MAGGIO 2021 ANNO XLVI - 228 SIVAN 5781

 

 

Definizioni

 

 

Antisemitismo o antisemitismi?

 di Giorgio Gomel

 

Definire l’antisemitismo non è cosa difficile; più problematico distinguere cosa sia e cosa non sia antisemita nel dibattito pubblico di questi tempi.

Nel marzo scorso un consorzio di insigni studiosi dell’antisemitismo di più paesi del mondo ha reso noto un documento – la Jerusalem Declaration on Antisemitism o JDA (www.jerusalemdeclaration.org) – che approfondisce i legami fra antisemitismo e altre patologie della discriminazione – razziale, religiosa, sessuale – e discute con particolare attenzione la questione dell’uso pubblico e in alcune circostanze strumentale dell’accusa di antisemitismo.

Il contesto in cui la discussione si colloca è il risorgere in anni recenti di sentimenti e atti diretti contro individui ed istituzioni ebraiche in Europa così come negli Stati Uniti.

La patologia dell’antisemitismo persiste, ricorre con pervicacia 75 anni dopo lo sterminio nazista, inquina vasti strati della società. Riesuma vecchi stereotipi quali il potere finanziario e politico esercitato dagli ebrei, il fantasma mistificatorio di un complotto mondiale da essi ordito. Il malanno ha natura multiforme. Nel 2017 Manuel Valls, allora Primo ministro di Francia, pubblicò un J’accuse circa la confluenza di una tradizione antisemita della destra estrema e di un’ideologia islamista sedimentatasi in quartieri delle città abitati da figli di immigrati mussulmani, dove è forte la predicazione all’odio di imam integralisti. Un’ideologia che importa come sottoprodotto sul suolo europeo (pensiamo agli omicidi e aggressioni contro ebrei in Francia, Belgio, Germania in anni recenti) il conflitto israelo-palestinese e lo deforma in una contrapposizione malata fra arabi ed ebrei; rifacendosi da un lato a vecchi temi dell’antisemitismo europeo, quali il complotto mondiale, il dominio politico ed economico degli ebrei e altre finzioni del genere, e dall’altro - come affermava la rabbina Delphine Horvilleur dopo l’omicidio di Mireille Knoll, un’anziana donna parigina assassinata a colpi di coltello in casa - esaltando il separatismo comunitario contro i valori della laicità e della democrazia repubblicana.

Un fatto importante è stato dunque l’approvazione da parte di oltre 30 governi, fra cui l’Italia, di una definizione operativa di antisemitismo concordata in sede di IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance, www.holocaustremembrance.com). La definizione era stata introdotta nel 2016 dall’OSCE – l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa - con l’adesione di 56 paesi, fra cui alcuni musulmani (repubbliche dell’ ex URSS), e la sola opposizione della Russia. Non è un testo giuridico ma vuole essere applicato da legislatori, educatori, università, associazioni culturali. In virtù di tale accordo, si sono istituiti in più paesi (Italia, Germania, così come nella commissione UE) meritori organismi deputati a coordinare la lotta contro l’antisemitismo.

Essa è peraltro una definizione “working”, operativa e modificabile. La finalità della JDA è appunto quella di offrire una definizione alternativa ai paesi che non hanno adottato quella della IHRA e uno strumento di interpretazione più adeguato a quelli che l’hanno adottata. La JDA innova in due ambiti:

1 - connette in modo organico l’antisemitismo ad altre forme di razzismo e xenofobia invocando sul piano politico un fronte comune sulla base di valori universalistici contro coloro che predicano l’intolleranza e l’avversione al diverso;

2 - distingue fra antisemitismo e legittime opinioni circa il conflitto fra Israele e Palestina, rifacendosi ad una vasta casistica di episodi negli Stati Uniti, Gran Bretagna e anche paesi europei, in cui il governo di Israele, sorretto da gruppi evangelici ed ebraici nel mondo e, in modo strumentale e opportunistico, da partiti della destra filoisraeliana, spesso con un fondo antiebraico e antiislamico, confonde artatamente fra antisemitismo e critiche ad Israele, agli atti del suo governo, alla negazione dei diritti nazionali dei palestinesi fino a reprimere nel dibattito pubblico, soprattutto nelle università e nelle istituzioni culturali, la libertà d’opinione in materia.

 Alcuni esempi significativi.

Il Parlamento tedesco ha definito nel 2019 come antisemita il movimento BDS, sollecitando il governo a non finanziare progetti che esortano al boicottaggio di imprese o attività israeliane; alla fine dell’anno scorso diverse istituzioni culturali tedesche, dal Goethe institut al Berlin Theater all’Einstein Forum hanno protestato contro il fatto che “accuse di antisemitismo siano usate strumentalmente per mettere a tacere voci importanti e distorcere posizioni dissidenti”. Diversi stati degli Stati Uniti rifiutano di trattare con entità che sostengono il movimento BDS; più università negli stessi Stati Uniti o in Gran Bretagna hanno bandito convegni o manifestazioni filopalestinesi con quella stessa argomentazione.

 La Progressive Israel Network che raggruppa 10 organizzazioni ebraiche progressiste negli Stati Uniti ha emesso un comunicato all’inizio di quest’anno in cui si oppone alla codifica in legge o in atti della definizione IHRA da parte di stati, università o imprese. Lo stesso Kenneth Stern, uno degli estensori originari della definizione IHRA, si è detto preoccupato dell’uso improprio della stessa.

La JDA prova dunque a distinguere con più precisione fra ciò che nel discorso critico su Israele implichi antisemitismo (o forse dovremmo riesumare qui la nozione di giudeofobia di Leon Pinsker, odio e timore degli ebrei) e ciò che resta nell’ambito di accuse legittime, seppure talora unilaterali, semplicistiche e controverse, ad Israele in quanto stato come altri. È antisemitismo applicare ad Israele stereotipi tipici dell’antigiudaismo (pulsioni dominatrici e cospiratorie che ricordano i Protocolli dei savi di Sion); ritenere gli ebrei un tutt’uno responsabile collettivamente delle azioni di Israele; esigere dagli ebrei un atto di dissociazione da Israele o dal sionismo (il “Davide discolpati” di Rosellina Balbi degli anni ’80); imputare agli ebrei una “doppia fedeltà” ad Israele e al paesi di cui sono cittadini; negare agli ebrei il diritto all’autodeterminazione nello stato di Israele. Non implica antisemitismo invece: criticare il sionismo come forma di nazionalismo etnico e propugnare soluzioni alternative all’odierno stato di Israele, quali uno stato binazionale su base egualitaria fra ebrei ed arabi o forme confederative fra Israele e Palestina; condannare il regime di occupazione militare di Israele nei territori e le violazioni dei diritti umani degli abitanti palestinesi; invocare il boicottaggio di Israele come fa il movimento BDS che propugna sanzioni economiche come forma di lotta non violenta dei palestinesi, misure che possono essere denunciate come inique, illecite o inutili - specie quando degenerano nell’ambito della cultura o dell’accademia - ma non sono di per sé antisemite (qui è opportuna una attenzione precisa al contesto: alcune posizioni o manifestazioni promosse dal BDS sono in effetti inquinate dal pregiudizio antisemita).

In sintesi, la bestia antisemita è multiforme: quella di origine religiosa-cristiana, quella razzista o etno-nazionalista nelle sue varianti moderne; infine vi è quella legata all’esistenza di uno stato degli ebrei. Negli esempi indicati dalla IHRA questa è preponderante. Una deformazione della realtà che distorce e limita la stessa battaglia che ci impegna tutti contro la bestia.

 

 Giorgio Gomel

 

Share |