MAGGIO 2021 ANNO XLVI - 228 SIVAN 5781

 

 

 

Libri - Storia

 

 

 

Il tesoro nascosto della sinagoga Ben Ezra

 di Emanuele Dattilo

 

Ogni vera biblioteca – anche se povera, o mediocre – ha una fisionomia, un carattere proprio e spesso capriccioso, che non si lascia facilmente dominare. Chiunque possiede una biblioteca sa, infatti, che una biblioteca non si possiede: è lei a possederti. Questo il paradosso di ogni rapporto vivo con i libri, un paradosso osservabile con la nostra spesso ostile biblioteca personale (i libri che non si lasciano trovare, che riappaiono improvvisamente; quelli che non leggiamo o che non ricordiamo di avere acquistato; quelli da cui traiamo nutrimento fugace, solo aprendo qualche pagina a caso, e che non riapriremo mai più; tutti quei libri che semplicemente stanno lì), ma anche con le grandi biblioteche del passato, che sono letteralmente dei revenants, dei ritornanti. Sepolte per secoli in catacombe, in umide soffitte oscure, ecco che improvvisamente riappaiono, rivelando non soltanto una straripante abbondanza di tesori materiali, ma mostrando anche una vita, una possibilità di essere letti che fino a quel momento non potevano avere.

Uno di questi rari eventi – di cui tuttavia la storia del secolo scorso è decisamente ricca – è la riscoperta della favolosa Genizah del Cairo, raccontata nel libro di Adina Hoffman e Peter Cole. Come Nag Hammadi o Qumran, la Genizah del Cairo non è soltanto il nome di un sito archeologico o di una serie di documenti, ma è anzitutto il nome di un evento, che ha permesso in questo caso di ridisegnare integralmente la storia dell’ebraismo tardo-antico e medievale.

 Gli autori, informa la quarta di copertina, sono una storica-biografa e un traduttore-poeta (il che spiega anche una singolare attenzione, che si avverte leggendo, verso l’inestimabile patrimonio poetico giudeo-arabo che la Genizah conteneva).

Nonostante sia un saggio, il registro non è saggistico, e il libro si lascia leggere freneticamente, come un singolare giallo storico-filologico, i cui protagonisti sono quelle figure fascinosissime – perché contro ogni apparenza ambigue, losche, perverse – che sono stati gli eruditi e i filologi europei della fine del diciannovesimo e inizi del ventesimo secolo, ossia nel momento di massimo splendore della loro scienza, o arte, prima che si ripiegasse in specialismi accademici. Fanatici devoti al culto feticistico del dettaglio, del frammento cartaceo, meglio se illeggibile, o appena leggibile.

Che cos’è una Genizah? Tutt’altro che un luogo raro o esotico, nelle comunità ebraiche, la genizah è un deposito in cui sono conservati i libri ormai divenuti illeggibili, mutili, quasi distrutti. Perché fare ciò, perché tenerli anziché gettarli via insieme ad altri rifiuti? Si dice, anzitutto, perché ogni libro o documento scritto in ebraico potrebbe contenere il nome di Dio. Per contenere il nome divino, un documento non deve essere necessariamente sacro: qualsiasi cosa scritta, che sia un atto notarile o una lettera privata, può contenere il Nome, come un suggello che preceda e accompagni la scrittura.

Ma a ben vedere, l’esistenza della Genizah mette profondamente in discussione la nostra idea di che cosa sia un libro: non un semplice oggetto di lettura che si consuma rapidamente, ma qualcosa che resiste, che sopravvive anche quando è illeggibile, grazie alla lingua in cui è scritto ma anche, soprattutto, grazie al suo profondo, persistente potere evocativo, intatto anche quando è frammentato.

La Genizah mostra l’esistenza postuma del libro, la sua irriducibilità al semplice atto di essere letto, e insieme la sua vita numinosa e spettrale, quando si è separato da noi. Esattamente come non si bruciano i corpi, secondo la legge ebraica, perché ciò complicherebbe inevitabilmente il processo finale di resurrezione, così la Genizah contiene le disiecta membra dei libri nella speranza, mai dichiarata, che quelli un giorno, forse, risorgeranno.

Una simile inattesa resurrezione è accaduta alla Genizah del Cairo. Appare significativo che la miccia casuale, attraverso cui tutto si è acceso, sia stato un frammento del libro di Ben Sira, un libro in genere poco noto agli ebrei moderni, che non lo trovano incluso nel loro canone biblico (mentre è incluso nel canone della Chiesa cattolica), e che per secoli è stato conosciuto esclusivamente attraverso una tarda traduzione greca. Un libro, dunque, ganuz, apocrifo, ossia – in ebraico come in greco – nascosto, che è la stessa radice di genizah. Frammenti dell’originale ebraico di questo libro pervennero un giorno del 1896, a Salomon Schechter, rabbino e professore rumeno, singolare seguace della Wissenschaft des Judentums, la ottocentesca “scienza del giudaismo”, cresciuto nelle jeshivot della Romania e infine approdato, con una barba meno selvatica di quella dei suoi maestri chassidici, all’università di Cambridge come lettore di Talmud.

