Lettere

 

 

Ebraismo a una dimensione o ebraismo pluralista?

 

Con disappunto e dispiacere ho letto l’intervista che Rav Riccardo Di Segni ha rilasciato ad Anna Segre, pubblicata sull’ultimo numero di Ha Keillah. Con il peso della sua autorità, egli esclude drasticamente la possibilità di un accordo fra l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI) e la Federazione Italiana per l’Ebraismo Progressivo, grazie al quale l’UCEI potrebbe assumersi l’onore e l’onere di rappresentare “anche” gli ebrei progressivi (o riformisti, o liberali) italiani, come avviene abitualmente fuori dal nostro paese.

Certamente, come afferma Rav Di Segni, gli ebrei ortodossi sono molto diversi dagli ebrei riformisti, ma è proprio dalla diversità e dal pluralismo che ne consegue, che possono nascere dialogo, confronto e democrazia.

Pertanto trovo la sua visione dell’ebraismo estremamente riduttiva alla dimensione unica dell’halakhà, che considera “buoni ebrei” soltanto quelli che attuano le mitzvot tradizionali. Al di là del fatto che nessuno (neppure il rabbino capo di Roma) si può arrogare il diritto di stabilire chi sia “buon ebreo” e chi non lo sia, esistono molti modi di identificarsi nell’ebraismo, e l’identificazione religiosa ortodossa è una delle tante possibili. Non si può negare che esista anche un’identificazione etnica e nazionale (molto forte nello Stato d’Israele), un’identificazione storica, una culturale ed artistica, una etica, e purtroppo anche un’identificazione razzista come avviene fra i seguaci di Meir Kahane, che in Israele hanno dato vita al partito KACH. Esiste anche una corrente di ebrei cristiani che si identificano con la tradizione ebraica ed anche col messaggio di Gesù.

La corrente ebraica progressiva non intende “smantellare” la tradizione ebraica, come afferma Rav Di Segni, ma solo integrare la visione tradizionale dell’ebraismo con le conquiste del pensiero moderno, quali la parità di genere, l’attenzione ai diritti delle donne e della comunità LGBTQ e delle altre minoranze, ed ai principi acquisiti con l’umanesimo e con la rivoluzione francese, grazie ai quali gli ebrei sono potuti uscire dai ghetti d’Europa. L’ebraismo progressivo pone l’accento sulla libertà di coscienza e di scelta di ogni singolo ebreo, che non deve automaticamente uniformarsi ad una serie di regole rigide e stereotipate.

Trovo che mantenere una visione che escluda queste conquiste costituisca una regressione storica di oltre due secoli, che rischia di riportare la vita delle comunità ebraiche in un ghetto culturale precedente all’emancipazione. Se devo essere costretto a vivere in un ghetto di “buoni ebrei”, preferisco restare fuori dalle sue mura, essere un “cattivo ebreo” e vivere in contatto col resto del mondo, a cui posso trasmettere un po’ del mio ebraismo, e del modo in cui lo vivo.

Trovo che la legge fascista del 1930, che ancora oggi regola la vita delle nostre comunità e dell’UCEI, legge voluta da Mussolini dopo il concordato con la chiesa cattolica (1929), abbia prodotto molti più danni che benefici, incastrando l’ebraismo italiano in un assetto istituzionale rigido ed asfittico. Credo che questa legge abbia costituito, in qualche modo, l’anticipazione delle leggi razziste, promulgate dal regime solo otto anni dopo di essa. Purtroppo le successive modifiche alla legge del 1930 hanno rappresentato soltanto degli interventi cosmetici, che non hanno inciso sul suo impianto sostanziale.

Credo che l’ebraismo italiano abbia bisogno di nuovi apporti culturali, religiosi e demografici, che permettano di uscire dalla fase attuale di stallo e di autoreferenzialità, da cui deriva un ebraismo museificato e talvolta senza ebrei, per dare spazio ad un’evoluzione che consenta di vivere anziché sopravvivere.

Credo che il compito dei rabbini oggi non possa limitarsi a stimolare lo studio della tradizione e l’attuazione delle mitzvot, ma sia anche quello di accompagnare le comunità ed i singoli ebrei, avvalendosi anche di conoscenze psicologiche e sociologiche, che aiutino a comprendere meglio la realtà, ad accogliere le difficoltà che la vita di oggi impone ad ogni persona, ed a rinforzare quelle energie positive che consentano di vivere meglio e di sperare in un futuro migliore.

Penso che il peso dell’intervento di Rav Di Segni sia tale da condizionare le scelte dell’UCEI, la quale, temo, sperando di sbagliarmi, non avrà la forza di rendersi autonoma dai “diktat” del rabbinato ortodosso, e rinuncerà ad investire le proprie energie su una vita comunitaria più libera, democratica, pluralista e vitale, mantenendo un atteggiamento acquiescente e passivo. Si può sempre sperare in una presa di coscienza da parte dell’UCEI tale da farle assumere la responsabilità di rappresentare effettivamente “tutti” gli ebrei italiani e non soltanto i pochi “buoni ebrei” ortodossi (ma sono poi così buoni?), ma anche quelli “cattivi” (ma sono poi così cattivi?) che frequentano le congregazioni progressive, fra i quali ho scelto di stare anch’io.

Sandro Ventura

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