Antisemitismo

 

 

Antisemitismo a sinistra

di Stefano Levi Della Torre con Vicky Franzinetti

 

Aumentano forti segnali di antisemitismo a sinistra. Tra i laburisti inglesi il fatto è di tale evidenza da coinvolgere il capo del partito Corbyn e da suscitare spaccature, processi interni ed espulsioni. Tra i democratici americani il caso di Ilhan Omar, giovane neo-deputata di origine somala che ha accusato la lobby filoisraeliana di corrompere con tangenti dei parlamentari, ha suscitato accesi dibattiti. Pure, l’antisemitismo a sinistra è di vecchia data, e non marginale, tanto che Bebel a suo tempo aveva sentito la necessità di contrastarlo bollandolo come “l’anticapitalismo degli imbecilli”. Ma quali sono i connotati di questa nuova insorgenza?

Una domanda utile ad inquadrare la questione: perché le nefandezze che Israele compie sui palestinesi suscitano più emozione e scandalo di quelle non minori che compiono la Cina, o la Siria di Assad, o l’Arabia Saudita, o il Myanmar? In prima approssimazione è perché Israele è “Occidente”, nasce dalle vittime dell’occidente, agisce in alleanza e secondo la logica dell’occidente. Per cui ci si sente più implicati da Israele perché interno allo stesso campo in cui ci si trova a operare, e interiore allo stesso ambito psichico e simbolico. Per cui in Israele si rivelerebbero le colpe dell’occidente: l’oppressione colonialistica di un popolo, l’esercizio militare di una superiorità tecnologica, la vittima che diventa persecutore pretendendo la solidarietà riparativa e incondizionata dell’occidente, in cui è stata massimamente perseguitata; e a sinistra, dove si vuole essere la coscienza critica dell’occidente, Israele condensa in sé caratteri interni all’occidente che si vogliono esternare. Ma su questa prima risposta occorrerà ritornare.

Un tempo si parlava di un anticomunismo viscerale intrecciato con l’antisovietismo. Rispondeva al comunismo su vari piani, non solo su quello politico e geopolitico. Se il comunismo era anche un’identità, un’appartenenza, una visione del mondo e della discriminante tra bene e male, talvolta in forma simil-religiosa, con i suoi dogmi e le sue eresie, tale era simmetricamente l’anticomunismo spirituale, cioè viscerale: una discriminante di identità e “valori” tra bene e male. Per i comunisti nel mondo, l’URSS non era solo uno Stato (un’unione di repubbliche) con una sua politica centralizzata e con i suoi interessi, era il socialismo incarnato in un paese solo, un riferimento dell’identità, della speranza, del riscatto e della redenzione degli oppressi, era un luogo di rifugio, una patria che ispirava orgoglio e imponeva fedeltà (anche quando si alleava con Hitler). Right or wrong my country. In virtù dello “Stato guida”, i comunisti in Occidente erano esposti all’accusa di doppia fedeltà, di doppia logica e doppia morale, come lo erano stati i gesuiti, capaci di aderire alle diverse situazioni nel mondo ma perinde ac cadaver milizia centralizzata del Vaticano.

Ora, ci sono affinità tra il rapporto del mondo ebraico con Israele e quello che è stato il rapporto del movimento comunista con l’Urss. Per una vasta parte del mondo ebraico Israele è uno Stato guida, è l’ebraismo incarnato in un paese solo. Israele non è solo uno Stato con una sua politica e con i suoi interessi, ma un riferimento dell’identità, una speranza, una redenzione, un luogo di rifugio, di riscatto e salvezza dei perseguitati nei secoli fino al genocidio; una patria che ispira orgoglio e impone fedeltà, Right or wrong my country. In virtù dello “Stato guida”, gli ebrei nel mondo sono esposti all’accusa di doppia fedeltà, di doppia logica e doppia morale: fedeltà al paese dove abitano, ma fedeltà sospetta perché presupposta coniugata alla fedeltà a Israele.