Dalla disputa attorno al libro di Ben Sira, che coinvolgeva Schechter e il suo rivale, David Samuel Margaliouth (che nonostante fosse anglicano, come il nome tradisce, era ebreo di nascita), si apre nel libro una lunga serie di viaggi, di spostamenti, di contrattazioni, di scoperte, di oblii e di riscoperte, e soprattutto una ridda di personaggi sapienti ed eccentrici, ogni volta caratterizzati come fossero protagonisti di un romanzo.

Ma al di là del Siracide, Schechter ebbe anzitutto il merito di intuire per primo le potenzialità di quel tesoro nascosto nella vecchia sinagoga Ben Ezra, al Cairo. Da quel momento la Genizah venne dissepolta – nonostante ci sarebbero voluti vari decenni finché emergesse la sua reale importanza per gli studiosi.

Credo che uno dei singolari vantaggi della Genizah – se vogliamo fare il tentativo di immaginare la storia della cultura a partire dalla prospettiva che ci offrono questi solai umidi e dimenticati – sia la possibilità di uno sguardo sincronico e simultaneo: ogni genere di documento, ogni forma letteraria, ogni testimonianza della vita – dai contratti privati fino agli amuleti e ai trattati filosofici – ha il suo posto in questo biblioinconscio collettivo, cosa che raramente è offerta da altri tipi di biblioteche dell’antichità, molto più selettive.

La Genizah mostra la coesistenza di tutte le più diverse anime dell’ebraismo tardoantico (ma forse anche dell’ebraismo tout court, e forse del libro, della letteratura), la ricchezza lussureggiante di tutti i registri. Come scriveva Schechter, citato nel libro: «questi ammassi rivelano a volte delle combinazioni suggestive, come quando, per esempio, si ritrova parte di un lavoro razionalistico, in cui l’esistenza di angeli o demoni viene rigorosamente negata, strettamente avvinta a un amuleto in cui questi stessi esseri (soprattutto i secondi) sono condannati a comportarsi bene e a non interferire con l’amore che una ragazza prova per qualcuno. Il destino della storia amorosa è oscurato dal fatto che gli ultimi versi dell’amuleto si accavallano con una nota di debito che a sua volta è compressa tra le pagine scritte da un vecchio moralista, che tratta con disprezzo e indignazione tutto ciò che ha a che fare con il denaro» (p. 69).

Proprio questo carattere involontariamente ironico della Genizah, che rimescola ciò che sembra separato e contrapposto, permette anche una potente suggestione indirettamente politica agli autori, il cui attento sguardo storico, ormai permeato dallo spirito della Genizah, consente un diverso giudizio sul rapporto tra arabi ed ebrei.

Ai poeti – questi esseri tradizionalmente al margine della città e della società – è riuscito infatti, nel medioevo, un esperimento di straordinaria sintesi tra il mondo ebraico e il mondo islamico, una sintesi che è anzitutto stilistica (e di cui la poesia andalusa è forse l’esempio più alto). Attraverso la ricostruzione delle imprese eroiche di Jefim Hayym Schirmann – il più grande studioso moderno di poesia ebraica e araba, il quale lavorò proficuamente sul materiale della Genizah – e in modo molto diverso di Shelomò Dov Goiten – il «riscopritore» della Geniza del Cairo, autore di un’opera poderosa, Una società mediterranea, sulle comunità ebraiche nel mondo arabo – è oggi possibile mettere meglio a fuoco le epoche di confusa, ineguagliata, felice convivenza – di simbiosi, come diceva Goitein – tra mondo ebraico e mondo arabo, di cui la letteratura e la poesia sono uno specchio inestimabile.

A un certo punto, leggendo il libro, ci viene il sospetto che la Genizah rappresenti, in realtà, la biblioteca ideale: quella composta di soli frammenti sparsi, appena leggibili, in cui non è presente neanche un volume integro, non autori certi né titoli sicuri. Una biblioteca illeggibile: il contrario dei benemeriti, preziosi progetti di digitalizzazione delle biblioteche contemporanee. Quei frammenti sbriciolati, fragilissimi, infatti, che hanno mobilitato il desiderio di filologi di straordinaria levatura, si sostanziano infine di immaginazione, provocando nello studioso un misto di ebbrezza e di sconsolazione. Per lui, i libri della Genizah, come la statuetta del falcone maltese nel celebre film di John Huston, sono fatti «della stessa materia di cui sono fatti i sogni».  

Emanuele Dattilo

 

Adina Hoffman, Peter Cole - Il cimitero dei libri. La Genizà del Cairo: un mondo perduto e ritrovato. Officina Libraria Orizzonti, 2019, pp. 255 € 19,50

 

 

 Solomon Schechter studia i reperti della Genizah del Cairo

Share |