Israele

 

 

 

Chi vota chi?

 

di Francesco Bassano

 

 

 

Un articolo di inizio mese uscito sulla Jewish Telegraphic Agency raccontava che in Israele la maggior parte dei haredim (ultraortodossi) votano in blocco per i loro partiti, mentre gli ‘olim (nuovi immigrati) “Anglo” della stessa corrente religiosa - con “Anglo” si intendono gli immigrati dai paesi anglosassoni - più difficilmente si adeguano a questa tendenza. Questi ultimi, formatisi in seno alle democrazie liberali occidentali, concepiscono il voto come una scelta individuale in base ai propri principi o sul programma di un determinato candidato piuttosto che come un’affiliazione settaria. 

Come abbiamo visto nelle ultime elezioni, il voto israeliano ha rivelato ancora più di prima un paese politicamente frammentato su blocchi dipendenti dal proprio gruppo d’appartenenza e sulla difesa degli interessi ad essi legati: i haredim ashkenaziti votano l’UTJ (il cosiddetto “Gimmel”), i dati leumi (nazional-religiosi) e gli abitanti degli insediamenti votano i partiti nazional-religiosi come HaBayt HaYehudi, gli ‘olim russi votano per lo più Israel Beitenu, i mizrahim (orientali), haredim o meno, votano Shas, e quelli più “tradizionali” il Likud, infine gli arabi votano soprattutto le loro liste. Solo questa base elettorale (escludendo il Likud) comprende circa il 30% dell’elettorato. A ciò andrebbe aggiunto che nelle precedenti elezioni non pochi drusi scelsero Kulanu - un partito che, per quanto a causa del sostegno a Netanyahu venga considerato di destra, ha una piattaforma che pone l'accento su questioni sociali ed egualitarie avvicinandolo più al centro-sinistra -, e che in questa tornata una buona parte dell’elettorato arabo/druso ha votato Meretz (circa 40.000 persone secondo Haaretz). Sebbene non manchino eccezioni, come per esempio abitanti degli insediamenti che votano Meretz o persino Hadash e arabi che votano Likud, osservando il dato scenario si potrebbe arrivare ben presto alla conclusione che se questo trend dovesse rimanere costante, e così le alleanze tra i partiti, la situazione politica israeliana difficilmente potrebbe variare: i cambi di gruppi d’appartenenza sono rari, colui che nasce in un gruppo specifico il più delle volte rimane nel medesimo, le amicizie e i matrimoni avvengono all’interno di essi, e secondo le previsioni demografiche, arabi, haredim, e dati leumi saranno sempre più numerosi in Israele, facendo sì che diverrà difficile escludere le loro rappresentanze politiche dalle future coalizioni.

Forse, tornando all’inizio di questo testo, la sinistra israeliana potrebbe confidare in un improvviso incremento delle aliot che cambi radicalmente la composizione della società israeliana: se per assurdo tutti gli ebrei americani emigrassero in Israele, vista la loro storica predisposizione per i partiti liberal, la situazione potrebbe effettivamente mutare a vantaggio della sinistra. Ma tornando alla realtà, a differenza dello scorso secolo, i nuovi ‘olim dai paesi occidentali parrebbero essere soprattutto ebrei che si trasferiscono in Israele per seguire un’esistenza più religiosa, più che per mutare o costruire la società israeliana secolare. Anche coloro che sono giunti in Israele in questi anni dalla Francia hanno finito per rafforzare la componente “orientale” (o meglio nordafricana) già presente in Israele e legata al Likud, mentre gli ‘olim provenienti dalla Russia o dall’Ucraina, per quanto meglio istruiti rispetto alla media, tendono ad avere un’idiosincrasia nei confronti della sinistra a causa del ricordo di questa con l’ex regime sovietico.

