MAGGIO 2021 ANNO XLVI - 228 SIVAN 5781

 

 

 

Memoria

 

 

Il ritorno di Tosca

di Bruna Laudi

 

Un libro costituito solo da pagine di diario e lettere: la curatrice, Giordana Tagliacozzo, ha evitato ogni intervento, tranne una pagina in cui dà brevi informazioni sulla famiglia e l’inserimento di alcune note esplicative ed altre correttive per parole ebraiche traslitterate in modo non sempre corretto e, a volte, altrimenti incomprensibili. Sono molto utili i sintetici alberi genealogici, le mappe e le fotografie di famiglia.

La prima parte è costituita dalle lettere di Tosca alla famiglia dal campo di concentramento di Fossoli e dal diario, scritto dopo la liberazione da Theresienstadt, durante il faticoso e lungo viaggio di ritorno in Italia e intitolato Diario di Tosca- Riassunto di 14 mesi di dura vita di prigioniera di guerra del barbaro popolo tedesco.

Tosca Di Segni è una donna ebrea romana, sposata con Gino Tagliacozzo, da cui ha avuto quattro figli: Umberto, Fausto, Sergio, Armando. Durante l’occupazione tedesca i due genitori riescono a nascondere i tre bambini più grandi, di età compresa tra i 10 e i 13 anni, in conventi accoglienti. Ma Tosca e Gino vengono arrestati il 14 febbraio 1944, deportati prima a Fossoli, poi ad Auschwitz, dove Tosca perde le tracce di Gino. Il figlio più piccolo, di soli quattro anni, è stato messo in salvo prima dell’arresto.

La narrazione riportata nel diario inizia dal 14 febbraio 1944, giorno dell’arresto di Tosca e Gino, descrive le angustie e l’umiliazione del carcere, il soggiorno a Fossoli dove ancora sopravvive un briciolo di umanità, che si perderà completamente nelle esperienze successive. Brevi frasi per raccontare il trasporto ad Auschwitz, dove arriva il 10 aprile del 1944, la descrizione della vita nel campo, i trasferimenti. Si può solo intuire la separazione da Gino, che non vedrà mai più. Tosca deve la sua sopravvivenza a una fibra forte, sia fisicamente che moralmente, che le consente di affrontare il duro lavoro con il pensiero sempre rivolto ai suoi figli che vuole disperatamente rivedere. La raccolta delle patate prima e delle carote successivamente le garantiscono qualche boccone furtivo di cibo crudo, fondamentale in quelle circostanze. Ma nei vari passaggi da un campo all’altro svolgerà anche altri lavori, sempre più pesanti, accompagnata dalla fame, dal freddo e dalla crudeltà delle sorveglianti. Nel novembre del ’44 verrà portata a lavorare in un campo in Germania, “dove il trattamento è migliore”! L’ultimo viaggio da prigioniera sarà ancora in un carro bestiame da Wilishtal, Germania, a Theresienstadt, vicino a Praga, dove avverrà la liberazione.

Il 21 aprile del ’45 inizia il ritorno alla vita ma il viaggio verso casa comincerà solo ai primi di giugno e sarà costellato da mille delusioni: l’Europa è distrutta dai bombardamenti, le linee ferroviarie interrotte, milioni di profughi sono praticamente abbandonati a sé stessi. Il viaggio di Tosca si snoda tra Cecoslovacchia, Austria, Ungheria, Jugoslavia… su mezzi di fortuna e a piedi. Incontra altre donne italiane, tra le quali la torinese Natalia Tedeschi e la fiorentina Anna Cassuto: Tosca ci offre piccoli spiragli di vita, la sua capacità di godere di un bel paesaggio, la riconquista della sua femminilità che si ricava dal racconto di piccoli episodi.

È un diario che si legge agevolmente, Tosca è sintetica, ma i suoi ricordi sono pennellate che riportano il lettore a quei giorni: ci si chiede da dove nasca tanto coraggio e tanto amore per la vita.

