Quarantena

 

 

 

Vecchia pandemia, nuove tradizioni

di Emilio Hirsch

 

Molti di noi in questi giorni di quarantena avranno dovuto modificare significativamente i propri personali rapporti con l’ebraismo. Tutto è cambiato: niente più minian, niente più tefillah, ma anche niente più centro sociale e uffici della comunità. Tutto da differire, oppure da implementare nella virtualità degli ultimi ritrovati della tecnica. Tutto questo sembrerebbe la soluzione perfetta che salva la regola nonché la pelle. Tuttavia, per la nostra millenaria cultura, il rapporto con il progresso scientifico-tecnologico è da sempre burrascoso, a dispetto delle somiglianze metodologiche basate in entrambi gli ambiti su un rigoroso metodo di studio. Infatti, se la scienza si diletta del nuovo e trova come utilizzare vecchi enunciati per costruirne di mai visti, anche l’ebraismo ha ideato quello strumento potenzialmente formidabile di progresso che è l’halakhah. Tuttavia come nella tecnologia informatica fluttuazioni erratiche ci costringono di tanto in tanto a resettare completamente e ripartire da zero, così non si può fare con l’halakhah. Questo porta a strani tentennamenti e reverenziali timori davanti alla novità. È arrivata la pandemia? Bene, tutti a pregare in sinagoga perché il flagello si arresti… d’accordo, formalmente corretto ma medici e scienziati ci suggeriscono che per tirare a campare forse è meglio stare al sicuro a casa. Come risolvere la questione? Fortunatamente, se non erro, il rabbinato che disputa in halakhah è giunto alla conclusione che si possa rimanere a casa. Tirato un sospiro di sollievo mi resta comunque un dubbio: stando sempre chiuso in casa, non andrò alla fine ad imbattermi in qualche imprevisto garbuglio tra osservanza e prevenzione sanitaria? La questione si fa man mano semiseria ma tutto procede liscio come l’olio. Il giovedì non mi devo sentire in colpa se non mi alzo alle 6 del mattino per andare al tempio e lo Shabbat diventa il più rigoroso di sempre. Il problema a rovinare questo idillio apparente è l’arrivo di Pesach. Come affrontare i sedarim da reclusi, visto che sono da una vita un gran ritrovo di parenti ed amici? Niente paura: la moglie, entusiasta di non dover preparare per i soliti trenta ospiti, gioisce ed al sottoscritto viene in mente la soluzione di un seder virtuale, ovviamente in via telematica. D’altronde per non soccombere al virus, l’unica alternativa a seguire la legge e a tramandare l’uscita dall’Egitto, risulta sfruttare i prodigi del progresso. Nei giorni antecedenti a Pesach, mi rendo conto, con una certa soddisfazione, che l’idea è venuta un po’ a tutti e che non avevo scovato niente di originale. I primi entusiasmi sono persino arrivati leggendo qua e là pronunciamenti rabbinici possibilisti, se non apertamente permissivi. Prestigiose autorità rabbiniche citavano significativi appigli halakhici a sostegno del parere facilitante. Non li elenco qui per la mia proverbiale ignoranza, ma tra tutti mi ha colpito il fatto che se correttamente orchestrato, un meccanismo automatico poteva connetterci tutti senza alcun intervento umano, un po’ come il timer che accende e spegne la plata riscaldante di Shabbat. L’halakhah ci spiega poi che i giorni di Mo’ed di Pesach sono ben diversi da uno Shabbat e che di Mo’ed si può accendere il fuoco e fare altre cose che insieme possono fornire una pletora di argomentazioni favorevoli i cui tecnicismi vanno al di là delle mie modeste conoscenze. Tuttavia ero preparato al fatto che il tasto reset sarebbe risultato impossibile per l’ortodossia, le sentenze restrittive d’altronde sono da sempre le più semplici e sicure. Ed infatti puntuale è arrivata la proibizione di qualunque tipo di Seder telematico dal Rabbinato italiano e non. Che fare a questo punto? Persuadere i Rabbini? Considerato che, non avendo studiato per