MAGGIO 2021 ANNO XLVI - 228 SIVAN 5781

 

 

Prima pagina

 

 

Definire l'antisemitismo

di Manuel Disegni

 

Non è affatto facile definire l'antisemitismo. Si tratta di un concetto relativamente recente, coniato da un antisemita tedesco e anarchico verso la fine del XIX secolo. L'oggetto che indica, invece, ha una storia lunga millenni. Come spiegare il caso curioso di un neologismo introdotto per designare una cosa che esiste ed è nota ai più già da tempo immemorabile? Appunto, non è facile.

Di che cosa parliamo noi oggi quando, adeguandoci al lessico proprio dell'antisemitismo moderno stesso, parliamo di “antisemitismo”? Nel corso del tempo, questa cosa si è manifestata in contesti sociali e spirituali tanto diversi; ha sviluppato un repertorio tanto vario e fantasioso di leggende, superstizioni e calunnie; ha assunto forme, metodi, motivazioni, ideologie, colori politici, perfino nomi tanto diversi; si è dimostrata tanto dinamica e tanto capace di adattamento – da suscitare l'impressione di essere non solo difficile, ma addirittura impossibile a definirsi.

Un ampio dibattito internazionale attualmente in corso vorrebbe venire a capo della questione. Diverse proposte di “definizione” dell'antisemitismo si confrontano sulla scena politica, accademica e giornalistica per decidere una volta per tutte chi o cosa è antisemita, chi o cosa non lo è. Si dice – e non a torto – che per contrastare efficacemente l'antisemitismo occorra innanzitutto fare chiarezza su cosa esso sia. Prima di provare a definirlo, però, ci si potrebbe domandare se è proprio la definizione, per sua natura sempre anche un po' statica e rigidamente univoca, lo strumento intellettuale più adeguato di cui disponiamo per inquadrare un fenomeno così mutevole, ambiguo e sfuggente come quello di cui si tratta.

L'Alleanza internazionale per la memoria dell'Olocausto (IHRA), un'organizzazione intergovernativa istituita alla fine del secolo scorso con lo scopo di promuovere la memoria civile e l'indagine scientifica della Shoah, questa domanda non se l'è fatta. Nel 2016 la sua assemblea plenaria ha approvato e diramato la seguente definizione: L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei”1.

Gli autori qualificano la loro definizione come “operativa” e “non giuridicamente vincolante”. Comprendiamo “operativa”: di fronte alle necessità della lotta all'antisemitismo, chi è dotato di una mentalità pragmatica e operativa non ha tempo da perdere in astratte disquisizioni epistemologiche e di teoria della definizione. A prima vista è meno chiaro il senso del secondo predicato: “non giuridicamente vincolante”. C'era bisogno di specificarlo? Si può forse fare giurisprudenza sulla base di “certe percezioni”? E inoltre: chi ha mai pensato che l'assemblea plenaria di IHRA sia un parlamento eletto dotato di poteri legislativi? A pochi anni dalla sua pubblicazione, la definizione è diventata giuridicamente vincolante e come. Oltre ad aver riscosso la pubblica approvazione delle Nazioni Unite e delle massime istituzioni dell'Unione europea, è stata adottata da numerosi Stati nazionali (a oggi 29) e ne informa attivamente le legislazioni. Alla fine dell'anno scorso, per esempio, il governo di Londra ha minacciato sanzioni e taglio dei finanziamenti a tutte le università del Regno che avessero mancato di ufficializzare entro una certa data (Natale) il proprio allineamento alla concezione dell'antisemitismo espressa da questa definizione operativa.