Tosca riuscirà a raggiungere Roma solo il 10 agosto 1945, sostenuta in vita dal desiderio di riabbracciare i suoi figli. Commovente il suo desiderio di riabbracciare i bambini, di ritrovare con loro la fisicità che tanto le è mancata. Giunta a Roma, però, ha un’amara delusione: i suoi ragazzi sono emigrati in Palestina con gli zii. Tosca non si arrende, disbriga le pratiche burocratiche e va in Palestina, dove scopre che i ragazzi sono separati e accolti in istituzioni diverse, lontane tra loro: lì studiano e lavorano, i due ragazzi più grandi sono diventati veri chalutzim, giovani pionieri che accostano lo studio alla coltivazione della terra.

Segue, nella seconda parte, l’epistolario, la cui lettura permette di capire l’enorme differenza che intercorre tra la raccolta di testimonianze, magari rilasciate a distanza di anni dagli eventi rievocati, e i documenti originali, scritti nel momento in cui gli avvenimenti accadono, con le emozioni e i sentimenti che non potranno mai più essere gli stessi.

Confesso che ho provato spesso imbarazzo leggendo: mi sembrava di aprire gli armadi di una casa che non mi appartiene, di frugare nelle emozioni di altri. Mi sentivo a disagio, come se fossi colpevole di mancanza di discrezione ma, contemporaneamente, sono stata catapultata nella complessità di una realtà che solitamente conosciamo in modo settoriale, pur sapendo che nulla è semplice e lineare, tantomeno le tragedie.

In tal senso questo libro è un prisma che scompone la luce bianca in mille colori, nei suoi dettagli nascosti: le persone affrontano sentimenti contrastanti, disvelano sé stesse, soffrono e sperano, difendono la propria identità e nello stesso tempo faticano a riconoscersi nei propri simili.

Tosca vive, infelice, per qualche settimana in kibbutz, poi si trasferisce da una sorella alla periferia di Tel Aviv: ma la vita è durissima, la promiscuità faticosa, la lontananza dai figli insopportabile e decide di tornare a Roma. Il figlio maggiore, Umberto, non vuole lasciare Eretz Israel, il secondo, Fausto, pur con grande dolore, sceglie di assecondare la madre e i due più piccoli accettano le decisioni materne.

A Roma, finalmente riuniti, almeno in parte, iniziano la dura lotta per rientrare in possesso delle proprietà acquisite prima della guerra: ed emergono le difficoltà, le diffidenze, il timore di non essere tutelati abbastanza dagli avvocati scelti.

A volte, nella corrispondenza si accenna anche a sospetti di delazioni, ma prevale sempre lo sguardo rivolto al futuro, il desiderio di ricreare antiche abitudini, di ricostruire. In questo libro l’amore per la vita vince sulla morte e sono completamente assenti parole di odio.

Attraverso le lettere, emergono un mondo di personaggi, i travagli di un’epoca, il conflitto di ideali, le enormi difficoltà che accompagnano la nascita di uno stato.

Tosca ha cinque fratelli di cui uno, Riccardo, è stato deportato con la moglie e la bimba piccola: di loro non si avranno più notizie. La sorella Fernanda ed il fratello Ettore, con le loro famiglie, sono emigrati in Israele, portando con sé i quattro figli di Tosca, mentre le sorelle Clara e Bianca sono rimaste a Roma: di Clara si parla poco nel libro, emerge invece la figura di Bianca che diventa il cardine della famiglia, la custode del focolare.

Sono tanti gli aspetti che si offrono alla riflessione del lettore.

Il difficile rapporto tra una madre, Tosca, il cui unico desiderio è la ricomposizione della famiglia, e il figlio Umberto adolescente, che difende le proprie scelte, a volte con durezza, che agisce con passione, che è costretto a rivedere le stesse scelte in un conflitto interiore che, se è normale nell’adolescenza, nel caso di Umberto viene amplificato dalla drammaticità degli eventi intorno a lui. Ma le differenze generazionali non riguardano esclusivamente i figli di Tosca: anche Rosetta, figlia della sorella Fernanda, si è adattata molto bene alla vita del Kibbutz. I giovani amano la visione ideale che caratterizza l’esperienza collettiva, stare insieme agli altri per loro è un valore, alternare studio e lavoro una opportunità: per questo Rosetta accetta con sofferenza il ritorno con la famiglia in Italia e solo in età matura si stabilirà definitivamente in Israele. Per gli adulti invece, abituati a una vita vissuta all’interno del nucleo famigliare, la condivisione è una forzatura, la promiscuità è invasiva, il lavoro agricolo o comunque manuale e non finalizzato al sostegno immediato della famiglia, è faticoso e oppressivo.

