Memoria

 

 

Susanna Silberstein

 

Susanna Silberstein Trevisani [Levi-Civita Ceccherini], nata probabilmente nel 1942, si è spenta a Roma il 12 Aprile 2020. La ricordiamo con le parole che lei stessa ha usato per raccontare in breve la propria storia, tre anni fa, alla nipote Beatrice Pizzichetti. Abbiamo pensato che mantenere la trascrizione esatta aiutasse a leggere dentro ai ricordi di Susanna.

...i miei genitori sono fuggiti da Vienna, poi sono andati in Belgio. Poi il Belgio è stato invaso dalla Germania; poi dal Belgio sono andati in Francia, è nata la mia sorellina [forse nel 1940, NdR]; poi dalla Francia [passando per Borgo San Dalmazzo, con altri ebrei in fuga, NdR] sono venuti a Firenze. A Firenze mi hanno messo in un convento e poi sono stati presi dai fascisti. Sono stati portati nel campo di concentramento di Fossoli, la mia mamma ha partorito un bambino e i tedeschi o i fascisti, diciamo i nazifascisti, hanno preso la puerpera col piccolino, li hanno messi su un treno e sono andati tutti ad Auschwitz.

Io sono stata messa in un convento a Firenze, però le suore non volevano tanto sapere di me perché dicevano «Sennò vengono i fascisti e noi non vogliamo dire bugie». Le suore poverine credevano che poi i miei genitori mi venissero a riprendere, invece non sono venuti perché sono morti. Quindi io so molto poco della mia famiglia: non so dove sono nata, non so quando sono nata. Alla fine, queste suore hanno convenuto al Comune di Firenze che io fossi nata l'11 settembre a Firenze, tutto falso. Per cui sono diventata cittadina italiana e sono potuta andare a scuola e poi tutto è andato così: tranquilla.. bambina sensibile... All’età di tre anni le suore hanno detto alla comunità ebraica di Firenze «O noi la Susanna la facciamo suora o ve la prendete, perché noi non possiamo mantenere una bambina senza che nessuno ci paghi». Allora, un'amica della mia mamma adottiva che era della comunità ebraica di Firenze l’ha saputo e questa signora – che è Libera Levi-Civita – siccome lei non aveva avuto figli ha detto «La adotto».

Secondo la legge di ora mia madre non avrebbe potuto adottarmi perché aveva cinquantasei anni ed era vedova, però ... le leggi, dopo la guerra... c'erano tanti bambini orfani... così lo hanno fatto. E allora a tre anni mi hanno presa, e mi ha portato a casa sua e poi ha dovuto fare tutte le carte per adottarmi. Io non mi ricordo…

Poi, per esempio, una cosa che un po’ mi ha sconvolto, a cui non mi avevano preparato: il giudice – me lo ricordo vagamente – mi ha chiesto «Vuoi tu avere ancora il nome della tua famiglia?» e io ho detto «Sì». Il mio nome è Silberstein. E allora io sono: Susanna Silberstein Trevisani, il cognome della mia madre adottiva prima di sposarsi, perché non ha potuto dare il cognome del marito morto [il matematico Tullio Levi-Civita, NdR].

Eppoi mia madre si vergognava, perché quando io avevo dieci anni lei ne aveva sessantasei e diceva «Ma come faccio a chiamarti figlia?!»; infatti non voleva che la chiamassi mamma. E poi, niente, l’adozione è andata così. Sono stata senza papà, però tutte le signore amiche della mamma dicevano «Chiamami zia», quindi ho avuto centinaia di zie.

Poi a un certo momento sono venute delle persone che hanno detto «Susanna ha una sorella suora». E allora abbiamo cominciato a fare ricerche e invece si erano sbagliati: era una signora che [da ragazza] aveva aiutato la mia mamma e sua madre a fuggire e poi era diventata suora. Poi però si era tolta dall’essere suora, era andata a vivere in Israele e si era anche sposata [si tratta di Miriam Lea Reuveni, che ha raccontato la sua storia nel libro Dedizione, e vive tuttora a Haifa, NdR]. Questa signora era una delle poche persone che aveva conosciuto i miei genitori. Questa è una parte [della storia] della mia famiglia che ho incominciato a sapere.

