Torino

 

 

Due liste, molte anime, una comunità

Giorgio Berruto

 

Alle recenti elezioni per rinnovare il consiglio della comunità ebraica di Torino, come noto, sono state due le liste a presentare candidati, oltre alla lista con il solo nome del presidente uscente Dario Disegni, indicato da entrambe come ottava preferenza. Una delle questioni su cui più si è discusso nelle settimane che hanno preceduto le elezioni è stata proprio l’opportunità di due liste separate invece dei nomi sciolti, come accade in tutte le comunità ebraiche italiane dalle dimensioni simili a quella di Torino. La mia opinione è che una lista unica sarebbe stata preferibile. Non è vero, a mio avviso, che la comunità ha due anime, a cui corrisponderebbero due gruppi con idee e programmi alternativi e contrapposti. Se per errore i programmi elaborati dalle due liste fossero stati scambiati, difficilmente qualcuno se ne sarebbe accorto, tanto erano simili. Ma, soprattutto, mi sembra evidente che la comunità abbia non due, ma tante anime quante sono le persone che ne fanno parte, e forse qualcuna in più. In entrambe le liste, d’altra parte, sono state coinvolte ed elette anche persone evidentemente non schierate e interessate non all’affermazione di supposte idee di parte, ma soltanto alla buona amministrazione e gestione della comunità. So per certo che molti, come chi scrive, alle urne hanno scelto le persone che più sono sembrate adeguate a governare la comunità nei prossimi quattro anni, ignorando del tutto o in parte l’appartenenza a una o all’altra lista.

Può darsi che mi sbagli e che, non avendo vissuto a Torino in periodi del passato - non remoto, ma comunque passato - in cui esistevano effettivi motivi di divisione, abbia in mente un’immagine della comunità eccessivamente idilliaca e pacificata. Oggi, però, sono convinto che alcune divisioni esistano semplicemente nella misura in cui vengono affermate, e che la recente competizione elettorale lo confermi. In altre parole, la divisione non è tra modi di pensare la comunità o a maggior ragione l’ebraismo, e tantomeno il rapporto con Israele, la memoria, le istituzioni. Ci sono differenze e anche divisioni naturalmente, ma sono individuali e trasversali e coinvolgono gli atteggiamenti almeno tanto quanto le idee. L’insistenza sulla divisione è frutto della proiezione di questioni passate sul presente, e non ha nulla a che fare con la tutela della pluralità, del sano confronto e della democrazia. Il risultato di pareggio uscito dalle urne il 7 aprile scorso è in un certo senso la conclusione ironica di una contrapposizione che c’è solo se si vuole che ci sia. Buon lavoro in armonia al nuovo consiglio.

Giorgio Berruto

 

 
     

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