In questo senso, vedo affinità tra l’anticomunismo viscerale di destra e l’anti-israelismo e l’antisemitismo viscerale a sinistra. Ma con un rovesciamento: l’anticomunismo viscerale di destra si ispirava all’opposizione tra Est ed Ovest, l’anti-israelismo viscerale di sinistra che trascolora in antisemitismo si innesta sulla critica all’Occidente, di cui Israele sarebbe una punta avanzata e in permanente offensiva.

Ma, si dirà, il comunismo e l’anticomunismo avevano un movente prima di tutto politico. Pure, l’essere comunisti, in quanto incrociato con una visione del mondo, aveva un connotato quasi etnico-culturale; mentre l’essere ebrei ha un connotato prima di tutto etnico-culturale e talvolta religioso, ma in quanto incrociato con la questione di Israele, assume un connotato politico.

Ora, l’antisemitismo moderno, tra XIX e XX secolo, si è caratterizzato nel fantasticare di un preminente carattere politico dell’ebraismo e di una sua occulta superpotenza capace di influire sui destini dei popoli (la diaspora come impero occulto), fino all’idea del “complotto ebraico per il dominio sul mondo”. E come il fatto politico dell’emancipazione ebraica e della conquista dei diritti di cittadinanza si trovò di fronte alla reazione antisemita fino allo sterminio, così la conquista politica dell’autodeterminazione nazionale degli ebrei si trova ad affrontare oggi una reazione antisemita di nuovo crescente, anche a sinistra. Ciò ancor prima dei torti verso i palestinesi e delle ragioni di esistere di Israele, ma per il fatto stesso di percepire l’ebraismo in quanto tale come entità politica. Cosa che un tempo non era, se non nell’immaginario antisemita della destra, e che ora in gran parte lo è di fatto per via di Israele in quanto entità politica. Lo è di fatto, tanto più per il rapporto di una grande parte degli ebrei con Israele come Stato-guida, Guida politica ma anche religiosa, vista la diffusa deferenza di tanti rabbini della diaspora verso un’egemonia dottrinaria e halakhica dei rabbinati di Israele. Ma se un tempo dall’antisemitismo scendevano sugli ebrei improprie imputazioni politiche, ora dalla legittima (o doverosa) critica alla politica di Israele spesso ri-salgono improprie imputazioni antisemite verso gli ebrei in quanto tali.

L’antisemitismo di sinistra prima di tutto eredita da quello di destra il fatto di percepire l’ebraismo in quanto tale come entità politica.

Questo fatto rende disponibile la sinistra a farsi infiltrare da stereotipi ereditati circa gli ebrei. Ora, l’antisemitismo è molto di più di un’opinione, è una tradizione, e in quanto tradizione è un’eredità culturale che ha a che fare con le identità collettive e col senso comune. Chi è cosciente di questo sa di non potersi esimere dal fare i conti, soprattutto dopo la Shoah, con questa tradizione che impregna di sé tanta parte del senso comune.

 In secondo luogo, l’antisemitismo a sinistra eredita da quello di destra l’idea che gli ebrei, e con essi Israele (o che Israele e con esso gli ebrei) dispongano di una potenza incondizionata.

Nella tradizione, l’immaginazione di una sproporzionata potenza degli ebrei ha ispirato l’idea della loro pericolosità, quindi della loro imputabilità circa i mali del mondo, infine della necessità della loro persecuzione o soppressione.

