Israele

 

 

C'è speranza per i valori della sinistra?

di Rimmon Lavi

 

La crisi ideologica di Dan Rabà (Ha Keillah, dicembre 1919) è tipica della dissoluzione della sinistra ebraica israeliana, che conosco meglio, e probabilmente anche di quella italiana ed europea, che invece conosco meno, avendo lasciato l'Italia per Israele nel lontano 1966.

Eccomi dunque a 76 anni, con pochi della mia generazione, a chiedermi come mai non si sia creata poco a poco una nuova "sinistra" ebraica: certo tutti noi, veterani dell'utopia dei kibbutzim, dell'Hashomer Hatzair, del Matzpen e persino dei gruppi che avevano seguito gli slogan socialisti di Ben Gurion (sfruttati dall'apparato nazional-laburista locale, come nell'Unione Sovietica), siamo maturati, imborghesiti, arricchiti. Ma tra i giovani, sì, è vero, per lo più individualisti, edonisti, arrivisti, frutto del consumismo esasperato, dove sono pur sempre le reclute dei sognatori, degli adolescenti idealisti?

Ero stato anch'io marxista in adolescenza, poi radicale in Italia, e sindacalista studentesco prima del 1968, dopo aver lasciato l'Hashomer Hatzair, per studiare all'Università invece di andare in kibbutz. Ho vissuto la guerra dei sei giorni nel 1967 da ufficiale, pur ancora "nuovo immigrato", e dopo l'esercito sono stato mitemente attivo in vari movimenti contro l'occupazione prolungata dei territori e della popolazione palestinese e contro la politica economica che non riduce la polarizzazione sociale dentro Israele tra ebrei e arabi, tra ebrei d'origine europea e quelli d'origine orientale, tra le zone centrali e quelle periferiche.

Sì, certo, anch'io imborghesito, ora pensionato di stato, non sono certo rimasto marxista. Ma i valori umanistici e democratici d'eguaglianza civile e di giustizia sociale mi sono ancora cari e non posso dunque capire come si possa votare per una lista come Kahol Lavan: lista che ha rifiutato per principio qualsiasi collaborazione con i rappresentanti del 20% dei cittadini dello stato d'Israele, che non dichiara illegittima l'eventuale annessione unilaterale di 60% della Cisgiordania e che non condanna come etnocentrica, sovranista e razzista la legge fondamentale della "nazione", approvata due anni fa. Legge che rende legale la discriminazione ufficiale tra ebrei e non ebrei! Discriminazione che esiste in pratica e contro cui combattiamo, in pochi purtroppo, lungo tutta l'esistenza dello stato ebraico. Discriminazione che ci taccia tutti, noi ebrei che ne siamo vittime nella diaspora, di razzismo, senza nessuna necessità "sionistica" – data la stabile realtà demografica, linguistica e culturale della società israeliana attuale. Non per nulla, senza valori morali di base, per non dire ideologia, l'unica colla "Solo no a Netanyahu e alla corruzione" si è immediatamente sciolta e la metà dei deputati eletti entrano adesso in coalizione di governo sotto il Netanyahu, pur sotto processo.

E allora per chi voto? Da quando il governo e i partiti di destra hanno manovrato sia con mezzi legali sia con boicottaggio politico - praticamente senza opposizione della sinistra sionista - contro tutti i partiti arabi, io ho votato per la lista al cui centro c’è il partito comunista non marxista che include per principio anche rappresentanza ebraica. Negli ultimi turni elettorali ho votato, senza entusiasmo, per la lista araba unita. Certo non mi gusta che il mio voto vada anche per fondamentalisti islamici e nazionalisti palestinesi, e spero proprio che dopo l'ultima batosta ai laburisti (dei 4 eletti 3 entrano nel governo di centro destra col Netanyahu!) e al Meretz, si crei finalmente un partito socialdemocratico paritetico, arabo-ebraico, che solo potrà creare attorno a sé una speranza di rinnovamento della sinistra e della società israeliana.

Durante l'attuale grave crisi sanitaria del Covid19 si rafforza dal basso il movimento popolare arabo-ebraico "Omdim beyahad" (Standing together) in cui sono attivo, che organizza aiuti nelle zone socialmente periferiche (il sud di Tel-Aviv, villaggi beduini non riconosciuti e serviti dal governo, quartieri misti, profughi) e anche conferenze e discussioni virtuali sulla crisi economica e sanitaria. La partecipazione di giovani e di intellettuali, arabi ed ebrei, rende più significativo l'effetto delle squadre ospedaliere, medici, infermieri, sanitari, arabi ed ebrei, che combattono assieme in prima linea, con grave pericolo, l'epidemia che colpisce tutti senza discriminazione (e adesso soprattutto le comunità ultraortodosse, a causa di certi rabbini che non hanno permesso di chiudere le sinagoghe e le scuole talmudiche, e alcuni persino promesso immunità medica miracolosa a chi facesse una donazione!).

Da questa pandemia potrà forse uscire, secondo lo storico Yuval Noah Harari, una società migliore in Israele e non solo. "Se lo vorrete, non sarà un sogno".

Rimmon Lavi, Gerusalemme

4 marzo 2020

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