Anshell Pfeffer scrive su Haaretz a proposito di un concetto già noto che prende spesso il nome di “orientalizzazione” affermando che “il 90% degli israeliani o delle loro famiglie provengono dal Medio Oriente e dall'Europa orientale e non hanno avuto esperienze di democrazia oltre alla versione israeliana.” Questa visione che finisce per addossare gran parte delle responsabilità alla componente sefardita-mizrahi, dimentica però naturalmente la percezione spesso molto negativa dell’establishment ashkenazita del Mapai nei confronti dei mizrahim e maghrebim, ciò che poi ha condotto la maggior parte di questi a preferire prima il Herut, e poi il Likud o lo Shas. Dimentica inoltre che anche una parte non sottostimabile degli ebrei dell’Iraq, dell’Iran, del Marocco, o dell’Egitto sono stati in molti casi precursori delle idee liberali e socialiste nei propri paesi d’origine, aderendo non di rado ai movimenti di liberazione per la decolonizzazione. Per quanto non perfettamente riuscita, la dirigenza del Mapai aveva comunque come scopo quello di assimilare e quindi “israelianizzare” tutte le componenti interne della popolazione ebraica al di là dell’osservanza religiosa o della provenienza, una mentalità che, in linea con l’ideologia socialista, certo non era sempre rispettosa delle specifiche differenze culturali. Come l’Unione Sovietica o l’ex Jugoslavia erano in qualche modo riuscite a superare le varie differenze etnico-culturali creando l’uomo sovietico o jugoslavo, Israele aveva come fine di unire l’ebreo berbero dell’Atlante con quello viennese creando l’uomo nuovo israeliano. Oggi con la globalizzazione che ha ridestato i particolarismi, le singole identità e l’individualismo, ciò oltre ad essere più complesso sembra non essere comunque lo scopo degli ultimi governi di Israele, i quali il più delle volte finiscono per rappresentare soltanto una parte seppur ampia della popolazione. 

Il partito Kahol Lavan in piccolo ha tentato di raccogliere questo retaggio; il nuovo centro-sinistra israeliano negli ultimi anni ha cercato di riemergere monopolizzando i simboli unitari e gli ideali sionisti delle origini, non elaborando alla perfezione che la società israeliana da allora è profondamente cambiata. Il sionismo tradizionale per quanto in Europa venga percepito come un concetto legato alla destra, in Israele è rimasto sostanzialmente un’idea di sinistra. I partiti di governo come il Likud hanno in parte abbandonato il sionismo revisionista di Jabotinsky avvicinandosi più al populismo in voga e ancor più al sionismo religioso. Jabotinsky per quanto per certi aspetti discutibile, era un laico il quale sognava che Israele potesse diventare una casa anche per gli arabi, i quali dalla fondazione di questo avrebbero tratto vantaggio. Forse Reuven Rivlin potrebbe essere considerato uno dei pochi eredi rimasti. I nazionalisti religiosi del Mafdal erano in origine meno intransigenti sulla questione araba e sul discorso delle terre (si ricordino per esempio le posizioni di Haim-Moshe Shapira), riconoscendo agli arabi il diritto di auto-determinarsi nelle zone in cui erano maggioritari. In tempi passati esistettero poi anche partiti di sinistra legati ai dati leumi, come Meimad nel 2000, alleato con Ha’avoda e localmente con Meretz. Alcune frange delle correnti nazional-religiose attuali invece contestano il concetto stesso di stato, e non di rado i loro leader, come quelli di Otzma Yehudi, auspicano, in linea con Rav Meir Kahane, l’espulsione della componente araba oltre il Giordano. Cavallo di battaglia quest’ultimo, insieme alla piena sovranità israeliana sull’intera West Bank, anche del nuovo partito Zehut - il quale non ha superato la soglia elettorale - dell’ex likudnik Moshe Feiglin. Lo stesso personaggio che secondo Haaretz avrebbe in un discorso esaltato il sistema politico-economico del Terzo Reich. In ultimo il Gimmel, il partito degli haredim ashkenaziti, è sempre stato, attraverso varie fasi più o meno morbide, per lo più distante dal sionismo.

Sebbene, come hanno rimarcato molti opinionisti, il confitto israelo-palestinese sia stato il grande tema assente di questa campagna elettorale, forse non troppo è stato detto sul fatto che le forze d'opposizione hanno tentato di raccogliere la voce, più che della sinistra vera e propria, delle componenti secolari che vivono soprattutto a Tel Aviv e nel resto del Gush Dan, le quali nutrono avversione verso gli alleati haredi e dati-leumi di Netanyahu. Alcuni manifesti elettorali di Kahol Lavan presenti in Israele prima delle elezioni descrivevano bene questa attitudine: in un manifesto erano ritratti con sullo sfondo la bandiera israeliana i quattro leader di Kahol Lavan con scritto “’Am Israel Hai”. Affianco, con dietro la bandiera del Beitar, comparivano invece Netanyahu insieme a Michael Ben-Ari - di Otzma Yehudit, escluso alla candidatura dalla commissione elettorale per razzismo anti-arabo - e a un altro leader di HaBayt HaYehudi, entrambi con la kippah uniti con il motto “Kahane Hai”. 

