Israele

 

 

Tempi bui per la democrazia in Israele

di Giorgio Gomel

 

 

Dopo una campagna gravida di accuse volgari e mistificatorie, istigazione isterica alla paura dei palestinesi e degli “arabi” di Israele e con un’opinione pubblica polarizzata sugli estremi, il Likud di Netanyahu e un insieme di partiti religiosi e della destra nazionalista hanno prevalso nelle elezioni di Israele. Pur con quasi lo stesso numero di seggi per il suo partito rispetto a quelli del partito di centro suo avversario , Netanyahu, giunto alla sua settima corsa elettorale come leader del Likud e candidato alla premiership e alla quinta vittoria - nel 1996, 2009, 2013, 2015 e oggi - dovrebbe essere in grado di formare un governo con una coalizione non dissimile da quella che ha retto il paese negli ultimi anni, ma con il Likud centro di gravità assai rafforzato. Il margine di tale coalizione rispetto all’opposizione sarebbe di 10 seggi (65 contro 55).

 Il Primo ministro uscente ha voluto le elezioni anticipate, quasi un plebiscito sul suo conto, con l’intento di evitare il processo che dovrebbe affrontare in base alle incriminazioni in atto per tre casi di corruzione, frode ed abuso di fiducia, nonché un quarto connesso all’acquisto di sottomarini tedeschi su cui le indagini di polizia sono in corso, o almeno di restare in carica nonostante le imputazioni; secondo la legge lo può fare sino al verdetto finale. Elezioni distorte quindi nella loro natura in quanto l’oggetto del contendere è stato in misura predominante il futuro di Netanyahu, quando in una democrazia normale se si è colpiti da un’imputazione si è soggetti a un processo, non ad un’elezione. I temi dirimenti per il paese - un accordo di pace con i palestinesi e il mondo arabo, il rispetto dello stato di diritto e delle prassi democratiche, il legame controverso fra religione e politica e il monopolio del rabbinato ortodosso in materie anche civili, l’acuirsi delle diseguaglianze socio-economiche - sono stati largamente elusi. Il partito di centro “Blu e bianco”, capeggiato da Gantz e Lapid, non è riuscito a imporre il dibattito su questi temi. Solo la sinistra - il Meretz, i laburisti, i partiti arabi - ha sollevato con forza il dilemma drammatico che incombe sul futuro di Israele. Una democrazia limitata a causa:

a) della recente legge sullo “stato-nazione ebraico” che codifica uno stato di non eguaglianza tra ebrei e arabi cittadini di Israele; i secondi godono infatti di pari diritti individuali, ma non dei diritti collettivi propri di una minoranza nazionale;

b) del clima ossessivo volto a delegittimare e colpire istituzioni e corpi indipendenti - il potere giudiziario, soprattutto la Corte suprema, l’accademia, il mondo della cultura, la stampa, le ONG attive nella difesa dei diritti umani - avvicinando Israele a stati quali la Polonia, l’Ungheria, il Brasile, la Russia, paesi con i quali Netanyahu ha inaugurato da tempo una diplomazia attenta e seduttiva.

In particolare, è stato manifesto il proposito del governo uscente di dividere e disarticolare la UE circa le posizioni da essa assunte sul conflitto israelo-palestinese - la difesa del principio di “due stati per due popoli” - e sui rapporti con l’Iran, in sostegno all’accordo sul nucleare iraniano, “corteggiando” i paesi est-europei del gruppo di Visegrad retti da partiti nazional-populisti. Ma al di là della realpolitik vi è anche un’affinità elettiva sul piano ideologico fra il Likud e alcuni di questi partiti che esaltano l’identità etnica, il rifiuto degli immigrati, l’intolleranza del diverso.

Netanyahu ha vinto le elezioni anche in virtù della sua spregiudicatezza tattica e con il favore dell’America di Trump e della Russia putiniana. Trump gli ha concesso una triade di doni: il ripudio unilaterale dell’accordo nucleare con l’Iran, lo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme e infine la decisione di riconoscere la sovranità di Israele sulle alture del Golan siriano facendo intravvedere alla destra israeliana un atteggiamento più indulgente degli Stati Uniti circa l’annessione di parti rilevanti della Cisgiordania che detta destra propugna. Lo stesso Netanyahu ha affermato all’ultimo l’intento di andare in quella direzione. Anche Putin, malgrado il delicato rapporto con Israele dovuto al sostegno russo al regime di Assad e le ambiguità della stessa Russia circa l’ingerenza iraniana in Siria e Libano, ha fornito il destro a Netanyahu appena qualche giorno prima del voto con la consegna in sua presenza a Mosca dei resti di un soldato israeliano ucciso nel 1982 in Libano, resti ritrovati in Siria. Un gesto significativo data la tradizione così forte e coesa nella società israeliana di recuperare in ogni modo soldati prigionieri o dispersi o caduti sui fronti di guerra.

