Libri

 

 

Il fregio della vita

 

di Anna Segre

 

Accingendomi a leggere Il fregio della vita, l’ultimo romanzo di Emilio Jona, non ho potuto fare a meno di ripensare ad una nostra vecchia discussione, che si trascina da anni, sul diritto di non conoscere la fine dei film o dei libri. Personalmente sono convinta (anche se poi spesso con i romanzi lunghi non so resistere e vado a sbirciare) che un’opera possa essere gustata e apprezzata al massimo grado solo rispettando le intenzioni dell’autore, cioè seguendo il percorso mentale, di attese, sorprese e magari anche delusioni, che era stato previsto per il lettore / spettatore. La mia ossessione su questo aspetto si spinge al punto tale che non anticipo mai nulla ai miei allievi neppure sulla trama dei classici che devono leggere, e faccio persino attenzione a non chiamare per nome i personaggi danteschi prima che la loro identità sia svelata nel testo. Emilio Jona ritiene invece che la conoscenza o non conoscenza preventiva della trama non influisca sulla possibilità di gustare appieno un’opera, e quindi spesso alle riunioni di redazione o nelle recensioni abbonda di dettagli che il mio istinto di lettrice /spettatrice ingenua vorrebbe vedere celati.

Prima di leggere il romanzo sapevo solo ciò che dice la quarta di copertina (e che mi aveva anticipato Emilio stesso) cioè che si tratta della storia di un amore tormentato nella Vienna degli anni ’30 con una cornice nel 1980; e, fedele al mio punto di vista, ritengo che questa mancanza di informazioni dettagliate sia stata il modo più appropriato di affrontare il libro; non solo perché ha aggiunto una gradevole curiosità al piacere della lettura ma anche perché il meccanismo narrativo sapientemente costruito gira intorno a un dubbio che attanaglia il protagonista, Kurt Pawlosky, ancora molti decenni dopo i fatti evocati. “Il mio ricordo assume la forma di un oggetto” racconta Kurt a un interlocutore occasionale. L’oggetto è un binocolo, che lui non aveva con sé durante una gita sul Grossglockner che si rivelerà un momento cruciale della sua vita matrimoniale. Molto bella, peraltro, la descrizione della montagna, della sera nel rifugio, dell’ascensione con le sue difficoltà; solo una persona che conosce bene la montagna, e anche quella montagna in particolare, può descriverla con tanta vivezza di particolari. Ma in questa natura incontaminata, in cui si inserisce Charlotte, la bella e amata moglie di Kurt, si insinua anche il tarlo di un personaggio di troppo. “… appoggiare le palpebre sugli oculari - osserverà Kurt anni dopo - può produrre un’alterazione profonda del presente, del passato, e anche del futuro proprio e altrui, anche se l’occhio che guarda sembra quello di una sorta di divinità invisibile, veggente ma impotente”.

E dunque cosa avrebbe visto Kurt quel giorno sul Grossglockner se avesse avuto il suo binocolo? Questa domanda accompagna il lettore fin quasi alla fine del libro. Forse la risposta si rivelerà meno importante di quanto pensassimo, eppure credo che senza questa curiosità il sentimento di chi legge sarebbe diverso, e dunque per essere fedeli alle regole dell’Emilio Jona redattore di Ha Keillah si tradirebbe l’Emilio Jona romanziere. È vero che si tratta in realtà della medesima vicenda, che ci viene raccontata da tre punti di vista diversi (quello di Kurt anziano nel 1980, quello di Kurt giovane e quello di Charlotte), ma è altrettanto vero che i punti di vista discordanti producono tre storie significativamente differenti. In particolare Emilio Jona, in una breve conversazione che abbiamo avuto a margine della presentazione del sul libro precedente, mi ha raccontato come rappresentare il punto di vista femminile di Charlotte sia stata una sorta di scommessa con se stesso e con altri; in effetti è interessante capire i sentimenti e le motivazioni di un personaggio che visto dall’esterno appariva piuttosto negativo; forse, però, c’è qualche “noi donne” di troppo, come se rappresentare un punto di vista femminile dovesse significare per forza rappresentare il punto di vista femminile.

 

Edvar Munch, Il fregio della vita

Charlotte, peraltro, è ebrea per parte di padre, anche se si tratta di un’identità che pare non avere per lei alcuna particolare importanza. Non manca comunque di sottolineare come anche la sua amica Frida condivida la sua identità che lei stessa definisce “ibrida”: “Eravamo entrambe lontane dalle religioni dei nostri genitori, e tale atteggiamento aveva favorito la nostra amicizia. Lei, a differenza di me, era ebrea per la legge mosaica ma tutte e due eravamo tiepidamente ebree nel nostro sentire personale, non negavamo questa nostra origine, come facevano molti ebrei assimilati, ma neppure la esibivamo o ne eravamo particolarmente fiere. Da quell’osservatorio, posto sul discrimine tra le due religioni e le due culture, potevamo conservare un distacco da entrambe e sentirci prima di tutto austriache, ma anche partecipi di quel modo di essere liberale, tollerante e cosmopolita che era proprio della buona e colta borghesia ebraica viennese.”

Quell’atmosfera della Vienna degli anni ’20 e ‘30 del secolo scorso è evocata anche nel modo di narrare e nei numerosi rimandi; per esempio a Vita coniugale di David Vogel, romanzo profondamente viennese (in cui però il rapporto è non solo di amore negato, come nel libro di Emilio Jona, ma di feroce umiliazione del coniuge). Vienna è un luogo “deputato”: non si può non rivedere nella bella scrivania scaraventata sul selciato di Ringstrasse dalla casa degli Efrussi la scena descritta nel capitolo viennese di Un’eredità di avorio e di ambra di Edmund de Waal.

Il triangolo moglie/marito/amante narrato molti anni dopo ad un ascoltatore occasionale mi ha fatto tornare in mente La Sonata a Kreutzer di Tolstoj (e l’autore stesso mi ha confermato l’intenzionalità del riferimento); si potrebbe dire per certi versi che si tratta di una Sonata a Kreutzer rovesciata, perché nel romanzo di Tolstoj non sapremo mai quanto sia vero ciò che il marito geloso immagina e che lo porta all’uxoricidio (non sto tradendo i miei principi: ci viene detto fin dall’inizio). Se Tolstoj ci narra il dramma di una gelosia morbosa, qui, invece, scopriamo il dramma inverso di una gelosia esageratamente assente e che tuttavia non manca di generare dolore e inquietudine.

Anche il ciclo pittorico di Munch da cui il libro prende il nome presenta la gelosia tra i suoi temi centrali, ed anche in quel caso c’è il travaglio di una passione amorosa che involve verso il tormento e l’angoscia. Fregio - mi dice Emilo - può avere diversi significati, e inoltre richiama parole come pregio o sfregio, in un caleidoscopio di sensi che si sovrappongono e si integrano.

Resta forse un po’ di curiosità insoddisfatta dalla cornice del 1980 e dall’interlocutore casuale di Kurt, Herbert von Klempen, nella cui vita privata penetriamo solo per il tempo che ci basta a desiderare di saperne di più.

Persi nelle proprie vicende personali, i due coniugi non vedono quello che sta capitando loro intorno, eppure siamo nel 1938 e la storia precipita verso l’Anschluss. E dunque non siamo in un luogo e in un tempo in cui una persona è libera di decidere se dare poca o molta importanza alla propria identità ebraica.

Anna Segre

Emilio Jona, Il fregio della vita, Neri Pozza 2019, pp. 137, € 16

 

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