Israele

 

 

 

Primi passi su terreno accidentato

 

di Alessandro Treves

 

 

Questa volta non è stato coronato da successo il generoso tentativo di tradurre in realtà, sull’aspra terra d’Israele, la visione profetica del Leader. “Gli autobus avevano grande difficoltà, ci mettevano un sacco di tempo anche solo a entrare e uscire dai villaggi, sullo sterrato; noi siamo andati coi 4x4, ma potevamo portare soltanto due persone alla volta - poi c’era il problema di chi poteva accompagnare chi, allora noi volontarie portavamo altre giovani donne della nostra età, spesso incinte, perché non avrebbero potuto farlo gli uomini. Uno sforzo di molte ore per pochi voti in più.”

Il dato finale è scoraggiante: 49.2%, meno della metà degli elettori. Che gli arabi israeliani si recassero in massa alle urne, l’allarme lanciato da Netanyahu il giorno delle elezioni del 2015, non è si verificato allora, e ancora meno quest’anno, che pure si erano mobilitati gli attivisti di Zazim, l’ONG per i diritti civili dal nome appropriato: “Ci diamo una mossa”. E se vent’anni fa la partecipazione al voto degli arabi era stata di pochi punti percentuali inferiore a quella degli ebrei, dieci anni fa erano già una dozzina, ed alle ultime elezioni oltre venti punti di distacco. Fra i beduini del Negev, i votanti sono stati il 37.2% degli aventi diritto. Ma quale diritto? Un diritto riconosciuto in via molto teorica, visto che lo stato non riconosce i villaggi dove vive oltre la metà della popolazione beduina del sud. Vivere in un villaggio non riconosciuto comporta non avere un seggio nel villaggio, né accesso a mezzi di trasporto pubblico per andare a votare nel luogo assegnato dalle autorità. Che l’ex-capo di stato maggiore, che si proponeva come principale alternativa a Netanyahu, avesse aperto la propria campagna elettorale con un video in cui vantava gli oltre mille nemici uccisi e la completa devastazione delle loro città, moderno Attila, non ha aiutato granché a motivare al voto i cittadini arabi, eternamente sospettati di collusione col “nemico”. Le 1200 telecamere piazzate nei seggi degli arabi dai sostenitori del Likud hanno aggiunto un elemento di vaga ma efficace intimidazione.

Nello scoramento di chi sperava in un cambiamento, un motivo di speranza è però nella presa di coscienza, da parte di una parte piccola ma in crescita di giovani israeliani, della questione centrale del diritto di voto. Il nuovo governo Netanyahu, se durerà, sarà stato eletto da 2.400.000 su quasi 14 milioni di residenti sui territori da esso direttamente o indirettamente amministrati. Degli altri, 1.900.000 hanno votato per altri partiti; oltre 2 milioni avrebbero potuto almeno in teoria votare, ma non hanno votato; quasi due milioni e mezzo sono soggetti in un modo o nell’altro alle decisioni del governo ma non hanno diritto di voto; e quasi 5 milioni non hanno il diritto di voto e non lo avrebbero neanche in un paese democratico, perché troppo giovani, ma il loro futuro è quello più pesantemente condizionato dalle scelte dei prossimi 4 anni.

Quali scelte? Il Primo Ministro uscente e rientrante si è pronunciato al termine della campagna elettorale per l’annessione dei Territori Occupati. Anche se può darsi che lui stesso l’abbia intesa solo come una chiamata alle armi/alle urne per i suoi sostenitori e che ora, ottenuto lo scopo, voglia rimettere la questione in frigorifero, non sembrano esserci scelte alternative possibili. La prospettiva dei due stati è più lontana che mai. Nella situazione di stallo, quello che resta del Sionismo progressista e chi nel mondo rimane attaccato ai suoi ideali può lamentare la scarsa partecipazione al voto dei palestinesi cittadini israeliani, ma deve costringersi ad acrobazie sempre più ardite per razionalizzare l’esclusione dal voto degli altri palestinesi, quei due milioni e mezzo che dello stallo sopportano il peso più schiacciante.

L’altra sera ho assistito ad un incontro di “Omdim beiachad”, qui a Tel Aviv. È un movimento che esiste, anzi Sta in piedi insieme, da 3-4 anni, ma dopo la batosta elettorale cerca di interpretare il bisogno di riunire le componenti democratiche del paese superando la pregiudiziale etnica. Hanno parlato Dov Khenin, l'ex deputato ebreo di Hadash; Rula, giovane donna dalla personalità convincente, che da un villaggio arabo la potrebbe portare in futuro alla Knesset; Avi, energico attivista etiope con la kippah. I partecipanti sembravano per lo più intellettuali pallidi e trasandati come sempre in queste occasioni (anche Rula, ha confessato, si sta ashkhenazizzando), ma si sta ancora cercando di capire come fare a "uscire da Tel Aviv". Si fanno i primi passi. Se, dopo aver constatato che il 60% di chi può e vuole votare vota per l'annessione, si coagulasse davvero un partito dove arabi ed ebrei sono in parità, e lavorano insieme, credo che sarebbe inarrestabile la spinta verso l'integrazione con i palestinesi adesso di fatto governati, ma privi dei diritti politici.

Alessandro Treves
Trieste e Tel Aviv

Sui dati di affluenza al voto: <https://en.idi.org.il/articles/26602>

Sui volontari che sono andati nel Negev: <https://tinyurl.com/yx9634vs>

Sulle telecamere nascoste: <https://tinyurl.com/y6f8t2ba> o <https://tinyurl.com/y3uylz62>

website di Zazim: <https://my.zazim.org.il/> di Omdim BeIachad: <https://tinyurl.com/y5noylxv>

 

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