L'intento dichiarato del documento è fornire uno strumento orientativo a legislatori, ricercatori, educatori, in generale a tutti i soggetti privati e istituzionali impegnati nel contrasto dell'antisemitismo. Poiché, tuttavia, l'orientamento offerto dalla definizione non è poi così esatto – “Una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei …” –, gli autori le hanno accluso undici esempi deputati a renderla più precisa e concreta. Così si scopre che sarebbero comportamenti classificabili come antisemiti: invocare il massacro degli ebrei, propagare il mito del complotto ebraico mondiale, incriminare l'intero popolo ebraico e negare la Shoah. Bella scoperta. Meno scontato appare il fatto che tutti gli altre sette esempi di antisemitismo conclamato che vengono addotti riguardano affermazioni e atteggiamenti nei confronti dello Stato d'Israele, il quale “può essere preso a bersaglio in quanto concepito come collettività ebraica”. Per esempio, dunque, sarebbe antisemita asserire che Israele è uno Stato razzista, e lo sarebbe pure applicare nei suoi confronti due pesi e due misure esigendo comportamenti più democratici di quelli esatti da altri Stati.

Nel dibattito in corso, quella proposta da IHRA passa per essere una definizione di destra o conservatrice. I suoi critici sostengono che il testo sia eccessivamente focalizzato sulla disapprovazione d'Israele quale manifestazione di antisemitismo. Tale enfasi indebita comporterebbe una concezione riduzionistica del fenomeno, concentrata unilateralmente sull'antisemitismo cosiddetto “di sinistra”, filo-palestinese o anti-sionista, e negligente nel considerare la sua variante di destra”, anti-liberale o fascista. Essa inoltre metterebbe a rischio la libertà di ricerca e di espressione intorno ai problemi del conflitto mediorientale.

A parere di chi scrive, tale circostanza è dovuta all'uso politico strumentale che di questo documento viene fatto piuttosto che al suo contenuto testuale. Infatti gli autori di IHRA premettono ai loro undici esempi la considerazione che “le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite”. Si tratta invero di una considerazione anch'essa un po' scontata, quindi un po' sospetta. Però c'è ed è espressa a chiare lettere. Inoltre sarebbe sciocco negare che talvolta gli attacchi ideologici contro Israele celino motivazioni e veicolino intenzioni antisemite, mentre negare che lo Stato ebraico costituisca un bersaglio privilegiato dell'antisemitismo contemporaneo sarebbe per lo meno molto difficile.

La questione del nesso fra antisemitismo, Israele e sionismo è tematizzata specificamente da un altro documento – chiamato, appunto, The Nexus Document – elaborato da una task force dell'Università della California meridionale e pubblicato nello scorso mese di marzo. Si tratta di un nuovo tentativo di definizione, secondo il quale l'antisemitismo consisterebbe non tanto in “una certa percezione degli ebrei”, quanto invece in “credenze, atteggiamenti, azioni o condizioni sistemiche anti-ebraici”. I definitori californiani non si contrappongono frontalmente a quelli di IHRA. Ne condividono invece il presupposto implicito, cioè la centralità dell'antisionismo, e lo rendono esplicito. “Per gli ebrei e i loro alleati”, scrivono, “è importante capire cosa è antisemita e cosa non lo è in relazione a Israele”. Propongono quindi anche loro degli esempi, suddivisi però in due gruppi. Antisemitic? Yes or no. Sarebbe antisemita dipingere gli ebrei come collettivamente responsabili per le azioni di Israele, negare loro come popolo il diritto all'autodeterminazione, eccetera. Non lo sarebbe invece opporsi alle politiche israeliane, e nemmeno criticare più in generale l'idea sionista.