Ma oltre alla quasi scontata vittoria del Likud e al successo dei partiti nazional-religiosi - i quali comunque pagando la loro frammentazione hanno perso tre seggi - dovremmo guardare ai due partiti haredi come ai reali vincitori delle ultime elezioni, anche per il loro appoggio già prima dei risultati alla coalizione del Likud. In questi giorni su Haaretz, Rav Benjamin Goldschmit scriveva che la sinistra per tornare a vincere dovrebbe smettere di odiare i haredim e, come ai tempi del Mapai, rivolgersi nuovamente a questo settore, togliendolo così dalle braccia di Netanyahu. Secondo Goldschmit i haredim in Israele, sebbene vengano sempre contati in questo blocco, non sono automaticamente di destra e contro la pace con i vicini palestinesi. Il Rav ricorda l’ancora influente figura di Rav Eliezer Shach, il quale sosteneva che al popolo ebraico era vietato inimicarsi le nazioni e che gli insediamenti erano una minaccia per la vita ebraica. Ciò che ha spinto i haredim lontano dalla sinistra sarebbe il secolarismo da questa continuamente sbandierato. L’elettorato haredi in Israele vota, come già accennato, per il 73% i propri partiti, circa il 10% non vota in opposizione allo stato sionista, e il restante 17% per partiti non haredi legati per lo più alla destra, ma in misura minore anche alla sinistra. Un importante studio del 2015 dal Pew Research Center sulla società israeliana rivelò che solo il 32% dei haredim era fortemente d’accordo sull’affermazione che “gli arabi dovrebbero essere espulsi da Israele” rispetto al 37% dei dati leumi. 

Concludendo, la deriva a destra della società israeliana è stata spiegata con “l’orientalizzazione” di Israele, con l’alto tasso di natalità della popolazione religiosa, nonché con il clima di tensione perenne causato dalla Seconda Intifada e dal governo di Hamas su Gaza, facendo tramontare l’idea dei due stati soprattutto nei più giovani. Uno mano tesa verso la popolazione araba che si sente parte di Israele, a quell’ampia fascia di israeliani che vivono con un basso reddito, e infine a quel mondo religioso distante da visioni oltranziste potrebbe forse essere la chiave di svolta per la sinistra israeliana del futuro. 

Francesco Bassano

 

 

 

I partiti israeliani

 

 

Ha-Avodà è il partito laburista israeliano, di centro sinistra e legato al sionismo socialista; è nato nel 1968 dalla dissoluzione del Mapai, la forza dominante nella politica israeliana nei primi vent’anni dall’esistenza dello stato. Il leader attuale è Avi Gabbai; alle ultime elezioni ha ottenuto 6 seggi su 120 (13 in meno rispetto al 2015 quando era coalizzato con Hatnuà di Tzipi Livni).

 

Shas è un partito religioso ultra-ortodosso nato nel 1984 che rappresenta principalmente gli interessi degli ebrei di origine maghrebina, sefardita e mizrahi (orientale). Unisce posizioni economiche di centro-sinistra con altre di centro-destra. Rispetto al suo corrispettivo ashkenatiza, lo Utj, è più vicino al sionismo. Il leader attuale è Aryeh Deri; alle ultime elezioni ha ottenuto 8 seggi su 120 (uno in più rispetto al 2015).

 

Yisrael Beitenu è un partito laico di destra che rappresenta soprattutto gli israeliani di madrelingua russa. Sulla questione israelo-palestinese il suo leader Avigdor Lieberman ha proposto uno scambio di territori tra alcune aree a maggioranza araba come quelle settentrionali e quelle con una forte presenza ebraica in West Bank. Nelle ultime elezioni ha ottenuto 5 seggi su 120 (uno in meno rispetto al 2015).

Likud è un partito nazionalista liberale di destra con radici storiche nel sionismo revisionista di Vladimir Jabotinskji, fondato nel 1973 da Menachem Begin sulle ceneri di Herut. Il leader attuale è Benjamin Netanyahu e alle ultime elezioni ha ottenuto 36 seggi su 120 (rispetto ai 30 del 2015).