i minimi 30 anni richiesti per poter interagire con tali potenziali interlocutori, un approccio simile era senza dubbio ingenuo. Discutere con amici e colleghi in giro per il mondo? Per lo meno questa opzione, più modesta ma certamente più praticabile, mi ha permesso di avere una panoramica interessante su come l’ortodossia ebraica nel suo livello più infimo e volgare in senso letterale abbia a modo suo interpretato la sentenza rabbinica. La pandemia è per definizione universale e la situazione si è riproposta per tutti gli ebrei del mondo. Il numero di persone che ho interpellato non ha certamente alcun valore statistico, ma è stato veramente sorprendente sentire i miei colleghi attorno al globo, spesso apparentemente zelanti shomrè mitzvot, affermare senza indugio: Zoom sia. A questo punto mi sono personalmente sentito meno in difetto ed, alla fine, con tutta la famiglia abbiamo trasgredito, organizzando un seder on-line in più di venti partecipanti sparsi per i quattro venti. Seder strano ma pur sempre gioioso e ligio alla tradizione, con canti, letture e tante matzot, arrivate a tutti con perfetta organizzazione comunitaria via prodigioso commercio on-line. Alle letture ritmate dall’Haggadah lanciata nell’etere hanno partecipato anche i nonni che persino il ministro israeliano Bennet voleva giustamente lontani dalle case dei nipoti. Abbiamo disobbedito alla legge alakhica. Sicuramente avrò qualcosa in più da farmi perdonare il giorno di Kippur, ma non sarò il solo perché ho avuto emuli anche tra chi si sente ben più osservante del sottoscritto. Una defezione apparentemente così ampia potrà essere scevra da conseguenze? Sono tentato a pensare di no. Tra le feste che osserviamo, molte sono quelle cosiddette rabbiniche, ovvero non espressamente prescritte nella Torah, ma inserite dall’halakhah nel corso dei secoli. Alcune di queste probabilmente sono il risultato dell’assimilazione alla regola di prassi evidentemente così diffuse da non poter essere più contrastate. Un esempio potrebbe essere rappresentato dal festeggiamento di Chanukkah: i Maccabei sono lontani diverse centinaia di anni da Moshe Rabbenu. Apparentemente facile sostenere l’idea di celebrare una vittoria e riaffermazione dell’ebraismo. Tuttavia perché le candele? In fondo la storia del miracolo del lume che sta acceso otto giorni sembrerebbe difficilmente associabile con la rivolta dei Maccabei. Probabilmente, come osservato da molti storici e citato dallo stesso Talmud (Avodah Zarah 8A), molti popoli tra cui gli ebrei usavano tenere accesi lumi nel periodo più buio dell’anno. Il Talmud narra che già Adamo, preoccupato che l’accorciarsi del giorno solare fosse causato dal suo peccato, era uso fare celebrazioni (probabilmente con lumi) per otto giorni, prassi che, come ancora suggerito dal Talmud, viene considerata aver originato feste pagane quali calende e saturnali. Pertanto, l’halakhah potrebbe aver assorbito e trasfigurato questa usanza per farci continuare ad accendere lumi senza essere tacciati di idolatria. Ci sono volute certamente diverse decine, se non centinaia, di generazioni perché la pratica dei lumi venisse accettata ed assimilata ad un ebraismo ortodosso. Chissà se anche questo tempo di pandemia non abbia anch’esso da lasciare un segno nelle tradizioni del popolo ebraico, creando de facto una nuova regola. Magari il seder telematico potrà essere canonizzato da lontane future generazioni che troveranno assolutamente normale e kasher leggere l’Haggadah tutti insieme collegati dallo schermo di un computer. Intanto per adesso questo è solo un sogno (o un incubo?) lontano. Per ora, auguriamoci di rivederci tutti l’anno prossimo a Gerusalemme… in una realtà sperabilmente per nulla virtuale!

Emilio Hirsch

 


 


"Mamma, in che cosa è diversa questa sera da tutte le altre sere?"

Vignette di Davì

 

Share |