Israele

 

 

 

Ottimismo?

 

di Rimmon Lavi

 

 

Invece di lamentarci per i risultati delle ultime elezioni in Israele, vorrei proporre uno sguardo meno pessimistico e soprattutto più diretto all'azione possibile per il futuro (credo più prossimo di quanto possiamo immaginarci).

Infatti i risultati non hanno potuto stupire, in generale, chi non si è fatto illusioni quanto all'atmosfera nazionalistica, etnocentrica e populista coltivata dai governi israeliani (non solo di destra) ed esasperata dai gruppi messianici sostenuti, come Trump, dagli evangelisti americani che aspettano la guerra di Armageddon prima o dopo la ricostruzione del Tempio, per avvicinare la venuta del Messia (i nostri), o la seconda di Gesù (i loro). Atmosfera xenofoba, sovranista e spesso anche razzista che purtroppo dilaga in Europa, in Brasile, in India, in Africa e altrove, e che ha fatto di Netanyahu una figura politica di statura internazionale, che procura assoluzione ai suoi colleghi con tendenze totalitarie, spesso basati su elettorati antisemiti.

Le tendenze demografiche, messe in luce anche da Sergio Della Pergola, non lasciano dubbio che le generazioni degli ebrei dai paesi arabi arrivati sotto l'egemonia del Mapai o cresciuti nella coscienza di essere stati discriminati trovano nella destra nazionalista e nelle forme religiose tradizionali risposta alla laicizzazione forzata e alla retorica di tipo socialista che, invece di assicurare maggiore giustizia sociale, resero possibile il rapido imborghesimento e arricchimento delle classi direttive "bianche" (aiutate dalle riparazioni personali dalla Germania).

Non per nulla poco prima delle elezioni un sondaggio accademico non politico ha mostrato che tra gli ebrei d'Israele c'è una chiara maggioranza (non enorme, per ora) favorevole a politica di "transfer" per gli arabi israeliani, e una maggioranza ancor più consistente per togliere loro il diritto di voto.

La campagna elettorale è stata tutta puntata pro o contro Benyamin Netanyahu, con poca o nulla discussione in favore o contro la politica del suo governo o in favore o contro inesistenti proposte politiche alternative, né sociali, né economiche, né di sicurezza,né certo meno rispetto ai palestinesi. Anche gli elementi di difesa della democrazia, di separazione dei poteri e di "mani pulite" di fronte a un premier sotto accusa, sono stati praticamente spazzati via dalla campagna elettorale che Netanyahu ha saputo delimitare a "chi è contro di me è di sinistra, e la sinistra è pericolosa" (cioè non è patriottica). L'opposizione a lui ha inutilmente cercato di dimostrare di non essere di sinistra, ma solo di "centro", credendo così di poter rubare voti a destra - al punto di promettere, tutti, di non fare blocco tecnico con i partiti arabi, contro l'eventuale coalizione del Netanyahu: cioè fin da prima delle elezioni era chiaro che non ci sarebbe stata nessuna possibilità di alternativa governativa, non solo di programma ma anche dei 61 deputati necessari.

E allora, dove trovo un po' d'ottimismo? No, non nell'improbabile caduta giudiziaria di Netanyahu (che farà tutte le manovre possibili per impedire o rimandare le pratiche giudiziarie). Vi stupirò, ma proprio nell'astensionismo di massa di due gruppi importanti della popolazione israeliana: invece di criticare la loro astensione, come fanno quelli del centro, senza volerne capire le ragioni, io trovo in esso il potenziale per un cambiamento, o per lo meno per un'azione politica positiva.

Il 50% delle ultime classi di giovani ebrei che hanno ottenuto il diritto di voto (dai 18 ai 24 anni) non ha partecipato alle elezioni. Così pure il 50% dei cittadini arabi israeliani si sono astenuti dal voto, questa volta, malgrado le insistenze dei loro partiti. S'incolpano i giovani di essere individualisti e edonisti, ma ciò vuol dire che non sono ideologicamente impegnati e si può far vedere, per lo meno a parte di loro, i pericoli del futuro che la coalizione di destra prepara per loro, e l'importanza per la loro libertà personale di difendere la democrazia (non solo nel senso tecnico di potere della maggioranza) e i fondamenti liberali di una società aperta e non etnico-clericale. Si criticano gli arabi che si sono astenuti, dopo 70 anni di falsa democrazia, in cui i loro rappresentanti sono esclusi da ogni partecipazione non solo al governo, ma ad azioni comuni con gruppi ebraici per difendere i loro interessi, per legittimare le loro aspirazioni di sviluppo e di eguaglianza civile, e sì, è vero, anche d'influire sulla politica verso i loro parenti e connazionali palestinesi tenuti sotto occupazione diretta o controllo indiretto da cinquant’anni. La loro astensione è critica verso gli apparati e le retoriche impotenti dei loro partiti, ma anche e anzitutto contro la società israeliana che li esclude da ogni vera partecipazione alla vita democratica.

Ecco la ragione del mio relativo ottimismo: invece di puntare inutilmente a ingannare l’elettorato già di destra che della vera democrazia se ne infischia (fidandosi che la protezione divina gli assicurerà maggioranza e vittorie militari per l'eternità), bisogna lavorare per convincere l'elettorato giovane e quello arabo che si sono astenuti in massa a unirsi attorno a una vera alternativa programmatica di collaborazione fondata su valori liberali, pluralisti e democratici, di giustizia sociale anche se non d'impronta socialista, e di ricerca attiva e onesta di una coesistenza pacifica, onorevole e rispettosa dei diritti reciproci con i palestinesi. Le basi di collaborazione e di azione comune araba-ebraica si stanno formandosi appunto tra giovani ebrei e arabi, in un movimento "stiamo assieme" (Omdim beiachad). E chissà, forse si troverà anche una figura politica pulita e coraggiosa con cui combattere. Pur senza essere entusiasta del carisma, che in Israele si cerca nei generali, l'ultimo congedato per aver osato metterci in guardia sulla somiglianza tra i processi socio-politici attuali in Israele e quelli degli anni venti e trenta del secolo scorso in Europa, Yair Golan ha parlato con tale coraggio e lucidità il giorno prima delle elezioni in un'intervista televisiva che ci si può augurarne il battesimo politico: così potrà crearsi nuova speranza tra i giovani arabi ed ebrei, e anche tra tanti che si sono sentiti disperati dopo le ultime elezioni.

Rimmon Lavi
Gerusalemme
 

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