Israele

 

Il difficile dialogo
La Commissione per i diritti umani in Israele e a Gaza

 di Piero Mercenaro

 

Tra il 9 e il 12 maggio scorso ho guidato una missione della Commissione straordinaria per i Diritti Umani del Senato in Israele e a Gaza.

Credo che sia stata la prima delegazione parlamentare istituzionale - non solo italiana ma europea - ad entrare a Gaza dopo la conclusione dell’operazione “piombo fuso” e l’autorizzazione israeliana è stata incerta fino a poche ore prima della partenza.

La visita si è svolta qualche settimana dopo le elezioni politiche e a pochi giorni dalla formazione del nuovo governo. Negli stessi giorni avveniva la visita in Giordania e in Israele di Papa Benedetto XVI.

Sul mio sito internet www.pietromarcenaro.it chi lo desideri può trovare il rapporto dettagliato della missione. Qui mi limito a riportare, senza alcuna pretesa si sistematicità e di organicità, alcuni punti e alcune osservazioni che almeno per me non erano scontate. Nulla di oggettivo naturalmente: si tratta solo di quello che a me è sembrato di capire.

1. La soluzione “due popoli, due stati” è in via di forte logoramento e il rischio è che, al di là delle dichiarazioni formali, sia gradualmente espunta dal novero delle concrete possibilità di soluzione. Questo non dipende solo dalla posizione politica espressa dalla nuova coalizione che governa Israele, e in particolare dal primo ministro e dal ministro degli esteri, ma da un lato da una sfiducia reciproca crescente che compromette i già esigui margini di dialogo e dall’altro dal fatto che il modo nel quale ormai si configura la realtà degli insediamenti e il vero e proprio ridisegno del territorio che ne consegue rendono difficile immaginare che la parola “stato”, per quanto riguarda la parte palestinese, possa avere il significato che noi usiamo darle.

Devo dire che in questa visita sono stato più colpito e impressionato dalla realtà che ho visto ad Hebron che da quella di Gaza.

A Hebron, dove come è noto sukh arabo e insediamenti dei coloni sono così ravvicinati e quasi sovrapposti gli uni agli altri da costringere a un contatto fisico quotidiano, ho trovato un livello di tensione molto maggiore di quello di Gaza dove, per quanto in una condizione resa quasi impossibile dalle distruzioni e dal blocco, l’omogeneità della comunità residente trasmette una impressione di relativa calma e normalità. Questa affermazione va presa con cautela perché l’altro aspetto della situazione - la lotta tra Hamas e Fatah - è pieno di segni di temporale imminente e molti ritengono che la situazione possa esplodere da un momento all’altro.

In ogni modo, per tornare a Hebron e in generale alla Cisgiordania, la cosa più preoccupante è che - dalle testimonianze che noi abbiamo raccolto dagli ufficiali italiani impegnati nella TIPH (Temporary International Presence in Hebron) è che questa tensione, che dà origine a frequentissimi scontri e che produce in continuazione vittime, è in continua crescita. Un giovanissimo ragazzo palestinese era stato ucciso per errore solo il giorno prima. Da entrambe le parti sono rare le persone, ivi compresi i bambini, non coinvolte in questa spirale di rancori e di rivalse. Contrariamente a quanto spesso si crede - che la crisi economica colpisca soprattutto i paesi ricchi - anche a Ramallah e dintorni la crisi morde e le chiusure di attività e la disoccupazione aumentano. Con la crescita delle persone che avrebbero bisogno di muoversi più liberamente per cercare lavoro e guadagno gli stessi limiti alla mobilità vengono avvertiti come più costrittivi e peggio sopportati.

2. La questione dei coloni - in particolare dopo l’esperienza compiuta a Gaza - appare di difficilissima soluzione. Fatte le proporzioni - come ha e con forza sottolineato Abraham Yeoshua nel corso della nostra conversazione ad Haifa - se l’evacuazione di alcune migliaia di coloni da Gaza ha comportato un tale impiego dell’esercito, allontanare circa 250.000 ebrei israeliani dai territori equivarrebbe a una vera e propria dichiarazione di guerra civile.

La soluzione di un rientro su base incentivata e volontaria o, come scelta alternativa, rimanere negli attuali insediamenti ma sotto la sovranità del nuovo stato palestinese in un contesto di garanzie e protezioni internazionali che pure ha visto crescere negli ultimi mesi i suoi sostenitori sembra ancora, per tante e diverse ragioni, molto lontana.

3. Quasi nessuno dei tanti nostri interlocutori ha sostenuto che data la natura e il programma elettorale dell’attuale coalizione di governo è inutile sforzarsi di cercare la pace. Per quanto le cose siano così difficili, la drammaticità della situazione è così vivamente percepita che nessuno si azzarda a sostenere che la pace possa aspettare i tempi lunghi di nuove elezioni, nuovi governi, nuovi leaders. Qualcuno ricorda il vecchio adagio che sono i governi di destra quelli che hanno più chances di concludere la pace e ricordano i tanti esempi in Israele e fuori. Anche se nessuno dimentica che fu un leader laburista come Rabin a raggiungere l’intesa a Oslo. Mi ha molto colpito a questo proposito la posizione di Haim Oron, il leader di Meretz, completamente impegnato a rassicurare Bibi Netanyhau sul sostegno incondizionato sul quale potrebbe contare per una politica di pace.

4. Un discorso più lungo e complesso, che non ho qui spazio di fare, meriterebbe l’analisi del rapporto tra Fatah e Hamas. Come è ovvio ciò comporterebbe anche parlare di Iran, Siria, Egitto ma anche Arabia Saudita. Soprattutto a Gaza sia negli incontri con gli imprenditori sia con i difensori dei diritti umani io ho avuto l’impressione che ci siano forze che cominciano a non sentirsi più rappresentate in questa coppia dialettica e che sono coscienti degli effetti distruttivi che queste forze, con le loro differenze, stanno producendo. All’ospedale di Gaza si poteva fisicamente percepire come questa violenta rivalità tra Fatah e Hamas - in un contesto nel quale già il blocco israeliano riduce al minimo le cure disponibili - si ripercuota direttamente sulla pelle dei malati, adulti e bambini.


Sen. Pietro Marcenaro

Presidente della Commissione straordinaria del Senato per i Diritti Umani