Identità

 

 

 

Il rastrello di Zelig
Identità, assimilazione, doppio

di Giorgio Berruto

 

In una scena memorabile di Zelig, il film diretto da Woody Allen nel 1983, vediamo il protagonista omonimo prendere a rastrellate (siamo in una tenuta di campagna) l’interlocutore di turno, dottor Mayerson. In questa amabile maniera Zelig, addestrato a dar voce intrepidamente alle proprie opinioni, vuole esprimere disaccordo nei confronti dell’altro, che sostiene che la giornata è bella (splende il sole, ma Zelig dice che il tempo è pessimo). Zelig è guarito.

La malattia di Zelig è il camaleontismo. Nel personaggio Allen rappresenta le idiosincrasie dell’ebreo newyorkese, ingrandimento ed esasperazione di quelle dell’uomo contemporaneo, che sono però in fondo le stesse. In Zelig c’è un rapporto con la famiglia tutt’altro che pacifico, c’è odio di sé e incapacità a accettarsi, c’è - soprattutto - l’incubo e la ricerca ossessiva dell’assimilazione. Zelig, come un camaleonte, si trasforma in base all’ambiente: con rabbini chassidici diventa rabbino chassidico, in mezzo agli indiani un indiano, cinese tra i cinesi, quando incontra dei gangster è uno di loro, e la mutazione non è naturalmente solo fisica ma coinvolge il pensiero, le convinzioni, il modo di fare e di situarsi nel contesto. Il problema non è che Zelig ha un’identità fluida, ma che non ha proprio un’identità, è un fluido che si modella in una forma in base alla foggia del contenitore, cioè del contesto, che lo ospita. Magro tra i magri, obeso tra gli obesi. In Leonard Zelig ci sono le qualità, anche troppe, è l’uomo che manca. Tragedia grottesca e esilarante, in lui non c’è un centro unificante, un punto di condensazione, non c’è un lui. Zelig è un insieme di atomi tenuti insieme da legami instabili, a formare molecole che continuamente si aggregano e disgregano. Allen porta all’estremo l’intuizione di Musil, ci gioca, la rovescia, riflette e fa riflettere divertendo, come solo gli artisti più grandi. Il canto delle sirene del conformismo, che ammalia e rapisce chi lo ascolta, si cristallizza in una fuga senza fine che è innanzitutto fuga dalla libertà (sì, lo vediamo anche nazista tra i nazisti). Falena che si avvicina alla fiamma che la incenerisce, procede senza mai raggiungerla ma è vicina, sempre più vicina, forse perché è già dall’origine dentro la fiamma, è la fiamma ed è la falena, è nulla. Rivelazione dell’inconsistenza dei confini, ascesa e caduta dell’individuo, che solo una lingua violenta forza in unità e che è invece naturalmente diviso. Odissea nello spazio pulsante. Tunnel di tutti i colori. Nero.

A un certo punto, dopo lunga e laboriosa terapia, l’annuncio: Zelig è guarito. Segue la scena delle rastrellate. Zelig è guarito sì, ma un po’ troppo. Che la prima reazione dell’ex camaleonte, fautore e vittima della (propria) assimilazione, sia violenta non stupisce. È  questo infatti, nel mondo ebraico e in tutti gli altri mondi del nostro mondo, il tipico atteggiamento di chi si arrocca nelle imprendibili cittadelle dei puri. E come insegna l’ebreo Paolo, seguace originale dell’ebreo Gesù, omnia munda mundis, tutto è puro per i puri: incluse, naturalmente, le rastrellate, a patto che sia puro chi le dà.

Ma come noto gli estremi si toccano e il culto della (presunta, sempre presunta) identità confina con quello del naufragio nel dolce mare dell’assimilazione (ma sarà proprio così dolce?). Allora non stupisce che il camaleonte divenuto rastrellatore torni camaleonte in un battito di ciglia, da vittima a Ubu re e ritorno. L’ossessiva latria dell’identità, da parte di Zelig, può avere il solo esito della paradossale cancellazione di ogni identità. Ma lo spettro dell’identità non smette di tormentare. È un fantasma, un doppio lunare che si insidia nelle zone d’ombra, prolifera nelle acque morte e si cela dietro forme deformi, come quelle dell’uomo camaleonte, oppure di Fischerle, il nano malvagio che gioca a scacchi nel romanzo di Elias Canetti Auto da fé. Oppure dell’omino con la gobba, simbolo immortale che non ha nome proprio ma che è sempre pronto a fare lo sgambetto, che segna la parabola di Walter Benjamin dall’infanzia berlinese alla maturità e fino al tragico epilogo. Follia che illumina, lucidità oscura, dybbuk.

E però Woody Allen, diversamente da Canetti, preferisce alla tragedia lo scherzo e l’allusione, in barba ad assimilazionisti e rastrellatori. Così mentre Fischerle finirà assassinato da un finto cieco a cui ha fatto torto, l’uomo camaleonte alla fine guarisce davvero - ma sarà proprio così? - grazie all’amore per l’unica persona che cerca di capirlo, dunque di aiutarlo, la dottoressa Eudora Fletcher, che naturalmente, inevitabilmente non è ebrea.

 

Giorgio Berruto

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