Dai primi di aprile circola anche una terza proposta di definizione, la quale si pone in aperta polemica nei confronti di quella di IHRA e forse si vorrebbe più liberal o “di sinistra”. Tale documento è intitolato Jerusalem Declaration on Antisemitism (JDA)2 perché è stato elaborato da un gruppo di accademici riuniti sotto l'egida di un centro di ricerca di scienze umane e sociali della capitale israeliana (The Van Leer Jerusalem Institute). Per gli studiosi gerosolimitani l'antisemitismo sarebbe “discriminazione, pregiudizio o violenza contro gli ebrei in quanto ebrei”. La controversia con IHRA  però non riguarda davvero la definizione della cosa, ma è tutta incentrata sugli esempi delle sue supposte manifestazioni. La preoccupazione che muove gli estensori di questo terzo documento è quella di salvaguardare “uno spazio di dibattito aperto sulla vexata quaestio del futuro di Israele/Palestina”. Se è vero che, come sostiene IHRA1, l'antisemitismo contemporaneo si presenta spesso e volentieri nella forma di antisionismo, è altrettanto fuori di dubbio che la sua definizione operativa sia di fatto divenuta, come osserva Simon Levis Sullam, uno dei firmatari italiani della JDA, “uno strumento politico utilizzato dalla diplomazia israeliana, da determinati gruppi di pressione ebraici particolarmente conservatori, e dalla destra filosionista (e antiaraba o anti-islamica)” al fine di imporre “un’equiparazione o addirittura un'equivalenza tra antisemitismo e critiche politiche allo Stato di Israele”. Ma forse, più che la definizione, è l’antisemitismo stesso a venire strumentalizzato dalla destra. Si pensi per esempio al destino di Jeremy Corbyn, il leader laburista più radicale degli ultimi decenni (non è che ci voglia più di tanto) nonché attivista antirazzista di lunga data, e lo si accosti al fatto che il governo di Budapest, fra i maggiori divulgatori delle calunnie contro George Soros, è saldamente alleato di quello israeliano. Così, anche la definizione di JDA, proprio come quella del Nexus Document, è corredata da due liste di esempi di ciò che è e ciò che non è antisemita in rapporto al conflitto israelo-palestinese. “In sé e per sé”, sostengono gli oltre duecento accademici ripetendo ossessivamente questa formula logico-metafisica, non sarebbe antisemita comparare Israele ad altri casi storici come l'apartheid sudafricano, né invocare boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni, né utilizzare due pesi e due misure, né formulare critiche irrazionali, sproporzionate e viscerali nei suoi confronti. È ovvio. “In sé e per sé” non è antisemita neanche tatuarsi una svastica sul petto: uno potrebbe ben essere un eremita tibetano che non ha mai sentito parlare né di ebrei né di nazisti. Peccato che nel mondo reale le cose non stiano “in sé e per sé” nell'iperuranio platonico o sui bricchi dell'Himalaya, e per capirle sia necessario collocarle nel loro concreto contesto storico e relazionale.

L'oggetto del contendere pare dunque ridursi alla seguente questione: è la destra politica israeliana che strumentalizza l'accusa di antisemitismo per mettere a tacere chi critica le sue malefatte, oppure sono gli antisemiti che strumentalizzano la critica politica a Israele per veicolare odio contro gli ebrei? Sembra che nessun contendente voglia contemplare la possibilità che siano vere entrambe le opzioni.

L'intero dibattito sulla definizione dell'antisemitismo vorrebbe stare a cavallo fra la scienza e la politica. Finisce per fallire su entrambi i fronti. Se l'obiettivo è fare dell'antisemitismo un oggetto di conoscenza scientifica, sostituire il lavoro del concetto e la ricerca storica con l'arbitrio definitorio non frutterà risultati soddisfacenti. Quando invece si voglia contrastare efficacemente questo fenomeno sul piano politico, non ci si può limitare a elaborare una sua nozione generale e astratta per poi sussumervi il maggior numero possibile di singoli casi, denunciarli come tali e perseguirli giuridicamente – come se l'antisemitismo fosse una colpa individuale e non invece un problema storico inscritto nella struttura della nostra vita collettiva. È invece necessario intervenire più alla radice, mettendo a nudo le tendenze sociali e i meccanismi psicologici che conducono gran parte, forse la maggioranza delle persone a illudersi, in qualche strato più o meno profondo della loro coscienza, che sarebbero più felici in un mondo senza ebrei.

 

Manuel Disegni

1 https://tinyurl.com/btsjfez7

2 https://jerusalemdeclaration.org/

 

 

Jonathan Ventura, Elat

 

Share |