezioni maschile e femminile che non sarebbero state ridotte. Netanyahu ha descritto la soluzione come “un compromesso su una questione delicata su un luogo che dovrebbe unire il popolo ebraico”. Non tutti sono stati soddisfatti per la mancanza di centralità dello spazio prescelto, fino a quel momento parte dell’area archeologica, rispetto alla piazza del Kotel, ma i rabbini e i leader dei movimenti ebraici progressivi - insieme a non pochi ortodossi - non hanno esitato ad accogliere con favore una decisione unanimemente considerata come storica. Lo stesso Netanyahu, però, nel giugno 2017 ha fatto marcia indietro a seguito delle pressioni dei partiti cosiddetti ultraortodossi, che della sua coalizione di governo erano parte, e ha cancellato con un colpo di spugna la decisione presa sedici mesi prima. Rav Rick Jacobs, presidente dell’unione dell’ebraismo riformato, ha parlato di situazione “inaccettabile” e di un “giorno buio”, una “vergogna” che dice “a voce alta che gli ebrei non ortodossi non contano niente”. Analoghe le parole della rabbina americana Julie Schonfeld, a capo dell’assemblea rabbinica conservative. Anche Nathan Sharansky, segretario dell’Agenzia ebraica che aveva avuto un ruolo nella lunga negoziazione, si è detto “profondamente deluso” ed è tornato nei mesi seguenti più volte sulla questione, sottolineando come contribuisca ad allargare la spaccatura sempre più profonda tra la comunità ebraica americana e quella israeliana, che insieme rappresentano circa l’85% degli ebrei del mondo. Alcuni mesi fa, nell’estate 2018, la questione è tornata in primo piano grazie all’intervento diretto ancora di Netanyahu a favore della definizione dell’area nella zona dell’Arco di Robinson e alla creazione di una commissione in grado di coordinare i lavori, ma è seguito un nuovo stop da una parte per via di una petizione firmata da archeologi che, rivolgendosi alla Corte Suprema, ha sottolineato che gli interventi provocherebbero danni irreparabili al sito; dall’altra a causa di nuove prese di posizione pubbliche di ministri dei partiti Shas e Yahadut haTorah (ultraortodossi sefarditi e ashkenaziti) e HaBayt HaYehudi (nazionalista religioso). Nonostante il grido di allarme di Ronald Lauder, presidente del Congresso mondiale ebraico, che per questo e altri motivi il 13 agosto scorso dalle colonne del New York Times ha parlato di “democrazia alla prova in Israele”, la campagna elettorale dei mesi scorsi ha poi congelato del tutto, almeno per ora, ogni discussione.

Nel volume ormai classico L’Invenzione della tradizione (Einaudi) lo storico Eric Hobsbawn chiarisce l’origine recente - in alcuni casi perfino molto recente - di numerose tradizioni che, anche quando si presentano e si pretendono antiche, sono spesso inventate di sana pianta. Tra i casi studiati il cerimoniale pubblico della monarchia inglese, un prodotto degli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento; l’immagine oleografica del Galles tra verdi colline, druidi, cimiteri nebbiosi, spiriti dei luoghi e un vasto assortimento di stemmi; le tradizioni strumentali al dominio coloniale in India e in Africa e al nazionalismo in Europa prima e dopo la Grande guerra; ma il caso più incredibile è quello dell’invenzione completa della tradizione delle Highlands in Scozia, tra kilt, cornamuse e araldica tribale colorata e pittoresca, ma per nulla medievale, con buona pace di certi popolari film di infimo livello come Braveheart.

Non credo serva dilungarsi oltre per dimostrare che anche per il Kotel è oggi il caso di parlare di invenzione della tradizione. Molte persone ritengono in buona fede che l’attuale situazione non possa essere cambiata perché erede di una prassi antica, ma questo è falso perché il Kotel è diventato un luogo per la preghiera ebraica organizzata - tra l’altro con un monopolio di gestione del rabbinato israeliano ortodosso - da appena cinquantadue anni. Da quando esistono testimonianze scritte gli uomini utilizzano l’argomento dell’antichità per spiegare e giustificare il presente, perché a quello che si ritiene antico viene in genere attribuito grande valore, non di rado addirittura quello di norma vincolante e immodificabile. Se questo processo è culturalmente comprensibile, il risultato è invece smentito da qualsiasi ricostruzione storica seria. Quando la tradizione, tanto più se inventata, diventa norma, il punto rappresentato dal presente in cui ci situiamo si allarga fino a coprire tutto il passato. Un’idea come minimo poco modesta.

Giorgio Berruto

 

Il Kotel nel 1910

Vignetta di Davì

 

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