Ha potuto inoltre contare sulla neutralità dell’Europa e del resto del mondo, ben poco risoluti nell’opporsi con efficaci misure sanzionatorie all’espansione degli insediamenti nei territori palestinesi nonché sulla vicinanza di paesi arabi sunniti - dall’Arabia saudita agli Emirati - mossi da interessi convergenti con Israele nell’opposizione all’Iran.

I partiti di centro-sinistra hanno condotto un’onesta battaglia contro la legge sullo “stato nazione”, richiamandosi ai principi di eguaglianza sanciti dalla Dichiarazione di indipendenza del 1948 e in difesa dello stato di diritto. Ma il risultato è stato molto pesante: la sinistra ebraica, debole fra gli israeliani di origine russa o mizrachi, ha ottenuto meno del 10% dei suffragi; in particolare, il partito laburista ha subito un crollo, in parte dovuto alla scelta di elettori di centro-sinistra di spostare il proprio “voto utile” sul partito di centro. I partiti arabi, divisi in due tronconi, hanno perso voti rispetto al 2015, soffrendo anche del forte astensionismo degli elettori arabi, quasi il 20 % dell’elettorato, irritati per le divisioni, delusi per il varo della legge sullo “stato-nazione ebraico” e segnati da un crescente senso di alienazione dal sistema politico del paese che li esclude da ogni coalizione.

Al di là dei fatti contingenti, vi è però in atto da tempo uno spostamento profondo e permanente della società israeliana verso posizioni etno-nazionaliste. Il Likud, un tempo più moderato, sostiene l’annessione in parte o toto della Cisgiordania. Alcuni dei partiti minori alla destra del Likud si sono spostati su posizioni vieppiù radicali fino a sposare l’ideologia fanatizzata di coloro che non solo predicano l’annessione dei territori ma anche l’espulsione dei palestinesi. Nelle inchieste d’opinione oltre il 50 % degli intervistati si dichiara di destra, contro circa il 25% di centro e meno del 15 % di sinistra, un orientamento marcato soprattutto fra i giovani. Fenomeno dovuto alle trasformazioni sociali e demografiche del paese, quali la grande immigrazione dalla Russia post-sovietica dei primi anni ’90, il prevalere di una visione del mondo etnocentrica fra i 600.000 immigrati giunti in Israele negli ultimi 20 anni da Russia, Ucraina, Francia, Stati uniti e il crescere del peso demografico dei religiosi. Ma anche alla reazione alla strada nichilista imboccata dai palestinesi: la violenza terroristica dell’intifada negli anni 2001-05, la guerra di guerriglia mossa da Hamas dalla striscia di Gaza, il rifiuto di Abu Mazen alle offerte di accordo del governo Olmert-Livni nel 2008.

 Non sono solo gli oltre 400.000 coloni negli insediamenti in Cisgiordania a rendere la soluzione “a due stati” sempre più difficile nei fatti; anche una vasta parte della società preferisce i palestinesi “invisibili” dietro il muro di separazione. Vivono ormai fra il mare Mediterraneo e il Giordano 6,7 milioni di ebrei e 6,7 milioni di arabi (di cui circa 1,8 milioni cittadini di Israele , quasi 2 milioni a Gaza, quasi 3 in Cisgiordania). Secondo serie inchieste d’opinione solo un terzo degli israeliani sostiene convinto una soluzione “a due stati”, il 19% opta per uno stato unico, il 27% per qualcosa di indistintamente diverso, il 20% non risponde. Ma nelle stesse indagini solo il 28% degli israeliani è contrario ad ogni forma di annessione; il 15 vuole l’annessione piena senza diritti per gli abitanti palestinesi, l’11 opta per un’annessione che assicuri pari diritti civili e politici per gli stessi palestinesi, quindi uno stato binazionale su base egualitaria.

Con questi numeri il nuovo governo tenderà a mantenere lo status quo, forse senza un’annessione formale ma espandendo senza limite alcuno gli insediamenti e i loro residenti. Oppure annetterà parti dell’ area C della Cisgiordania, che ne costituisce il 60%, con il favore presunto di Trump.

Ehud Barak, l’ultimo primo ministro di centro-sinistra nel biennio 1999-2000, ha scritto (Haaretz, 12 aprile): “È in atto un’alleanza malata fra Netanyahu e le sue coorti corrotte che puntano a demolire il sistema legale per salvarsi dai processi e gli zeloti estremisti che puntano a demolire il sistema per conseguire il loro sogno di un apartheid ebraico. Non possiamo lasciare che questo accada.”

Ma per fare ciò, l’unico modo per una riscossa del centro-sinistra è un’intesa con la minoranza araba nel paese, un’alleanza anche politica per un futuro fondato su principi di eguaglianza e democrazia, in base alla quale i partiti “ebraici” si battano per modificare la legge dello “stato nazione” e includere gli arabi nel “body” politico del paese alla pari e gli arabi accettino Israele come stato democratico con una maggioranza ebraica.

Giorgio Gomel

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