MAGGIO 2021 ANNO XLVI - 228 SIVAN 5781

 

 

Sprazzi di memoria

 

 

Il gioco della Mamma: “Il nascondino del Signore”

di Franco Segre

 

Ricordo una triste e umida giornata invernale nei primi anni della guerra, alla mia età di quattro anni. Il papà sta pregando nella stanza vicina con la sua solita cantilena per me incomprensibile. La mamma mi è vicina e tenta di indottrinarmi nei primi elementi di teologia, rispondendo alle mie ingenue domande, sorte da una sensazione di mistero e curiosità: “Chi è Dio?” . “È il Signore che ci governa”. “Ah! È il duce?”. “Nooo, perché Dio non sbaglia mai!”. “Come fa a non sbagliare?”. “Perché Dio sa tutto”. “Come fa a saperlo? “. “Perché è dappertutto”. Dov’è il “dappertutto”? Guardando dalla finestra di casa non vedo quasi niente, perché tutto è coperto da una spessa coltre di nebbia in un’atmosfera di pace irreale. Mi sforzo nel guardare attraverso il vetro appannato, ma tutto è grigio e uniforme. Per il freddo gelido un ghiacciolo si è formato ed è appeso lungo la parete del vetro: è l’unica cosa che vedo di fronte al cielo. Domando “Perché Dio non si vede?”. “Perché si nasconde in mezzo a quello che vediamo”. “Ah, gioca con noi a nascondino!”. “Sì! E noi dobbiamo stare al gioco, dobbiamo sempre cercarLo”. Guardo attentamente dalla finestra, ma non vedo altro che il ghiacciolo che si sta allungando: allora Dio è nascosto lì dentro. Alla mia domanda “Perché si nasconde?” la mamma mi risponde “Se credessimo di averLo trovato non sarebbe Lui, ma una Sua immagine. E noi non dobbiamo adorare le immagini!”. Mentre cerco di riflettere, la temperatura è aumentata e il ghiacciolo comincia a gocciolare: forse Dio vuol dirmi qualcosa. Ma poco dopo il ghiacciolo si spezza e va in frantumi. Ecco quello che voleva dirmi!

 

Il gioco delle paure

 

All’età di cinque anni (1942) ho tante paure, che si susseguono dal mattino alla sera: la paura dei cani che incontro per la strada, perché sono convinto che vogliano mordermi e poi mangiarmi; delle guardie vestite di nero, perché penso che vogliano arrestarmi; dei macellai col grembiule bianco, perché con i loro coltellacci vogliono tagliarmi a fette; della locomotiva a vapore in piazza Nizza che, prima di partire per Saluzzo, sbuffa e sibila con la sua caldaia bollente ed è pronta ad inghiottirmi; delle code, perché anche a me crescerà la coda. Come sono sorte in me queste fobie? certo non dai discorsi di Papà e Mamma, allora ignari di quanto già succede in Germania; certo non dalle leggi fasciste anti-ebraiche (il Papà ha potuto continuare a lavorare, essendo “discriminato” come ferito nella grande guerra); forse da qualche discorso antisemita circolante, o forse dai primi bombardamenti in città, forse dall’impalpabile tristezza della gente; o forse da qualche notiziola trapelata qua e là e ingigantita dalla fantasia di un bambino. Chissà se nei discorsi altrui ho colto e fissato inconsciamente qualche forma già circolante di antisemitismo, qualche commento di arresti di antifascisti, o qualche notiziola proveniente da oltralpe? i cani aguzzini dei lager? le persone arrestate? le uccisioni dei bambini più deboli? gli ebrei che hanno la coda? i forni crematori?” Sono le sole parole “cane”, “guardia”, “macellaio”, “locomotiva” che, ascoltate in qualunque contesto, alimentano i miei incubi e le mie lacrime. Mi lamento con chiunque le pronuncia: “Sono arrabbiato perché hai detto quello”, “Mi viene voglia di piangere”.

Ma, poco alla volta, la paura di queste parole, per mia difesa e piacere, si trasforma in gioco: si tratta allora di scovarle e denunciare chi le nomina. I miei famigliari, gli amici, i parenti stanno al gioco: le pronunciano apposta per divertirmi, per vedere se me ne accorgo o me le lascio scappare. In ognuno di questi momenti dico di aver paura, ma non è vero: in realtà mi diverto! Le difficoltà sono superate per la magia dei miei atti di denuncia.

Franco Segre

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