Israele

 

Se non ora, quando?

J-LINK agli ebrei di Israele e del mondo contro l’annessione

di Giorgio Gomel

 

In “Una rete mondiale della sinistra ebraica” (HK, dicembre 2019) riferivo di un tentativo di dare vita ad una rete mondiale dell’ebraismo progressista, un’esigenza esistenziale indifferibile in un frangente difficile per l’ebraismo mondiale, in Israele e nella Diaspora. Questo lavoro di tessitura ha prodotto un risultato importante: si è formato J-Link (vedi il documento fondativo) che raggruppa uno spettro ampio di organizzazioni ebraiche progressiste: fra le principali, Jstreet, Ameinu e New Israel Fund negli Stati Uniti; Jcall in Europa; Jspace in Canada; Jewish Democratic Initiative in Sud Africa; J -Amlat in America del Sud; in Israele Peace now e Policy working group; Ameinu e altri in Australia. Il comitato direttivo di sette membri riflette questo assetto multinazionale; chi scrive rappresenta Jcall Europa.

Il primo atto pubblico è stato, nel corso delle trattative per la formazione del governo di unità nazionale in Israele, una lettera aperta inviata a Binyamin Gantz e agli altri parlamentari dei partiti Kahol Lavan (Blu e bianco) e laburista contro il proposito – divenuto poi una delle clausole del patto di governo - , sotto la spinta della destra nazionalista e religiosa, di proporre una legge al Parlamento per annettere una parte rilevante della Cisgiordania. Ciò avverrà senza una trattativa con i palestinesi, in contrasto con le risoluzioni dell’ONU e il diritto internazionale. Con una maggioranza semplice del Parlamento, che è nei numeri dell’attuale Knesset uscita dalle elezioni di marzo, una decisione siffatta porrà fine alla possibilità di una soluzione “a due stati” del conflitto. Secondo il piano Trump, a cui tale clausola si rifà esplicitamente, Israele potrà annettere la valle del Giordano, abitata da circa 80.000 palestinesi e 10.000 israeliani, e la totalità degli insediamenti dove vivono oltre 400.000 israeliani – in toto circa il 30% della Cisgiordania – cedendo al più in cambio il 14% di territorio lungo il deserto del Negev non distante dalla striscia di Gaza. Questo “scambio” di territori è vistosamente lontano da quanto discusso in precedenti trattative fra le parti (a Taba nel 2001 e Annapolis nel 2008, dove offerte pragmatiche di Israele furono respinte da Arafat e Abbas).

Un atto unilaterale di annessione da parte di Israele porrebbe fine all’ipotesi di una composizione del conflitto basata sul principio di “due stati per due popoli” e sancirebbe per i palestinesi l’impossibilità di giungere ad uno stato indipendente con mezzi non-violenti. L’illusione che la destra in Israele coltiva che essi accettino una soggezione permanente all’occupante è esiziale.

In un documento di recente reso pubblico, i “Comandanti per la sicurezza di Israele” – un’associazione che raggruppa più di 200 ex alti ufficiali dell’esercito, del Mossad e Shabak, nonché della polizia – ammoniva che tale decisione – una conferma de iure di una condizione di fatto sedimentatasi con il protrarsi da oltre cinquant’anni di un’occupazione militare - “condurrà alla perdita di legittimità dell’Autorità palestinese, alla denuncia della cooperazione in materia di scurezza fra essa e Israele come atto di collaborazionismo con l’occupante, infine alla disintegrazione della stessa ANP e all’esplodere di violenza intestina nei territori.”

Ma le implicazioni di un atto di annessione saranno dirompenti anche sul piano regionale e internazionale. Soprattutto la Giordania, fortemente popolata di palestinesi, in particolare rifugiati, potrebbe essere percorsa da un’onda di instabilità interna e costretta a rivedere il trattato di pace con Israele.

 La comunità internazionale, i paesi della UE in primis, difenderanno la soluzione “a due stati” in coerenza con i parametri noti; la UE stessa, la Francia, la Germania, il Belgio, l’Irlanda hanno già manifestato una netta opposizione ad un’annessione. Quanto agli atti concreti, al di là della diplomazia “dichiarativa”, la UE dispone di mezzi di pressione sul piano giuridico ed economico-finanziario non irrilevanti nei suoi rapporti con Israele. In primis, l’impegno ad applicare con maggiore rigore la direttiva convalidata dalla recente sentenza della Corte di giustizia europea circa l’esigenza di etichettare in modo corretto le produzioni degli insediamenti (non “made in Israel”) in conformità con il principio di una distinzione netta fra gli insediamenti, illegali, e lo stato di Israele. In secondo luogo, la conferma delle regole introdotte nel 2013 che escludono l’erogazione di prestiti o doni finanziari a entità israeliane operanti negli insediamenti. Nell’ambito della ricerca scientifica, sotto l’egida di Horizon Europe, la decisione di escludere dalla fruizione di contributi agenzie o istituzioni pubbliche insediate nei territori. Potrebbe essere persino sospeso l’accordo di associazione fra la UE e Israele in vigore dal 1995 che consente fra l’altro a Israele di godere di trattamenti preferenziali sul piano commerciale nei paesi europei. In ultimo, la UE potrebbe reagire con maggiore vigore alle confische, demolizioni di case, ordini di espulsione di palestinesi da Gerusalemme est o altre aree della Cisgiordania.

Infine Israele stesso, il cui futuro ci sgomenta di più. Dei costi distruttivi dell’occupazione sulla società, risultato di una pervicace rimozione della realtà (la “Linea verde” rimossa dalle mappe, dai libri di scuola, dalla coscienza stessa del paese), siamo consapevoli da tempo. Con l’annessione l’attuale sistema legale, doppio e separato, che opera nei territori distinguendo i coloni israeliani soggetti alla legge israeliana e gli abitanti palestinesi soggetti ad un regime militare, troverà una sanzione sul piano normativo: Israele sarà uno stato che discrimina ufficialmente i palestinesi, sulla base di un principio di appartenenza etnica, privandoli di diritti civili e politici, violando gli stessi dettami di eguaglianza sanciti dalla Dichiarazione di indipendenza del 1948 che sono a fondamento della genesi e storia dello stato.

E per gli ebrei della diaspora? Un regime del genere – uno stato “unico” di fatto con diritti diseguali - non potrà non pregiudicare i rapporti fra Israele e gli ebrei del mondo forzandoli ad una scelta dolorosa fra il sostegno acritico al paese e la difesa di valori di eguaglianza e rispetto dei diritti umani propri dell’etica ebraica.

Giorgio Gomel

Rovine di Avdat, deserto del Negev

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