Scuola

 

 

 

 

Il verduriere e la rivoluzione nella scuola

 

di Bruna Laudi

 

In tempo di Covid 19 può capitare di stare in coda davanti a un piccolo negozio di verdure vicino a casa, dove si entra uno alla volta, rigorosamente con mascherina e guanti. Mentre si attende con ansia, stando a debita distanza gli uni dagli altri, si pensa, si osserva e, a volte, si parla.

Mi è capitato così di incontrare una ex collega di matematica di scuola media, con cui continuo a collaborare in una rete di insegnanti locale, e che stimo molto per le sue conoscenze disciplinari e l’intelligenza. È più giovane di me, ma comunque vicina ai sessant’anni, dinamica e, fino a poco tempo fa, molto stanca della scuola: con cautela le chiedo come va, immaginando la fatica di queste giornate, la situazione irreale in cui si trova a lavorare quando ormai è a fine carriera e la maggior parte dei suoi coetanei conta i giorni che li separano dalla pensione. La risposta mi arriva con la stessa forza di un goal in porta ben centrato! È entusiasta, felice, in piena fase creativa, lavora un numero incredibile di ore al giorno ma lo stimolo a inventare sempre cose nuove è più forte della stanchezza e poi, mi confessa, quando il piccolo adolescente insopportabile, che in classe le farebbe saltare i nervi, interviene a sproposito solo per disturbare, si silenzia il microfono e la lezione continua …

Stessa coda, stesso verduriere, in un giorno diverso: riconosco un’insegnante di primaria in pensione, si avvicina a lei una signora più giovane che la saluta, dicendo “… e così tu ti sei risparmiata la didattica a distanza!”. Immagino che a questo punto parta il solito elenco di lamentazioni che spesso contraddistingue il dialogo tra insegnanti e, invece, rimango favorevolmente sorpresa dall’entusiasmo con cui la maestra ancora in servizio incomincia a raccontare il suo nuovo modo di lavorare, la creatività che è esplosa, la scoperta di tecnologie sconosciute: non nasconde come a lei e ai bambini manchi il contatto fisico con tutta l’emotività che genera ma prevale in lei la soddisfazione per essersi aperta a orizzonti fino a due mesi fa impensabili. Sono le stesse cose che mi racconta al telefono da Susa la mia amica maestra con cui abitualmente progetto i corsi di formazione per insegnanti: lavora anche dodici ore al giorno tra preparazione e lezioni online ma è felice, sia per il divertimento che la sfida le procura, sia per il rapporto creato con i genitori dei bimbi che, finalmente, toccano con mano la qualità della sua professionalità e apprezzano i suoi sforzi e, vedendo tutti i bimbi insieme che lavorano, si rendono anche conto di alcuni limiti dei propri figli e si attivano per aiutarli a superare le difficoltà, invece di accusare la maestra e la scuola, come ormai succedeva troppo spesso.

Mi interessava anche molto capire come fosse stata vissuta questa esperienza in un istituto di piccole dimensioni, come la scuola ebraica di Torino. Ho interpellato il Coordinatore educativo e didattico, dottor Marco Camerini, per saperne di più.

Mi riferisce ciò che in generale le famiglie hanno riconosciuto e apprezzato:

La rapidità con cui ci siamo riorganizzati all’inizio dell’emergenza Covid 19, tenendo in considerazione sia le esigenze didattiche sia quelle emotive e psicologiche dei bambini.

L’attenzione dimostrata dalle maestre per garantire adeguate risposte alle diverse esigenze degli alunni ed il necessario sostegno ai bambini con difficoltà specifiche.

L’organizzazione di emozionanti plenarie virtuali con tutta la Scuola, in occasione di particolari ricorrenze come Yom HaShoah o Yom Atzmaut per ritrovarci, anche se a distanza, e rafforzare il senso di appartenenza ad una comunità educante.

Quali sono stati i punti di forza di questa esperienza?