Però, la cosa più importante è stata che una signora israeliana nell'’80 – mi sembra – ha detto «Guarda che la televisione israeliana cerca i parenti. Se tu mandi il tuo nome e il tuo cognome loro fanno una ricerca». Hanno fatto questa cosa ed è saltato fuori che c'era un cugino che aveva lo stesso mio nonno, cioè avevamo il nonno in comune. E allora noi siamo corsi in Israele e lui aveva tutte le fotografie... perché io non ho la fotografia né di mio padre né di mia madre, però questo cugino mi ha dato la fotografia del mio nonno e la fotografia dei miei bisnonni.

Ho cominciato a fare le ricerche, sono andata a Vienna, ho scoperto quando i miei genitori si erano sposati alla comunità ebraica di Vienna. Poi abbiamo incominciato a fare l'albero genealogico: ho scoperto che i miei bisnonni erano di Breslavia, altri miei nonni erano di Bratislava. E allora con Pier Vittorio [Ceccherini, il marito di Susanna, NdR] siamo andati a cercare questi miei bisnonni e trisnonni in questa città – che io, più o meno... non sapevo neanche dove stava – che si chiama Breslavia. Così ho trovato la tomba della mia trisnonna, poi ho trovato la casa dei miei bisnonni, a Breslavia, e ho fatto tutte delle ricerche... e qualcuno ci ha aiutato, e allora abbiamo trovato dove vivevano i miei bisnonni, che il mio bisnonno era professore di inglese, così.. è stato molto interessante.

Quindi c’è tutto un mondo... che da una parte è molto triste, perché il mondo ebraico è stato distrutto. Per cui queste città, tutte queste popolazioni non esistono più. Io ho molto parlato con i figli[1] che hanno anche sofferto di questa cosa, mentre in molte altre famiglie non vogliono far soffrire i figli o hanno pudore e non ne parlano. Io invece voglio ricordare e parlare di questa tragedia che è successa. La Shoah è stata la Shoah, ma ora ci sono delle sofferenze di bambini, di madri... che sono equivalenti alla Shoah e io vorrei fare qualcosa per aiutare, ma non so che cosa. Per cui il mio dolore è equivalente ai dolori di questi mille profughi e non ho più il coraggio di dire “il mio dolore”. Il mio dolore è uguale a tanti altri dolori.In Israele c’è un posto che si chiama Yad Vashem (יד ושם), che vuol dire “la mano che ricorda [e il nome]”, dove c'è scritto «Non sarai morto invano se i figli dei tuoi figli si ricorderanno di te». E io allora ho deciso che dovevo di più ricordare la mia famiglia, perché non si può fare che questa famiglia[2] sia stata distrutta e nessuno sappia niente. Sennò li fai morire due volte.

 

a cura di Beatrice Pizzichetti


 

[1] Tullio Ceccherini Silberstein e Francesca Ceccherini Silberstein, che hanno aggiunto il cognome Silberstein nel 1995.

[2] Susanna Silberstein era figlia di Edith Hahn Silberstein (nata a Vienna il 7.2.1911, arrestata a Firenze il 20.1.1944, deportata da Fossoli campo il 16.5.1944 ad Auschwitz, immatricolazione dubbia, deceduta in luogo e data ignoti) e di Walter Silberstein (nato a Vienna il 14.7.1911, arrestato a Firenze il 20.1.1944, deportato da Fossoli campo il 16.5.1944 ad Auschwitz, deceduto in luogo ignoto dopo l’11.7.1944), sorella di Richard Silberstein (nato a Carpi (MO) il 29.3.1944, arrestato a Fossoli (MO) il 29.3.1944 da tedeschi, deportato dal campo di Fossoli il 16.5.1944 ad Auschwitz, ucciso all’arrivo ad Auschwitz il 23.5.1944. Fonte 1a, Convoglio 10. Dal Libro della Memoria: gli Ebrei Deportati dall’Italia (1943-1945), di Liliana Picciotto Fargion. Susanna aveva anche una sorella, Elena Silberstein (nata a Lione nel 1940, morta a Firenze nel maggio 1944).

 
Susanna Silberstein

 

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