Scuola

 

 

 

Ideologia mascherata

di Anna Segre

 

Il virus ha investito la scuola come un ciclone senza darci la possibilità di organizzarci. I libri un po’ a casa e un po’ a scuola (che è diventata inaccessibile quasi senza preavviso), giri di interrogazioni lasciati a metà, argomenti trattati in parte. Pian piano, man mano che capivamo che la chiusura si sarebbe prolungata, e che forse non saremmo tornati per tutto l’anno scolastico, ogni scuola, e ognuno di noi insegnanti singolarmente, ha cercato di capire come mettersi in contatto con gli allievi in modi efficienti, e poi ha provato a inventarsi qualcosa (libri da leggere, temi, esercizi da svolgere, ecc.) mentre imparava faticosamente a gestire le videoconferenze. Poi ci sono stati gli incontri, i corsi di formazione per imparare a usare i vari programmi, le riunioni di dipartimento, i consigli di classe, e poco a poco abbiamo ritrovato una sorta di normalità. Ci metterò un po’, a settembre, a ricordare che non basta pettinarmi e mettermi una camicetta decente ma che devo pensare anche alla parte dalla cintola in giù, che entrare in classe non significa semplicemente andare dal tinello allo studio e accendere il computer, che gli allievi in carne ed ossa non si possono silenziare semplicemente premendo un tasto. Ma nonostante questo ho pochi dubbi sul sospiro di sollievo che tireremo quando varcheremo di nuovo le mura della scuola, e i ragazzi più ancora di noi. Credo che passeranno i prossimi anni e decenni a fare la predica a fratelli minori, figli e nipoti che faranno storie per andare a scuola: “Non sapete quanto siete fortunati. Ai miei tempi, quando avevo la vostra età…”.

Eppure molti hanno visto questa situazione, in cui ci siamo trovati nostro malgrado ed in un contesto quanto mai angosciante, come un’opportunità. Finalmente la scuola è costretta a svecchiarsi, a diventare tecnologica, finalmente si possono sperimentare nuovi metodi, finalmente si abbandona la vecchia e noiosa lezione frontale, ecc. Non posso negare che in tutto questo ci sia qualcosa di vero, ma ci vedo anche molto, moltissimo, troppo, di inquietante e pericoloso. Perché dietro ad ogni scelta educativa c’è una scelta ideologica, c’è un’idea di cosa sia la scuola e a cosa debba servire, c’è un’idea del cittadino di domani che coltiviamo nella nostra testa (ammesso e non concesso che sia corretto pretendere che la realtà si conformi alla nostra testa). Vogliamo qualcuno in grado di apprendere tante nozioni rapidamente o abbiamo in mente una persona che sappia dialogare, confrontasi, leggere e ascoltare con spirito critico?

Una riflessione che nella scuola di oggi è carente, e spesso si trasforma in un dialogo tra sordi tra slogan contrapposti. Da una parte ci sono i difensori a oltranza della scuola tradizionale gentiliana, con le sue rigidità, il suo nozionismo e il suo indiscutibile classismo. Dall’altra ci sono gli innovatori a oltranza.

Quello che mi sconcerta di più in questo genere di discussioni è la confusione che si fa spesso tra il mezzo e il contenuto, come se la nostra idea di scuola e di educazione fosse una conseguenza necessaria degli strumenti che scegliamo o che siamo obbligati ad usare. La didattica a distanza mi pare aver prodotto una corsa alla semplificazione e banalizzazione dei contenuti. Video di dieci minuti, riassunti, schemi, verifiche a crocette, nulla di problematico, niente spunti di discussione o presentazione di opinioni contrastanti. Così è gran parte del materiale didattico disponibile online. Ma sarà poi vero che il mezzo costringe a questo? A mio parere assolutamente no. Anzi, a ma sembra addirittura paradossale questa corsa alla sintesi e alla semplificazione proprio in un contesto in cui gli allievi avrebbero avuto moltissimo tempo libero per leggere e scrivere. Certo, leggere e scrivere non sono cose particolarmente innovative, erano attività richieste già agli studenti sumeri, ma se abbiamo rinunciato a credere che la scuola abbia il dovere di formare cittadini in grado di leggere e di scrivere abbiamo un problema serio.

Anche la vituperatissima lezione frontale non è certo particolarmente innovativa (altro che sumeri, suppongo che risalga al Paleolitico), però, diciamocelo onestamente, è quello che ciascuno di noi ha in mente quando si parla di scuola: quanti film ci mostrano un/una insegnante che entra in una classe distratta, fa un gesto inaspettato, rivolge una domanda intrigante e subito tutti gli allievi sono rapiti, catturati? Una bella immagine, ma in realtà riduttiva perché presuppone una persona che entra in classe con le sue idee e la sua visione del mondo e le trasmette pari pari grazie al suo carisma. No, la vera immagine della scuola dovrebbe essere una classe che dialoga, in cui vengono fuori opinioni diverse, si discute; l’insegnante entra in classe (reale o virtuale che sia) non per trasmettere qualcosa che ha già in testa ma per ascoltare idee nuove, interpretazioni diverse, significati e collegamenti a cui non aveva mai pensato. Perché non esiste un’unica interpretazione possibile, e anche su un testo studiato e commentato da secoli potrà sempre venire fuori qualcosa di originale. In fin dei conti è questa l’idea ebraica di insegnamento, fatta di domande più che di risposte, di dubbi più che di certezze, di dialogo più che di monologo, di interpretazioni diverse degli stessi testi tutte ugualmente accettabili.

Naturalmente questo discorso vale di più per alcune materie piuttosto che per altre: riconosco che è improbabile che possa nascere un’animata discussione dal volume della sfera o dall’elenco delle eccezioni della terza declinazione. In questo caso è giusto ragionare, come si tende a fare oggi, di competenze più che di conoscenze. Ma è intollerabile che si estenda arbitrariamente il discorso a qualunque disciplina e si guardi dall’alto in basso chi si azzarda a dire che è importante conoscere il canto di Ulisse o sapere cosa è stato il fascismo.

Bisogna fare molta attenzione a chi tenta di spacciare scelte ideologiche come se fossero semplici novità tecniche. Quante volte negli ultimi due mesi ho sentito parlare di “colleghi un po’ indietro” o “non ancora tanto pratici” per chi, come la sottoscritta, insiste nel voler mantenere la formula delle videolezioni periodiche con i ragazzi (che secondo me, chiusi in casa, sono invece ben felici di poter incontrare insegnanti e compagni, seppur virtualmente); viceversa era coperto di grandi lodi chi mandava a tutte le classi la stessa lezione videoregistrata e risistemata con effetti speciali, o a chi riempiva gli allievi di materiale preso pari pari dal web. Certo, da chi non riesce ad accettare che i colleghi possano avere sulla didattica opinioni diverse tutte ugualmente legittime è difficile pretendere che comprenda che gli allievi possano avere opinioni originali su un canto di Dante.

Dunque, grazie alla tecnologia che ci ha salvati in questo brutto periodo ma non usiamola come pretesto per arrenderci a una scuola più ottusa e meno democratica.

Anna Segre

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