Lettere

 

 

 

Ricchezza, non divisione

 

Cara Direttrice,

intervengo in modo un po’ irrituale, lo riconosco: in realtà la mia è una risposta a un tuo recente articolo su “L’Unione informa” (Visioni e divisioni, 12/4/2019) che replicava ad alcune mie osservazioni sull’esito del voto nella Comunità di Torino pubblicate sulle stesse colonne (Torino, equilibrio e collaborazione, 9/4/2019). Lo so, la cosa formalmente più corretta sarebbe stata risponderti direttamente sul giornale on line dell’UCEI Ma un botta e risposta a livello nazionale su questo tema, ciascuno all’interno della propria rubrica settimanale, non so quanto interesserebbe ai lettori non torinesi. E poiché il mio intervento riguarda non solo una tua idea ma un preciso atteggiamento del Gruppo di Studi Ebraici nella fase immediatamente precedente le elezioni, credo (e spero) che l’organo del GSE possa ospitare il mio parere.

Leggo sul tuo articolo: “Se esiste una distinzione tra “noi” e “loro”, se c’è la possibilità che alla fine emergano con evidenza un vincitore e un perdente, è chiaro che bisogna fare di tutto perché i “nostri” non siano i perdenti. Altrimenti si corre il rischio di sentirsi rinfacciare la sconfitta per i prossimi quattro anni. Dunque tocca darsi da fare anche quando ci sembra che tra i “nostri” e i “loro” non ci sia poi una grande differenza. E allora via con la propaganda, gli aperitivi elettorali, volantini rosa contro volantini azzurri, fotografie di candidati sorridenti - da soli o in gruppo con lo sfondo delle torri del tempio - che elencano le proprie molteplici esperienze lavorative e nell’ambito del mondo ebraico. E ancora telefonate, discussioni, appelli, messaggi e mail con l’invito a “votare bulgaro” (cioè a scrivere tutti i nomi dei candidati di una lista)...Ne è valso davvero la pena? Sono state energie ben spese?”

Perché questa frustrazione, questo senso di inutilità rispetto alla propaganda elettorale? Non si tratta del normale e sacrosanto esercizio della democrazia? Perché tutto ciò genera in te un senso di vuoto o addirittura la convinzione che laceri il tessuto comunitario? Sei forse stanca della dialettica democratica all’interno dell’ambiente ebraico? O ritieni che le sue manifestazioni propagandistiche siano solo un inutile cerimoniale?

Conosco troppo bene la tua formazione e il tuo orientamento di fondo per pensarlo davvero, e allora immagino che mettendo in dubbio la contrapposizione elettorale torinese tu voglia denunziarne il carattere fittizio, non sostenuto da un’autentica diversità tra i due schieramenti, Gruppo di Studi-Beiachad e Anavim. Ma come puoi affermare aprioristicamente che in fondo i due gruppi hanno le stesse idee? Come puoi togliere a una associazione il diritto di possedere e manifestare una propria identità non coincidente con quella dell’altra associazione? Come puoi contestarle la scelta di prendere parte alle elezioni con un proprio schieramento?

Al di là delle questioni di principio, io credo che davvero l’attuale Gruppo di Studi Ebraici e Anavim siano diversi, che continuino nel fondo ad avere due idee differenti di Comunità. Riconosco che la mia definizione delle persone vicine ad Anavim come coloro che vedono nella Comunità il “luogo di incontro nel rafforzamento e nella valorizzazione della tradizione ebraica italiana” è un po’ riduttiva. Ma a fare la differenza, all’atto pratico, sono gli stessi componenti dei due gruppi, orientati su posizioni vicine riguardo a molti temi, ma su altri piuttosto lontani tra loro. E comunque, al di là delle singole questioni, il fatto stesso che due associazioni si siano formate in periodi e circostanze differenti indica diversità tra loro, una diversità che va accolta come ricchezza, non sofferta come divisione. Mi sembra naturale partire dall’esistenza di gruppi separati accettandola come fatto compiuto e positivo, non come occasione per eliminare le differenze. Naturalmente posizioni diversificate hanno entrambe pieno diritto di cittadinanza e possono costruttivamente convivere all’interno di un medesimo Consiglio. Perché dunque non avrebbero dovuto, a partire dai due gruppi che le interpretano, esprimersi - come per fortuna è avvenuto - in due squadre di candidati con due programmi analoghi certo, ma in realtà non sovrapponibili?

A monte della specifica questione, comunque, mi chiedo cosa stia succedendo al Gruppo di Studi Ebraici, di cui tu esprimi in questo caso le posizioni. Personalmente ho imparato la pratica della democrazia comunitaria nei tanti anni di militanza nel GSE e di direzione di Ha Keillah. E se non erro la nascita stessa del Gruppo è legata alla volontà di sottrarre la Comunità e la vita comunitaria alla pura prassi amministrativa per darle uno spessore culturale e una dialettica interna. Perché la sfida democratica tra gruppi diversi è ora considerata dal GSE un fatto inutile, qualcosa che sarebbe stato bene evitare confluendo senza contrapposizioni in un listone comune?

A quanto pare, Anavim è l’unico gruppo a spendersi per mantenere una effettiva dialettica in Comunità; ma, ovviamente, non può farlo da solo.

Torino, 16 aprile 2019

 David Sorani


 

Caro David, mi pare che gli articoli di Emilio Hirsch e Giorgio Berruto pubblicati in questo numero contengano già la risposta ai problemi che poni. Quanto a me, certamente sono a favore del gioco democratico e del libero confronto tra opinioni diverse quando si tratta di reali differenze ideologiche e non di contrapposizioni costruite a tavolino su alcuni temi mentre su altri le divergenze di opinione sono trasversali. Anavim e il Gruppo di Studi Ebraici sono diversi per molti aspetti (occorre ricordare, comunque, che Beiachad non è espressione del solo GSE), ma né a me né ad altri redattori di Ha Keillah è chiaro in che cosa queste differenze si traducano esattamente quando si tratta di prendere decisioni concrete per la vita della Comunità. Per di più, come già avevo scritto anche in un mio precedente intervento su L’Unione informa, c’è il rischio che la contrapposizione tra schieramenti porti ad appiattire le differenze di idee all’interno di ciascuno schieramento, e che siano quindi un ostacolo, e non un incentivo, al libero confronto tra le idee.

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