MAGGIO 2021 ANNO XLVI - 228 SIVAN 5781

 

 

 

Storie di ebrei a Torino

 

 

Shai Cohen, educatore errante

 

È il nostro insegnante di ebraico. Nella mia classe (la ghimel) vuole che si parli solo ebraico: ci chiede di parlare di noi, dove abitiamo, a che piano stiamo, cosa c’è in cucina, cosa mangiamo ecc. Lui sa tutto di noi, ma noi di lui non sappiamo nulla. È per questo che ero curioso di fargli un’intervista…

 

Chi sei?

Questa è una domanda a cui posso rispondere facilmente, purché nessuno me la faccia!

 Com’è la tua famiglia e come siete arrivati in Israele?

I miei genitori sono arrivati in tenera età nello Stato di Israele di recente costituzione. Ho la fortuna di avere un documento che descrive l’albero genealogico della mia famiglia a partire dalla Spagna del 1458. In quell’anno, gli antenati di mia madre, col cognome Daninos, hanno lasciato Salamanca, prima della cacciata del ’92, e sono emigrati in Marocco. Quando ho studiato per la prima volta la documentazione riguardante il mio albero genealogico, sono rimasto sorpreso da quanto la mia famiglia si muovesse. Siamo nati in un luogo e tendiamo a vederlo solido, costante e sicuro, solo per scoprire che in realtà ci muoviamo come le correnti degli oceani. La mia nonna parlava haketia (una variante del giudeo-spagnolo parlato dagli ebrei sefarditi del Marocco, o spagnolo come lo chiamavano loro), ebraico, francese, arabo marocchino, e un altro dialetto locale, e questo mostra la complessità della sua identità. Posso solo rammaricarmi di non aver passato più tempo con lei da adulto, per apprezzare la profondità delle sue conoscenze. Pare che dal Marocco nel diciassettesimo secolo ci siano state migrazioni verso la Terra d’Israele, con ritorni ripetuti. L’alià vera e propria invece ha avuto luogo nel 1954.

Cosa hai fatto prima di venire a Torino?

Io sono nato nel 1978. Dopo il liceo ho passato tre anni in zavà; a 21 anni, finito il servizio militare, sono stato diversi anni in giro per il mondo. Ho soggiornato tre anni In Francia, dove mi sono laureato; poi un master nell’Università Ebraica di Gerusalemme e infine in Spagna quattro anni, dove ho conseguito il PhD, sulle relazioni tra la letteratura spagnola e la storia economica e politica. 

Perché sei a Torino?

Sono venuto per stare insieme a mia moglie, ricercatrice in oncologia, che aveva ricevuto una borsa di studio all’Ospedale delle Molinette per il suo dottorato. È determinata a fare del suo meglio per curare il cancro, quindi da parte mia la aiuterò in ogni modo possibile.

Quale è la tua attività qui?

All’Università di Torino sono filologo, un educator nel campo della letteratura spagnola, della linguistica e del pensiero critico, il mio compito è istruire. Fortunatamente, questa è una disciplina che se ti applichi e sai come farlo al meglio delle tue capacità, allora sei in grado di praticarla ovunque. Come abbiamo visto nell'ultimo anno e mezzo di pandemia, non vi è alcun sostituto per l'istruzione. Noi, come società, la diamo per scontata e a volte non le forniamo gli strumenti e la considerazione che l'istruzione richiede. È una vocazione, quindi sta a noi trovare sempre un modo per raggiungere i nostri studenti e accompagnarli nel miglior modo possibile in questo viaggio di conoscenza. Un importante contributo è stato dato dalla Fondazione Camis de Fonseca nella organizzazione del seminario L’Ebraismo in Europa, percorso storico, linguistico e letterario con il Dipartimento di lingue e letterature straniere e culture moderne dell’Università di Torino. In questo ambito ho trattato il tema del mondo sefardita attraverso l’Europa.

Che rapporti hai con la Comunità Ebraica?

Appena arrivato mi sono rivolto alla Comunità, dove mi hanno assegnato i corsi di ebraico, e all’Università, dove svolgo le mie lezioni. Il significato del mishkal (schema grammaticale) della parola in ebraico per famiglia (mishpaha) è LUOGO. Quindi, la mia famiglia, come il luogo forte che ho la fortuna di avere sempre è la mia casa.

Gli altri dicono di noi: piemontesi falsi e cortesi. È vero?

