MAGGIO 2021 ANNO XLVI - 228 SIVAN 5781

 

 

Italia

 

 

Religiosi e di sinistra: è ancora possibile?

di Anna Segre

 

Sono cresciuta pensando che l’ebraismo non potesse non essere di sinistra: di sinistra l’atmosfera che si respirava alla scuola ebraica e in molte istituzioni comunitarie, di sinistra quello che si leggeva e si scriveva, di sinistra le militanze e amicizie politiche. Forse era inevitabile che fosse così dato che non erano passati molti anni da quando sei milioni di ebrei erano stati sterminati nel nome di un’ideologia di destra. Allora non sembrava che ci fosse alcuna incompatibilità tra la militanza a sinistra e l’osservanza delle mitzvot: e perché mai avrebbe dovuto esserci? Le incompatibilità tra sinistra e religione, casomai, erano un problema dei cattolici, rappresentati da un partito su alcuni temi decisamente conservatore. Noi eravamo diversi, e anche Israele lo era: c’erano i kibbutzim religiosi, i partiti religiosi governavano con i laburisti e avevano su molti temi un’agenda progressista. Gli ebrei ultraortodossi (charedim) non erano sionisti, anzi, erano contrari all’esistenza stessa dello Stato d’Israele e questo per certi versi li avvicinava agli arabi e faceva supporre che un futuro loro maggiore coinvolgimento nella vita politica dello stato avrebbe anche potuto favorire la pace.

È possibile che questa atmosfera di sinistra diffusa si respirasse più a Torino che altrove. Senza dubbio il Gruppo di Studi Ebraici ha sempre avuto la peculiarità di riunire al proprio interno persone più o meno osservanti, e l’attenzione a temi anche “religiosi” ha da sempre caratterizzato anche il nostro giornale; non so se si può dire lo stesso per altri gruppi progressisti in altre parti d’Italia. Ma se non altro credo che per larga parte della sua storia si possa definire progressista la FGEI (Federazione Giovanile Ebraica d’Italia), che è sempre stata frequentata anche da giovani osservanti.

Oggi tutto sembra essersi rovesciato in modo sconcertante. Già le statistiche sul voto ebraico nelle elezioni americane ci mostrano un consenso plebiscitario per Trump da parte degli ultraortodossi e ampiamente maggioritario anche da parte degli ortodossi (cioè quelli che sulla carta dovrebbero essere come noi). In Israele (come spiega l’articolo di David Calef pubblicato in questo numero) i partiti ultraortodossi sono saldamente agganciati a destra, mentre quello denominato “Sionismo religioso” – a quanto pare votato da un numero significativo di charedim - è un partito razzista e antidemocratico che secondo molti non dovrebbe neanche presentarsi alla elezioni.  Quello che sconcerta e preoccupa più di tutto è il risultato clamoroso (58%, maggioranza più che assoluta!) ottenuto da questo partito a Kfar Chabad, il villaggio abitato quasi esclusivamente da chassidim Lubavitch. Naturalmente sarebbe troppo semplicistico dare per scontato che dal voto in un villaggio relativamente piccolo si possa dedurre automaticamente l’orientamento di tutti i Lubavitch in giro per il mondo, con tutta l’importanza e il peso che hanno le loro comunità (in molti luoghi, le uniche comunità ortodosse esistenti). Ma sarebbe altrettanto semplicistico fingere di ignorare questo sconcertante dato elettorale e non pensarci più.

I Lubavitch, se non sbaglio, sono gli unici ultraortodossi ad avere una presenza significativa anche in Italia, dove sono presenti con sinagoghe, comunità, pubblicazioni e molto altro, talvolta anche con lodevoli iniziative di solidarietà rivolte in generale alla popolazione italiana e agli immigrati (come la mensa di Milano). Qualche decina di anni fa le loro comunità erano rigorosamente separate dalle comunità italiane affiliate all’UCEI; oggi mi pare che la separazione non sia più così rigida, che ci siano più integrazione e dialogo, e questo è un bene per chi, come la sottoscritta, crede nel modello unitario italiano. I Lubavitch hanno in molti ambiti (condizione della donna, contatti con il mondo esterno) un atteggiamento più aperto rispetto ad altri gruppi ultraortodossi, e soprattutto si danno molto da fare per coinvolgere e avvicinare gli ebrei non osservanti anziché tenerli sdegnosamente a distanza. Per questo nelle nostre comunità sono attivi nel coinvolgimento degli ebrei “lontani”. Alcuni anni fa c’erano state polemiche molto dure (anche su questo giornale) a causa del “meshichismo” (cioè la convinzione che l’ultimo Rebbe, Menachem Mendel Schneerson, deceduto nel 1994, fosse il Messia) di molti di loro; mi pare che oggi si parli di meshichismo molto meno di un tempo e che le polemiche, per lo meno in Italia, si siano attenuate. Ma se al posto del meshichismo prende piede la fascinazione per ideologie razziste e antidemocratiche non so quanto ci sia da stare allegri.

