Antisemitismo

 

Il caso Ilhan Omar

di Bruno Contini

 

Ilhan Omar è una bella afro-americana 37-enne, madre di due figli. È nata in Somalia da dove la sua famiglia fuggì durante la guerra civile, è vissuta quattro anni in un campo di rifugiati in Kenya, e arrivata negli Stati Uniti nel 1995 a 14 anni. È una donna musulmana e indossa la jihab. È anche una delle prime due donne musulmane elette al Congresso degli Stati Uniti nelle file del partito democratico, rappresentante dello stato del Minnesota. Nelle settimane scorse si è aperto su di lei un acceso dibattito al Congresso e sulla stampa americana dopo che è stata accusata di antisemitismo. Omar, in prima fila della sinistra democratica e amatissima da molti elettori giovani, tra cui numerosi ebrei, è incorsa in uno spiacevole “incidente” criticando aspramente l’influenza politica esercitata sul Presidente Trump da alcune potenti lobbies filo-israeliane (AIPAC in primo luogo) in favore di Netanyahu proprio a ridosso delle elezioni israeliane. Dichiarando che gli ebrei della diaspora non sono leali nei confronti dei paesi di cui sono cittadini (vivendo una vera “double loyalty”), e che gli ebrei utilizzano poteri “semi-occulti” per controllare gli eventi mondiali. Queste dichiarazioni non avrebbero suscitato tanto clamore in tempi meno vicini alle scadenze elettorali americane, ma hanno aperto un’aspra controversia specialmente all’interno del suo partito alla ricerca di un valido candidato da opporre a Trump nel 2020 e impegnato a non alienarsi lo storico voto democratico degli ebrei americani. Molti media importanti hanno ampiamente riportato le dichiarazioni della signora Omar in chiave critica, e i repubblicani hanno avuto buon gioco a strumentalizzarle, riuscendo a scandalizzare parte dell’opinione pubblica, ivi compresi molti ebrei che bollano di antisemitismo qualsiasi posizione critica verso la politica del governo israeliano nei confronti dei palestinesi (quella di oggi del Likud, ma anche quella di ieri quando era praticata da governi meno faziosi).

“Double loyalty”: è un concetto che può applicarsi a qualsiasi ebreo che abbia a cuore l’esistenza dello stato di Israele, che sia di destra o di sinistra, che sia sostenitore o strenuo oppositore del governo Netanyahu. Quando è chiamato a giudicare un programma (politico o non) che abbia un qualsiasi impatto, positivo o negativo a seconda dei propri gusti, sullo stato di Israele, ogni ebreo può essere tacciato di “double loyalty”. Per quello che mi riguarda, anche io sono affetto da quella “malattia” anche se i miei sentimenti nei confronti di Israele non sono più quelli di 40 anni fa.

Anche definire “poteri semi-occulti” quelli delle lobbies (come l’AIPAC) è una idea improvvida oltre che sbagliata: le lobbies americane non sono affatto occulte, ma istituzioni perfettamente ammesse dalla legislazione. E le loro attività nei confronti della politica - che si tratti di pro-contro Israele, o pro-contro la trivellazione di nuovi pozzi petroliferi, o pro-contro il libero commercio di armi - avviene alla luce del sole. Così come i loro finanziatori sono corporations o personaggi noti.

La Omar è stata sicuramente inopportuna nella scelta del linguaggio, se non altro perché un personaggio pubblico deve sapere moderare le sue uscite per non offrire munizioni gratuite a chi volutamente vuole farla apparire come antisemita e antiamericana. In politica la strumentalizzazione è purtroppo di casa sia dalle nostre parti che negli Stati Uniti.

D’altra parte le critiche all’AIPAC le fanno tanti ebrei americani (e tanti non-ebrei che non condividono la politica di Trump a favore della destra israeliana) senza che nessuno li accusi di “double loyalty”.  La signora Omar sostiene delle posizioni che a molti di noi suonano del tutto condivisibili. Si è più volte schierata contraria alla tradizionale politica estera americana di ormai lunga data, offrendo il proprio appoggio e solidarietà alla causa palestinese più sovente che a quella degli israeliani. Il che, secondo un modo di sentire di molti critici della politica israeliana nei confronti dei palestinesi, non è affatto una dimostrazione di antisemitismo come a destra si vorrebbe sostenere.

Chi oggi l’accusa non è in buona fede: le sue dichiarazioni sono “offensive” solo perché lei è di religione musulmana. Omar è stata oggetto di una campagna vigliacca di odio razzista, il cui culmine è stato un poster affisso nella rotonda del Campidoglio della West Virginia che la additava a sostenitrice dei terroristi protagonisti del 11 settembre (speriamo che poi sia stato rimosso). Viene trattata come un pericoloso personaggio anti-americano da molti suoi colleghi repubblicani protagonisti di un virulento bigottismo antisemita. La stessa accusa di antisemitismo arriva alla Omar da quella componente del mondo evangelico americano cristiano-sionista che è tra gli alleati e sostenitori più entusiasti della destra israeliana (e che ha convinto Trump a rompere gli indugi su Gerusalemme capitale di Israele). Il quale Presidente Trump non esitava a valersi fino a pochi mesi fa di un vicino collaboratore, Sebastian Gorka, che si fregiava della medaglia di un gruppo ungherese filo-nazista in occasioni pubbliche, presentandosi contemporaneamente come amico e difensore degli ebrei. Infine, sulla “double loyalty” Trump ha idee schizofreniche: parlando in dicembre di fronte a una conferenza di ebrei americani sostenitori del partito Repubblicano, non ha esitato a riferirsi a Israele come “your country”.

I leader democratici si trovano quindi in una posizione assai scomoda di fronte al caso Omar. Ignorare le sue parole vorrebbe dire mostrare tolleranza per qualche forma di antisemitismo, una posizione poco saggia in qualsiasi momento, ma specialmente adesso che molti ebrei cominciano a sentirsi vulnerabili in un paese che per loro è sempre stato un bastione ideale. Disapprovare clamorosamente la Omar apparirebbe invece come condivisione di una censura nei confronti di una loro collega, donna, nera e musulmana che è stata anche oggetto di minacce di morte.

Negli ultimi giorni i Democratici hanno trovato un difficile accordo a favore di una risoluzione che condanna l’antisemitismo, la discriminazione anti-islamica e il bigottismo nei confronti di tutte le minoranze. Un documento giudicato molto blando e inoffensivo che sembra non avere soddisfatto nessuno.

Aprile 2019

Bruno Contini



Ilhan Omar

 

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