In sintesi: rapidità di reazione, coordinamento tra le insegnanti e progettualità didattica, costruzione di un'offerta ben ponderata per ciascun grado scolastico. Alla scuola secondaria siamo riusciti, in una settimana, ad organizzare una didattica curricolare con circa 5 ore di lezione in diretta al giorno. All'infanzia abbiamo attivato un canale youtube dedicato con video quotidiani prodotti dalle insegnanti e incontri in diretta anche per i più piccoli.

 

I ragazzi hanno prodotto materiali che reputi particolarmente interessanti?

Nella scuola erano già in atto attività di potenziamento in ambito informatico che sono continuate e hanno permesso di produrre output come l'haggadah di Pesach illustrata con i fumetti dei bambini, libri digitali creati dalla nostra insegnante di arte utilizzando i disegni dei bambini e altro ancora …

Si può fare un bilancio complessivo di questo periodo sulla base di quanto ti hanno comunicato insegnanti e famiglie?

Gli insegnanti si sono impegnati molto e con senso di responsabilità hanno fatto sentire vicinanza agli alunni e scandito il ritmo delle giornate a casa con attività didattiche di vario tipo. Hanno superato limiti tecnologici e di conoscenze informatiche e hanno rapidamente preso dimestichezza con le nuove piattaforme adottate.

Le famiglie sono nel complesso soddisfatte e riconoscono la passione e lo sforzo profuso. Certo, la didattica a distanza ha dei limiti e soprattutto per i più piccoli ci sono delle difficoltà che non si riesce sempre a risolvere. La vicinanza fisica in alcuni casi è indispensabile. 

A questo punto sorge in me una riflessione: ho iniziato a insegnare nel 1975, senza ancora la laurea e totalmente ignorante di didattica. Superate le difficoltà dei primi anni ho continuato a lavorare con sempre maggiore entusiasmo in una scuola che voleva sperimentare, migliorare, offrire sempre di più: ho avuto la fortuna di incontrare alcuni colleghi eccezionali, da cui ho imparato tantissimo e ho continuato ad aggiornarmi fino all’ultimo anno di servizio. Ma, negli ultimi anni, sentivo una grande stanchezza, perché mi sembrava di assistere a una regressione globale, alla perdita di speranze e ideali, a una sfiducia e uno scoramento diffusi che mi riempivano di amarezza: avevo studiato all’università negli anni subito post ’68 e sognavo, essendo ormai una vecchia insegnante, che arrivassero nella scuola giovani rivoluzionari, più avanti di me nei sogni e nelle speranze: invece vedevo entrare persone già deluse prima di cominciare, tranne alcune meravigliose eccezioni. Sul piano tecnologico poi era un vero pianto, molti dei miei colleghi stavano all’informatica come un carretto sta a una Ferrari: ho condotto corsi di alfabetizzazione sull’uso delle tecnologie con una fatica indicibile.

Poi arriva il virus! Sarà anche vero che natura non facit saltus, ma qui il salto è in atto in maniera irreversibile: la rivoluzione che aspettavo si manifesta in modo inatteso e costituirà un punto di svolta nella scuola italiana. Certamente col tempo si troverà una sintesi tra la scuola in presenza e l’uso delle nuove tecnologie ma nessuno si sognerà di buttare al macero ciò che è stato faticosamente costruito: se la competenza è la capacità di utilizzare e applicare le proprie conoscenze in contesti diversi, starà all’insegnante creare percorsi che stimolino lo studente ad approfondire le conoscenze, a formulare ipotesi e ad argomentare. Sono consapevole che quanto ho raccontato di positivo si riferisce a un microcosmo, che sicuramente non è stato così ovunque, che ci sono insegnanti che usano il computer per assegnare compiti che poi non correggono, che ci sono enormi problemi per le differenti possibilità di accesso alle reti informatiche, che c’è il rischio che si allarghi il divario sociale, ma qualunque rivoluzione viene seguita da un tempo di assestamento dove si cercano soluzioni per stabilizzare il sistema.

                                                                                  Bruna Laudi

 

 

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