 

Utj (United Torah Judaism) è un'alleanza di due partiti politici che rappresentano gli interessi dei haredim (ultraortodossi) ashkenaziti: Agudat Israel (hassidico) e Degel haTorah (non hassidico). Non ha una posizione uniforme sugli insediamenti in West Bank e sulla questione israelo-palestinese. Dal 1992 è stato parte sia di coalizioni di centro-destra che di centro-sinistra, il leader attuale è Yaakov Litzman; alle ultime elezioni il partito ha ottenuto 8 seggi su 120 (2 in più rispetto al 2015).

 

 

 

Kahol Lavan (Blu e bianco) è un'alleanza politica di centro e centro-sinistra istituita nel 2019 e comprendente i partiti di Yesh Atid, Telem e l'Israel Resilience Party. I temi principali della loro piattaforma sono la modifica della Legge sullo Stato-Nazione per includere le minoranze, l'introduzione del matrimonio civile, l'introduzione di un limite per i mandati del primo ministro, e una riapertura delle trattative di pace con le autorità palestinesi. I leader principali sono l'ex ramatkal (capo di stato maggiore) Benny Gantz e Yair Lapid; alle ultime elezioni il partito ha ottenuto 35 seggi su 120.

 

Meretz è un partito di sinistra nato nel 1992 dalla fusione del Mapam - partito marxista sionista - con il Ratz (social-liberale) e lo Shinui (liberale e fortemente secolarista). La sua piattaforma si fonda sull'ambientalismo, il secolarismo, la soluzione a due stati, la giustizia sociale e la difesa dei diritti umani. La leader attuale è Tamar Zandberg; alle ultime elezioni il partito ha ottenuto 4 seggi su 120 (uno in meno rispetto al 2015).

 

Kulanu è un partito centrista fondato nel 2014 che si concentra su una politica economica maggiormente egualitaria per diminuire soprattutto l'alto costo della vita degli israeliani di fascia medio-bassa in gran parte di origini mizrahi/sefardite. Ha una posizione moderata sul conflitto israelo-palestinese che lo avvicina per questo ed altri aspetti più all'alleanza Kahol Lavan che alla coalizione di destra di cui fa parte. Il leader attuale è Moshe Kahlon; alle ultime elezioni il partito ha ottenuto 4 seggi (rispetto ai 10 del 2015).

 

United Right (Ihud Miflagot HaYamin), è un alleanza di tre partiti di destra e di destra radicale legati al sionismo religioso comprendente il maggioritario HaBayit HaYehudi - nato dallo storico partito nazional-religioso, il Mafdal -, Tkuma, e da Otzma Yehudit - un partito legato al Kahanismo. Sebbene con qualche variazione, entrambi hanno come obiettivo almeno l'annessione dell'Area C della Cisgiordania, la difesa degli interessi degli abitanti degli insediamenti e dei Dati Leumi (religiosi nazionalisti), l'opposizione verso i matrimoni dello stesso sesso. Il leader attuale è Rafi Peretz; alle ultime elezioni hanno ottenuto 5 seggi (rispetto agli 8 del 2015 quando superò la soglia di sbarramento soltanto HaBayit HaYehudi).

 

Hadash è un partito comunista arabo ed ebraico erede del Maki, il partito comunista israeliano delle origini; si autodefinisce non-sionista. I suoi elettori sono prevalentemente arabi laici della classe media, con un elettorato ebraico minoritario. Il partito sostiene la nazionalizzazione di aziende e giacimenti, il ritiro completo dalla Cisgiordania per favorire la creazione di uno stato palestinese, e il ritorno e risarcimento per i rifugiati palestinesi. Il leader attuale è Ayman Odeh; alle ultime elezioni insieme al partito nazionalista arabo Ta'al ha ottenuto 6 seggi su 120.

 

Lista Araba Unita (Ra'am) + Balad, sono due liste nazionaliste arabe che sostengono la creazione di uno stato palestinese e una maggiore uguaglianza per i cittadini arabo-isrealiani. Il primo partito è legato all'islamismo, mentre il secondo ha una piattaforma più secolare. Il leader attuale per le due liste è Mansour Abbas; alle ultime elezioni il partito ha ottenuto 4 seggi (3 in meno rispetto alle elezioni del 2015).

 

Zehut è un partito libertario di destra fondato nel 2015 che ha come scopo la difesa della libertà economica e la piena sovranità sulla West Bank. Il suo programma include tematiche legate al nazionalismo religioso (come la costruzione del terzo tempio) e altre più liberali come la legalizzazione della cannabis. Il leader attuale è Moshe Feiglin; alle ultime elezioni non è riuscito a superare la soglia di sbarramento. 


A cura di Francesco Bassano

 

 

 

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