MAGGIO 2021 ANNO XLVI - 228 SIVAN 5781

 

 

Israele - Storia

 

 

Sorelle perdute

di Alessandro Treves

 

Una delle ragioni per cui proprio non convince, in Italia, la grossolana classificazione del sionismo come impresa coloniale è che non prevede, il sionismo, la sottomissione sessuale della popolazione nei territori colonizzati. Il colonialismo nell’immaginario collettivo del Bel Paese è soprattutto Faccetta Nera cantata a squarciagola, anche in contesti apparentemente innocenti e scherzosi. È la malcelata ammirazione, fino a tempi recenti, per le avventure giovanili di Indro Montanelli, ben tornite e idealmente completate dalla dodicenne concubina Destà, poi ceduta al generale e criminale di guerra Alessandro Pirzio Biroli, che la introdusse nel proprio harem. È l’ammirazione senza riserve per il coetaneo di Montanelli, il leggendario tenente Amedeo Guillet, che aveva posticipato le nozze con la cugina Beatrice Gandolfo per non dar adito al sospetto che lo avesse fatto per ottenere la promozione a capitano; intanto, per le necessità impellenti, si era procurato la concubina eritrea Khadija, figlia di un importante capo tribù.

Nulla di tutto questo nell’ideologia sionista, nelle sue varie declinazioni, neppure nelle sue derive più velleitarie come i (neo)cananei, i quali vagheggiavano la ricostituzione di un’identità autoctona non necessariamente circoscritta al popolo ebraico; anzi arrivando a contrapporsi frontalmente al giudaismo della diaspora. Pur animato da spirito militaresco di stampo revisionista – molti dei suoi pochi esponenti erano anche membri dell’Irgun o della banda Stern – e con radici ideologiche nel fascismo, questa Gioventù Ebraica aveva un atteggiamento di apertura con gli arabi come individui, che si raffigurava come desiderosi di sbarazzarsi dell’Islam come loro lo erano dell’obsoleto Giudaismo. Tanto che dal movimento cananeo vennero fuori personaggi come Uri Avnery, il primo israeliano (dopo quarant’anni e molte altre vicende) ad incontrare Yasser Arafat, a Beirut nel 1982.

Nel 1948 ci furono alcuni casi di stupri di guerra da parte delle forze del nascente stato. Più di quanti ne vogliamo ricordare ma meno di quanti sarebbero probabilmente avvenuti in una guerra di conquista coloniale. Nadera Shalhoub-Kevorkian, professoressa di Legge all’Università Ebraica di Gerusalemme, sostiene che lo stupro di donne palestinesi fosse usato come tattica militare, per spingere gli abitanti alla fuga: “Non abbiamo statistiche precise, e solo alcuni casi sono ben documentati. Alcuni sono molto conosciuti, come quello di Qula, altri rimangono nascosti”, dice. “Quando ho intervistato famiglie di rifugiati palestinesi, molti mi hanno detto di essere scappati per paura della violenza sessuale. Paura, orrore e terrore”. Nel caso del villaggio di Safsaf in Galilea, il 29 Ottobre del 1948, lo stupro di alcune donne e l’uccisione di una ragazzina quattordicenne furono accompagnati dall’esecuzione sommaria di una sessantina di contadini, suscitando l’indignazione di Yosef Nachmani, ufficiale dell’Haganah. A seguito dello stupro di gruppo ed uccisione di una giovane beduina nel Negev, il 12 Agosto 1949, definito atrocità orribile anche da Ben Gurion nel suo diario, il principale responsabile venne condannato a 15 anni di prigione. Anche se forse funzionali a mettere in fuga la popolazione, questi episodi non godevano certo del tipo di consenso che associamo a Faccetta Nera. Tutt’altro.

È interessante allora, nella sostanziale assenza di una fenomenologia di sfruttamento sessuale delle abitanti del luogo da parte degli ebrei giunti in Palestina, come emerga adesso, dal dimenticatoio della storia, un fenomeno di segno affatto diverso, anzi opposto: quello delle unioni, consenzienti, fra ebree e arabi. Si è incaricata di riportarlo alla luce Idith Erez, una pensionata che si è rimessa a studiare e ci ha scritto sopra la sua tesi di laurea magistrale per l’Università di Haifa, intitolata: “Le Spine dell’Amore. La dimensione di genere nelle relazioni fra ebrei ed arabi sotto il Mandato Britannico. Unioni fra donne ebree e uomini arabi.” Si tratta di almeno 600 casi, ognuno diverso dall’altro. Accomunati dal silenzio, per non dire dalla rimozione collettiva. Nella sua ricerca, Idith si è scontrata con un muro di reticenze, di imbarazzo, riuscendo alla fine a trovare numerosi documenti in archivi, ma non testimonianze orali. L’unico dei casi da lei citati di cui io avessi sentito parlare è quello dei genitori, entrambi militanti del partito comunista, dell’attore e attivista Juliano Mer-Khamis, assassinato nel 2011 a Jenin – una fra le più intense ed emblematiche incarnazioni della tragedia del conflitto fratricida. Ma la vicenda di sua madre non è rappresentativa di quella delle altre che sposarono arabi. Nella gran parte, queste donne andarono a vivere con i loro mariti in città, villaggi o quartieri arabi, spesso dopo essere state tenute sotto stretta sorveglianza dai servizi segreti dell’Irgun o dell’Haganah. Molte si convertirono all’Islam, ma diverse poi, in alcuni casi dopo essere tornate sotto il governo israeliano con la guerra del 1967, tornarono all’ebraismo. Spesso riportatevi dal rabbino capo di Jaffa, Hanania Dery, che si era investito della missioni di recuperare le correligionarie smarrite. Sono storie affascinanti, parzialmente raccontate in un lungo articolo-intervista di Idith Erez con Ofer Aderet su Haaretz (del 14 Aprile 2021), e dalla cui eterogeneità è difficile trarre una morale. Forse l’unica conclusione generale è che si trattò di un’occasione perduta. Se alcuni avevano pensato che queste relazioni fossero uno sviluppo naturale della coesistenza fra i due popoli, dice Idith Erez, “accettarle divenne impossibile, come divenne impossibile trovare una soluzione politica al conflitto, anche se sarebbe stato necessario per condividere questa terra. La strada per normalizzare la nostra vita in comune, fino a comprendere anche relazioni d’amore, non fu individuata in quel tempo, e non lo è stata fino ad ora”.

Alessandro Treves – Trieste e Tel Aviv

 


 

Jonathan Ventura, Elat

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