Il sionismo un po’ ingenuo di una famiglia che, parzialmente sopravvissuta alla Shoah, immagina di andare nella terra del latte e del miele e si scontra invece con la realtà durissima di quegli anni: il mandato britannico, il rifiuto arabo, il contatto con un mondo ebraico sconosciuto. Lo descrive benissimo Fausto Tagliacozzo nel suo diario, di cui alcune pagine vengono riportate in appendice al libro: “Fino ad allora avevo ignorato la grande divisione esistente all’interno del popolo ebraico tra Ashkenaziti e Sefarditi. Gli ebrei italiani ed in special modo quelli di origine romana, non appartenevano né all’uno né all’altro gruppo.”

C’è il dramma di chi non ha retto le terribili difficoltà, soprattutto economiche, della vita in Palestina ed è tornato in Italia: prima Tosca, con la differenza che per lei l’aliah era stata una scelta obbligata, poi, in tappe successive, i fratelli Ettore e Fernanda, con le rispettive famiglie. Particolarmente interessante la figura di Ettore, che nelle prime lettere dal kibbutz alla sorella Bianca, rimasta a Roma, sembra entusiasta della nuova vita: si intuisce che il suo carattere positivo lo induce a valorizzare tutte le esperienze, ma non è così per Marina, sua moglie, che lo convince a trasferirsi in città. Si accalcano tutti insieme nell’alloggio di Lello Di Porto, papà di Marina, che vive a Benei Barak, cittadina limitrofa a Tel Aviv, che diventerà con gli anni una enclave di ebrei ortodossi.

Lello Di Porto è un’altra figura importante, che emerge nell’ultima parte del libro, attraverso la corrispondenza con Tosca, ormai tornata a Roma: la informa costantemente su quello che fa Umberto, rimasto in Israele e cerca di moderare l’impulsività di Tosca che, pur di riavere il figlio è disposta a mentire sulle sue condizioni di salute ed è insistente come solo le madri sanno essere...

Anche Lello tornerà in Italia.

Un ultimo aspetto interessante è la religiosità: tutti i protagonisti sono accomunati dalla fede in D.o e dal senso di appartenenza al popolo ebraico. Tosca, nel diario che descrive le peripezie del suo viaggio di ritorno dalla Polonia, il 19 luglio del 1945 annota di aver fatto digiuno perché è Tishà be-Av “giorno triste per noi ebrei ...” (è il giorno che ricorda la distruzione del Tempio di Gerusalemme). Questa piccola donna, sola in un viaggio di ritorno disagevole, che pochi giorni prima ha annotato di avere mangiato “Sempre zuppa di fagioli con parecchi sassi dentro e piccoli bacherozzi! Che noia! Eppure, dobbiamo accontentarci!” ha la forza morale di digiunare. Ma la religiosità romana è completamente diversa da quella che incontrerà il figlio Fausto in kibbutz e che lo metterà in difficoltà nei rapporti con i bimbi ashkenaziti provenienti dal centro Europa: “La particolarissima religiosità degli ebrei italiani, loro, proprio non riuscivano a capirla, si stupivano che non portassi gli tziziot (frange rituali) e che non avessi mai visto nessuno mettersi i tefillin (filatteri, piccoli astucci di cuoio contenenti preghiere)”.

Bruna Laudi

 

Il ritorno di Tosca. Auschwitz – Roma - Eretz Israel – Roma, A cura di Giordana Tagliacozzo, prefazione di Fabio Levi, Silvio Zamorani Editore, 2021, pp 299, € 24

 

 

 

 

 

 

 

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