 


Vignetta di Davì

Ovviamente non si può criminalizzare qualcuno in Italia a causa del voto di qualcun altro negli Stati Uniti o in Israele. Sarebbe sciocco e superficiale, proprio il tipo di ragionamento distorto tipico degli antisemiti. Del resto in Italia i Lubavitch sono una minoranza e (almeno per ora) non ricoprono ruoli decisionali di rilievo nelle istituzioni ebraiche italiane. Il problema è più generale. A quanto pare la sinistra non è più maggioritaria all’interno delle nostre comunità (se mai lo è stata), e negli ultimi trent’anni sono cadute anche molte delle barriere e diffidenze che tenevano lontani gli ebrei italiani dalla destra e in particolare dai nostalgici del regime che li aveva discriminati, perseguitati, condannati a morte. E questo non accade perché le destre italiane siano diventate più moderate o abbiano fatto realmente i conti con il proprio passato, e neppure perché i partiti di sinistra siano diventati più ostili a Israele. Anzi, negli ultimi anni l’atteggiamento antisraeliano e antisionista pare essersi attenuato (sostanzialmente, direi,  perché il conflitto israelo-palestinese non è più di moda), mentre, viceversa, nella memoria di cosa è stato il fascismo si sono fatti moltissimi passi indietro, e la destra non dà prova essere diventata nemmeno un briciolo meno antisemita di quanto lo fosse qualche decennio fa (basti pensare agli insulti verso la Senatrice Segre, ai sindaci e assessori che si oppongono alle pietre d’inciampo o ai viaggi della memoria, ecc.). E fuori dall’Italia è ancora peggio, dalla Polonia all’Ungheria senza dimenticare le magliette antisemite indossate dai seguaci di Trump che hanno assaltato il Campidoglio.

E allora perché la destra non fa più troppa paura agli ebrei, per lo meno in Italia? Ho l’impressione che dipenda più che altro da un allineamento delle nostre comunità sulla politica israeliana: se in Israele dominava la sinistra eravamo di sinistra, adesso che domina la destra diventiamo di destra. Il problema è che talvolta non si tratta di una destra democratica, di partiti moderati e conservatori, ma di gruppi e movimenti che invocano a gran voce riforme antidemocratiche (per esempio mettono in discussione l’autonomia del potere giudiziario, o l’uguaglianza di tutti i cittadini). Come possiamo essere credibili quando in Italia ci battiamo per la democrazia e i diritti delle minoranze se poi consideriamo accettabili le ideologie non democratiche di partiti e movimenti israeliani?

Non necessariamente i sostenitori della destra sono religiosi e non necessariamente i religiosi sono di destra, ma mi sembra difficile negare che lo spostamento a destra del mondo religioso avvenuto negli ultimi anni in Israele e negli Stati Uniti abbia una qualche influenza anche sull’ebraismo italiano. Le comunità italiane sono formalmente ortodosse, ed è quindi con il mondo ortodosso, soprattutto israeliano, che si devono rapportare. E dunque essere religiosi e di sinistra certamente non è impossibile ma appare sempre più difficile e raro, per lo meno in Italia (mi pare che in altri paesi europei la situazione sia un po’ diversa).

Ma è proprio una tendenza irreversibile? O è ancora possibile fare qualcosa? Forse può essere utile lanciare un campanello di allarme e al contempo piantare dei paletti. Non possiamo svendere la memoria della Shoah. Non possiamo svendere l’uguaglianza. Non possiamo svendere la democrazia. Non possiamo svendere i diritti delle minoranze. Non possiamo svendere la giustizia sociale. Sono tutti valori ebraici, non dovrebbero essere incompatibili con l’osservanza delle mitzvot. Non lo erano nel passato e non c’è motivo perché lo siano oggi. Anzi, dovrebbero essere paletti doverosi proprio per chi osserva le mitzvot. Forse si tratta semplicemente di fare attenzione a non rinunciare a questi paletti in nome del dialogo con chi non li condivide o non li considera importanti. Il dialogo va benissimo, ma per condividere i paletti con il maggior numero possibile di persone, non per abbatterli.

Anna Segre

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