 L’arbitrio che Israele esercita sui palestinesi e il suo sistematico aggirare le disposizioni dell’ONU con l’appoggio costante degli USA suggerisce questa impressione di arbitrio. Sono fatti deprecabili, che si svolgono però entro una condizione reale di precarietà, lontana dall’immaginario antisemita di una potenza incondizionata degli ebrei. Sullo sfondo c’e a sinistra l’idea che l’occidente, per molti secoli centrale ed egemone, sia responsabile pressoché esclusivo delle ingiustizie e dei mali del mondo. Vicky Franzinetti fa l’esempio della schiavitù moderna di cui l’opinione corrente attribuisce il monopolio ai colonizzatori, mentre questi, cristiani e musulmani, di schiavi facevano commercio con i re africani largamente disposti a vendere i propri sudditi. Franzinetti fa anche l’esempio della schiavitù in uso presso le tribù “pellirosse” d’America, ora vezzeggiate dai sensi di colpa “politicamente corretti”: nobilitate e scagionate dalla loro storia e condizione di vittime.

A sinistra ci si arroga giustamente il compito di denunciare le responsabilità maggiori di chi ha più potere e forza, ma quando questa denuncia riposa su uno schema binario, da un lato gli esclusivamente responsabili, dall’altro le esclusivamente vittime, non solo si deforma la storia, ma si apre una breccia a una sorta di inconsapevole razzismo: da un lato chi agisce ed è titolare di responsabilità e d’imputazione politica ed etica, dall’altro le vittime, in quanto tali destituite da ogni responsabilità, e perciò innocenti. Innocenti e privi di responsabilità in quanto vittime. Chi ha più forza ha la dignità di soggetto, chi ne ha meno rimane oggetto.

Nel conflitto israeliano-palestinese Israele ha le maggiori responsabilità, ma sarebbe offensivo per i palestinesi non essere considerati soggetti responsabili delle proprie scelte politiche e storiche, piuttosto che lusingati come oggetti “innocenti” della prevaricazione altrui.

D’altra parte, la destra nazionalistica israeliana si ammanta della prerogativa ebraica della vittima per pretendere l’ingiudicabilità della propria politica.

Due nodi sono da considerare: lo statuto simbolico della vittima e il rapporto tra universalismo e particolarismo.

Giustamente, a sinistra c’è la propensione a solidarizzare con le vittime, sociali, culturali o storiche. Ma la questione è particolarmente intricata quando implica gli ebrei. Mentre gli ebrei rappresentano il paradigma della vittima, tanto che la loro tragedia è riferimento anche giuridico dei “diritti umani”, si apre una competizione tra chi è degno oggi di arrogarsi questa categoria simbolica e politica. Il conflitto tra israeliani e palestinesi e in generale tra occidente e mondo islamico. Poiché a sinistra ci si arroga giustamente il compito d’essere coscienza auto-critica dell’egemonismo occidentale, questi conflitti tendono ad attenuare, a sinistra, il senso critico nei confronti del mondo islamico e dei suoi stessi contrasti interni. In questo quadro, la lotta contro l’antisemitismo si intrica con quella contro l’anti-islamismo, lotte che spesso non si appoggiano l’un l’altra ma anzi entrano in competizione reciproca come opposti schieramenti. Perché non solo l’anti-israelismo, ma proprio l’antisemitismo (anche di radice europea) è diffuso nel mondo islamico.

Il fatto si complica ulteriormente se consideriamo il nodo tra universalismo e particolarismo. Giustamente a sinistra si intende riferirsi a principi universalistici, che però implicano il rispetto e il sostegno alle diversità. Ne risulta un complicato sistema: chi si ispira all’universalismo si considera depositario di una sorta di super-cultura capace di comprendere e abbracciare le culture particolari e persino di considerare chi ne è depositario non solo in diritto, ma in dovere di conservarle, in nome delle diversità. Tanto da assistere spesso all’incongrua giustificazione, a sinistra, di usi e tradizioni che contraddicono i principi universalistici, in nome del rispetto delle “altrui culture”; tanto da assistere spesso, a sinistra, all’incongrua alleanza con le autorità reazionarie delle singole comunità etniche e religiose, in quanto rappresentanti ufficiali delle diversità identitarie. A tutto danno di chi, dall’interno di quelle culture, tenta trasformazioni e rinnovamenti secondo criteri universalistici.

14 marzo 2019

 Stefano Levi Della Torre con Vicky Franzinetti

 

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