Non è vero per niente, anzi, in Piemonte mi sono trovato benissimo. Certo, in Italia le popolazioni meridionali sono più calorose, ma questo succede in tutti i paesi: in Spagna gli abitanti dell’Andalusia sono più caldi di quelli della Galizia. Forse è anche una questione di clima, come dice Yuval Harari…

Sei religioso?

Sono cresciuto in ambiente religioso, cosa che mi ha permesso di conservare i valori tradizionali. Ogni giorno vivo il mio ebraismo, soprattutto parlando e insegnando la lingua ebraica: molti valori dell’ebraismo sono contenuti all’interno delle parole. Per esempio, il nome della recente festa dell’Indipendenza, Yom HaAtzmaut, deriva da ‘etzem, che significa in senso fisico osso, ma in senso astratto rimanda all’io, all’essenza dell’esistenza. Altro esempio: la parola neshamà, che in ebraico vuol dire anima, è correlata a neshimà, che è il respiro. Dio espira l'anima nel corpo degli uomini, dandogli la vita. Le meraviglie della nostra grande e antica saggezza sono nascoste in ogni parola.

Ti piace Torino? (pregi e difetti)

L’Italia in generale e Torino in particolare sono luoghi bellissimi. Imparo molto qui, e speriamo di poterci mettere le radici, se si presenta l'occasione.

Come sei stato accolto, tu israeliano, in ambito universitario? Spesso ci sono state manifestazioni anti-israeliane vicine all’antisemitismo. 

Non sempre il dissenso nei confronti del governo israeliano è manifestazione di antisemitismo. Spesso in Israele, all’Università, vi sono manifestazioni di dissenso dalla politica del governo. Io, qui, non ho mai subito manifestazioni di ostilità nei miei confronti: in facoltà tutti sanno che sono anche israeliano. Se i rapporti sono tra persone su temi attinenti alla disciplina insegnata, senza pregiudiziali contrapposizioni ideologiche, non esistono occasioni di scontro.

Io sono molto interessato ad ascoltare i vari pareri sull’argomento e spesso incontro studenti curiosi di sentire il mio parere e le mie informazioni sulla vita in Israele, informazioni molto diverse da quelle che circolano in Italia.

Hai nostalgia di Israele? 

Nostalgia per Israele sempre, è la mia casa. Ishar-el vuol dire direzione verso, è la méta che tutti sperano di raggiungere un giorno o l’altro. 

Hai nostalgia di altri paesi?

Ho visitato diversi paesi. In alcuni sono andato come turista, in altri ho abitato per anni. Ogni paese ove ho vissuto ha cose meravigliose, e te le porti dietro. Fanno parte del tuo bagaglio, e spesso ti ritornano in mente le esperienze più belle. Israele, il paese della mia infanzia, e la Spagna, dove ho vissuto e studiato più a lungo, sono le mie due patrie. 

Qual è secondo te il futuro della diaspora?

Sul futuro, non ho doti di profeta, ma la tua domanda è molto interessante. In realtà significa chiedersi qual è il futuro del popolo ebraico nel mondo. Il popolo ebraico è sopravissuto a ogni tentativo di controllo, annientamento e indottrinamento ed è riuscito comunque a diventare un fattore importante nella creazione del mondo che conosciamo oggi.

Il termine golah [diaspora, ndr] ha per radice galah, di tre lettere: ghimel, lamed e hei, che significa, tra l’altro, scoperta. L’origine della parola spiega che nella golah devi avere la mente aperta per scoprire il mondo. Quindi immagino che dovremo scoprire, o legalot לגלות insieme. Quello che amo dell’ebraico è che ti dà la possibilità di capire il significato originale dei concetti espressi, andando alla radice delle parole, viaggiando indietro per centinaia o migliaia di anni. 

Che programmi hai per il futuro? 

La mia ultima pubblicazione è stata un libro su La satira politica nel XVII secolo in Spagna. Al momento sto terminando un nuovo libro, questa volta sui judeoconversos e sefarditi del XVII secolo. Questo è un argomento eccitante a causa della sua varietà e complessità. Più cerco i concetti intrecciati di potere, parole, religione, identità e cultura, più affascinanti sono le scoperte. Ho intenzione di continuare a insegnare, pur essendo aperto alle opportunità che il futuro potrebbe portare, si spera a Torino. Penso che il modo migliore per pianificare il futuro sia sfruttare al massimo il presente.

 

Intervista di David Terracini

 

Shai Cohen

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