Statuto

 

Nuove proposte

di Anna Segre

 

Di fronte alle proposte di modifiche allo statuto dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane elaborate dall’apposita commissione che saranno discusse nel corso del prossimo congresso UCEI, previsto per l’estate 2010, è lecito chiedersi se, qualora tali proposte fossero approvate, si andrebbe verso un grado maggiore o minore di democrazia.

Non è affatto semplice rispondere a questa domanda: oggi abbiamo un congresso composto da un centinaio di delegati che si riunisce ogni quattro anni e stabilisce gli indirizzi generali dell’UCEI, un consiglio di diciotto membri che esercita una sorta di potere esecutivo (ciascun consigliere si occupa di uno o più ambiti) e una giunta di sei membri che costituisce l’esecutivo vero e proprio. Dunque, se confrontiamo il previsto consiglio con l’attuale con­gresso vediamo una rappresentanza dimezzata, ma se lo confrontiamo con l’attuale consiglio la vediamo addirittura triplicata. Altrettanto si può dire per il previsto consiglio, che appare anch’esso triplicato se lo confrontiamo con l’attuale giunta, di cui avrebbe le competenze.

Al di là dei numeri, oggi abbiamo un congresso molto rappresentativo, con un centinaio di delegati, che produce dopo ampio dibattito tante belle mozioni ma poi non ha nessuno strumento per controllare che tali mozioni siano messe in pratica; sappiamo che in effetti molte restano sulla carta. Può darsi che un consiglio di cinquanta-sessanta membri che si riunisce quattro volte all’anno abbia qualche possibilità di controllo in più; in tal caso si andrebbe verso una maggiore democrazia effettiva.

C’è da chiedersi perché di questo consiglio debbano far parte per forza proprio i presidenti e se non si potrebbe semplicemente prevedere un delegato per comunità; occorre comunque ricordare che già oggi molte riunioni di consiglio sono aperte ai presidenti, quindi non ci troveremmo di fronte ad una completa novità. La presenza nell’attuale congresso di più di un delegato per comunità non garantisce necessariamente la rappresentanza delle minoranze (ci sono state comunità che hanno delegato solo appartenenti alla lista di maggioranza), e quindi tanto vale che si riduca al minimo il numero dei non eletti e si lasci più spazio possibile ai delegati scelti direttamente dagli ebrei italiani.

In sostanza si andrebbe verso una maggiore distinzione tra potere “legislativo”, di indirizzo, e potere esecutivo, e, ancora più chiaramente, verso una distinzione più netta tra maggioranze e opposizioni, secondo il principio per cui chi vince le elezioni governa e chi perde controlla. Fino ad ora, nell’UCEI come nelle singole comunità, si tendeva a ragionare non tanto in termini di liste (e quindi di maggioranze e minoranze) quanto di singoli consiglieri, che cercavano per quanto possibile di lavorare collegialmente. In apparenza è più democratico, perché anche le minoranze hanno la loro piccola fetta di potere, ma in realtà in questo modo manca qualcuno che eserciti una effettiva funzione di controllo, e questo non è affatto un bene per la democrazia.

Il meccanismo previsto per le elezioni sostituirebbe al sistema attuale, in cui si votano le persone, un voto per lista con il sistema proporzionale. Si parla di sbarramenti al 5% di cui personalmente non vedo la necessità, perché il basso numero di candidati eleggibili in ciascuna circoscrizione porta con molta probabilità a soglie di fatto molto più alte di così. Per la verità la pecca dei sistemi elettorali finora in vigore all’Unione e nelle singole comunità non sta nell’eccessiva frammentazione, ma, anzi, nel suo contrario: come ho già avuto modo di rilevare in un precedente articolo, con il sistema attuale, supponendo che un numero significativo (ma, si badi bene, non necessariamente maggioritario) di elettori decida di votare compattamente tutti i candidati di una lista, basta anche un solo voto in più per avere, per esempio nella comunità di Torino, il 70% dei seggi disponibili, mentre la seconda lista riceve il 30% rimanente e tutte le altre restano completamente a bocca asciutta. A Roma l’anno scorso una lista che ha avuto più del 20% dei voti non ha avuto neanche un consigliere: altro che sbarramento al 5%! Insomma, come già avevo rilevato nell’articolo precedente, quando il voto per persona si trasforma in voto per lista diventa profondamente antidemocratico, e quindi tanto vale avere davvero le liste.

L’idea dell’elezione diretta dei presidenti di comunità mi piace poco, ma tuttavia occorre considerare che il presidente si trova molto spesso a dover parlare a nome della comunità senza avere il tempo e la possibilità di consultarsi con altri (pensiamo al caso assai frequente di interviste su giornali, radio e televisione). È una funzione estremamente delicata e perciò non pare illogico che gli iscritti abbiano diritto di sapere chi si troverà a svolgerla. Senza arrivare all’elezione diretta, sarebbe dunque opportuno che ogni lista prima delle elezioni indicasse chiara­mente il nome del proprio candidato alla presidenza.

In conclusione, è tempo di avviare un dibattito su questi temi in vista del congresso, senza inseguire le novità a tutti i costi ma contemporaneamente senza arroccarci nella difesa pregiudiziale dell’esistente e tenendo conto non solo di ciò che dovrebbe essere in teoria ma anche di cosa succede in pratica.

Anna Segre