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Obama, l’islam e noi

di Giorgio Gomel

 

Del discorso di Barack Obama all’Università del Cairo non discuterò in dettaglio le opinioni e gli impegni della nuova Amministrazione americana circa il conflitto israelo-palestinese.

Non perché non siano importanti, ovviamente, né perché non rappresentino una rottura significativa rispetto all’immobilismo diplomatico di Bush. Ma perché concordo con Obama, con la sua esplicita asserzione della pari dignità del diritto all’autodeterminazione di israeliani e palestinesi; dell’ urgenza di una soluzione negoziata che contempli la spartizione della terra contesa tra i due popoli in due stati sovrani dai confini riconosciuti e in rapporti di buon vicinato; della necessità di impedire un’ulteriore, dissennata, espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, luoghi di occupazione e di perenne frizione con i palestinesi che frazionano e interrompono il territorio di un futuro stato palestinese, “violando accordi preesistenti e pregiudicando gli sforzi volti a rafforzare la pace”.

Il discorso di Obama non contiene elementi di uno specifico piano di pace degli Stati Uniti, ma sollecita i paesi arabi a dare nuovo impulso all’iniziativa della Lega Araba del 2002 che prefigurava il riconoscimento di Israele da parte del mondo arabo entro i confini pregiugno 1967, con Gerusalemme capitale dei due stati, una soluzione concordata tra le parti della questione dei rifugiati palestinesi del 1948 e una composizione definitiva del conflitto. Inoltre, Obama esorta i palestinesi, pur conscio delle difficoltà immani che vi si frappongono, a formare un governo di unità nazionale in grado di assicurare un minimo di ordine civile e di progresso economico in Cisgior­dania e a Gaza. Circa l’avvio di un’eventuale trattativa con Hamas, riafferma le precondizioni poste dal Quartetto nel 2006, cioè la cessazione della violenza, il riconoscimento del diritto all’esistenza di Israele, l’accet­tazione de­gli accordi siglati da Oslo in avanti tra Israele e ANP.

Anche sui rapporti con l’Iran non ho molto da commentare. Obama è stato piuttosto vago circa i termini di una offerta negoziale della comunità internazionale all’Iran, che contenga incentivi efficaci affinché l’Iran rinunci a pretese egemoniche e al sostegno a movimenti integralisti nella regione. Ma è stato sufficientemente categorico su un punto dirimente, almeno come enunciato di principio. La proliferazione nucleare è un pericolo esiziale per il Medioriente e il mondo. L’Iran, come altre nazioni, può perseguire l’opzione dell’energia nucleare a scopi civili, ma deve attenersi alle regole del Trattato di non proliferazione nucleare e alle conseguenti verifiche ispettive.

Mi piace sottolineare, invece, l’importanza della “filosofia” di Obama sui temi più etico-politici del rapporto tra Occidente e Islam sul piano della democrazia, dei diritti umani, della parità della donna, della libertà religiosa. Una filosofia ispirata al pluralismo, al riconoscimento e rispetto delle differenze di culture, etnie, religioni, che de­ve insegnare qualcosa a noi europei ad appena qualche giorno dall’esito deprimente delle elezioni a 27: un’Europa che appare dominata dal rigetto dello straniero e del diverso, impaurita dal suo trasformarsi in società multietnica, chiusa dall’ossessione della sicurezza e della difesa di un’identità autoctona, se non localistica.

L’incontro tra culture e diversità non è un processo facile perché impone ad individui, gruppi, culture di ripensare la definizione di sé, l’identità. L’identità è un aggregato complesso e multiforme di appartenenze, spesso refrattario ad una definizione univoca. Perché il rapporto tra identità diverse non sia di conflitto e dominio, né improntato a pretese di superiorità ed esclusione, ma dialetticamente fecondo, è necessario che individui o gruppi siano dispo­sti a mettere in dubbio i propri valori ponendoli in rapporto con quelli dell’altro.

Obama ha affrontato dinanzi all’uditorio cairota e al mondo arabo-islamico questo nodo complesso, la tensione tra Occidente e Oriente, America e Islam.

Non ha ceduto alle seduzioni del relativismo più volgare, secondo cui i sistemi di valori sono tutti uguali e indistintamente validi. Vi sono diversità che chiamerei “neutre” - attinenti al modo di vestire, di mangiare, o di comunicare - che non implicano gerarchie di valori. Mi è piaciuto in questo contesto il riferimento alla questione del “velo”, sulla quale si è rifatto alla tradizione del pluralismo culturale anglosassone, opponendosi ai dettami della “laicité” alla francese che ha imposto assolutisticamente il divieto. Ma vi sono diversità relative a valori fondamentali - i diritti umani, la parità tra i sessi, la democrazia, le libertà individuali - che distinguono le società. Determinano in un certo senso una graduatoria fra società “migliori” e “peggiori”.

La mancanza di democrazia è il limite maggiore del mondo arabo-islamico, dominato da regimi burocratico-autoritari e percorso dall’agitazione di movimenti integralisti che raccolgono il consenso di masse depauperate e oppresse da quei regimi. L’estremismo politico e religioso islamista si nutre del risentimento e della frustrazione degli esclusi dalla società. Così trovano consenso, come soccorritori dei poveri e dei disperati, come fornitori di una rete di assistenza sociale alternativa a quella dello stato burocratico, movimenti come Hamas in Palestina o la Jihad islamica in Egitto. Per questo occorre sì annientare politicamente e militarmente il terrorismo integralista che invoca la Jihad, ma bisogna anche comprendere ed estirpare le radici di questo male, attraverso il sostegno al progresso economico-sociale, alla democratizzazione, all’istruzione, alla partecipazione dei giovani e delle donne alla forza lavoro.

Giorgio Gomel