Prima pagina

 

Disagio e abitudine

di David Sorani

 

Stiamo sprofondando e non ce ne accorgiamo quasi. O forse sì, ma non abbiamo la forza e l’intelligenza di reagire; non abbiamo la progettualità e la lungimiranza per costruire qualcosa di autentico e di veramente alternativo. E così affondiamo lentamente nella palude di questo berlusconismo tentacolare, che ci avvolge e ci possiede, ci influenza e ci condiziona. Così Noemi e i compleanni, Villa Certosa e i suoi festini ci producono certo ripulsa e indignazione, ma sono anche trappole di bassa lega (o Lega) in cui restiamo invischiati. Così anche noi usiamo questi soggetti o altri consimili e proviamo – berlusconiani anche noi – a fare politica con le miserie personali del Capo, incapaci di volare più in alto e di parlare d’altro. Incapaci ormai di parlare dell’uomo e dei suoi bisogni, della società e dei suoi progressi.

Sono sempre più convinto che si tratti di una malattia, contagiosa e probabilmente cronica; un morbo insinuante che deteriora tutto ciò che incontra. Il berlusconismo è diverso dal fascismo, meno protervo e meno violento, meno magniloquente e immaginifico. Ma altrettanto totalitario. Anche se in modo differente, conquista ugualmente le masse e le indirizza al consenso orgoglioso e apparentemente consapevole. Sulle ali della ricchezza sprezzante e ostentata, che ha preso il posto della violenza esibita ed esaltata, questo nuovo cancro della società italiana produce effetti analoghi a quelli generati dal fascismo. Ecco che il sistema della giustizia si trasforma in covo di complotti sovversivi e va dunque denigrato, poi controllato e opportunamente depotenziato. Ecco che il Parlamento diviene un luogo inutile e fastidioso, una sede di vuoti formalismi e di cerimonie insulse che fanno perdere tempo prezioso al manovratore, ed è quindi opportuno disinnescarlo o comunque scavalcarlo con comode scorciatoie. Ecco che il singolo cittadino tende a introiettare il modello berlusconiano fondato sull’esempio “affarista e di successo” del capo e delle strutture di potere da lui create, tende a farlo proprio e a uniformarsi ad esso. La metastasi si è ormai prodotta nella società, ed è impossibile arrestarla.

Il genio precoce di Piero Gobetti aveva capito tutto prima degli altri. Aveva colto il radicamento profondo del fascismo e con impietoso acume l’aveva definito “autobiografia della nazione”. Autobiografia della nazione è oggi il berlusconismo imperante. Lo è nei due sensi possibili, pronti ad influenzarsi reciprocamente. Berlusconi stesso e il suo modo di essere sono figli della società italiana e di certo suo affarismo rampante. E d’altra parte la società italiana d’oggi riflette appieno l’immagine berlusconiana e modella su di essa i suoi atteggiamenti e purtroppo anche i suoi valori. E tutti siamo ormai, dopo quindici anni di esposizione al contagio, inevitabilmente affetti da questa sindrome e dal modo di pensare che la caratterizza. Al di là della divisione tra destra e sinistra. Il che è come dire che Berlusconi interpreta quello che siamo e che se lo abbiamo come leader è perché non ci meritiamo di meglio.

Deduzione ben amara, non sbagliata nella logica ma eccessiva nelle conclusioni. Fatalismo impotente che può solo acuire il nostro senso di disagio e la contemporanea, consueta abitudine all’adattamento. Fatalismo a cui è giusto non rassegnarsi.

Anche la microsocietà ebraica ha evidentemente risentito della nuova uniformante atmosfera. Arrivismo, verticismo, tendenza alla marginalizzazione delle minoranze si sono insinuati entro le Comunità italiane, anche entro la nostra. Riformismo “semplificatore”, dirigismo ed efficientismo, personalismo, minor tutela delle mi­no­ranze, minor attenzione a garanzie e contrappesi paiono affacciarsi, forse al di là delle intenzioni degli estensori, dietro alcuni aspetti del progetto di riforma dello Statuto dell’ebraismo italiano. Insomma il piccolo mondo ebraico, che giustamente sempre più si apre alla realtà circostante, non può certo “proteggerci” dalla marea montante. Non possiamo illuderci di chiuderci alle spalle la porta della nostra casa ebraica e di isolarci da problemi che ormai sono an­che interni.

Eppure è ai valori di fondo dell’ebraismo che in quanto ebrei possiamo guardare per trovare ancora qualche margine di autenticità. A quei valori che, nella Torah come nei millenni di storia del popolo ebraico, rappresenta­no la più netta antitesi alla visione del mondo e al coacervo di comportamenti che oggi chiamiamo berlusconismo. L’autenticità ebraica può forse ancora salvarci. Autenticità non come chiusura, certo, ma come resistenza consapevole.

David Sorani