Israele

 

È il tono che fa la musica!

di Israel De Benedetti

 

Il discorso di Obama al Cairo, e in genere le sue varie dichiarazioni in questa tournée nel mondo, hanno suscitato come era prevedibile reazioni diverse in Israele.

Netanyahu ha scelto di diramare una dichiarazione molto blanda in cui si riafferma la volontà del suo governo di arrivare a una pace con il mondo arabo e in primis i palestinesi, senza citare né i due stati né la eventualità di bloccare le costruzioni negli insediamenti. Alcuni dei suoi parlamentari sono stati più espliciti e hanno espresso in pubblico la loro disapprovazione per le parole del Presidente, rimarcando quanto poco abbia dedicato nelle sue parole al pericolo atomico dell’Iran e abbia anzi accennato a contatti e trattative con il governo di Teheran. C’è perfino chi ha detto che in questa sua apertura verso il mondo islamico Obama ha rafforzato la posizione degli estremisti arabi, tipo Hezbollah, e questo alla vigilia delle elezioni in Libano, a danno dei moderati. In effetti alle elezioni hanno vinto proprio i moderati, e la loro vittoria è stata accolta con soddisfazione in Israele.

Interessante il fatto che Lieberman e chi per lui si sono dimostrati ancora più cauti esprimendo soddisfazione in linea di massima per le parole del Presidente. Mi sembra di aver già accennato su queste colonne quanto Lieberman sia forte nel rilasciare dichiarazioni roboanti, per poi accettare sul piano pratico il compromesso.

I commentatori più seri hanno rilevato che nelle parole del Presidente non c’è niente di nuovo: da tempo le persone benpensanti tra i palestinesi e gli israeliani si sono resi conto che il principio dei due stati per due popoli, il blocco degli insediamenti e in parallelo la fine del terrorismo sono la sola soluzione possibile del conflitto che va avanti da anni. Questo le varie amministrazioni americane vanno sostenendo fin dalla formulazione della Road Map. Quello che è cambiato (per lo meno così sembra) è il tono: questa volta gli americani vogliono fare sul serio, vogliono fare pressioni sulle due parti perché si decidano finalmente a sedere al tavolo della trattativa. Bush a suo tempo aveva rilasciato dichiarazioni non molto diverse, che erano però cadute nel vuoto, anche se di tanto in tanto la Condoleeza Rice si lamentava per il mancato smantellamento degli insediamenti illegali.

Ora sembra che per lo meno Barak, il ministro della difesa, intenda fare sul serio con gli insediamenti illegali e ne ha già fatti sgomberare un paio, dimenticandosi però di dichiarare il territorio sgomberato “zona militare” (cosa che viene fatta regolarmente quando manifestanti della sinistra israeliana vogliono fare dimostrazioni al di là della linea verde). In questo modo i “ragazzi delle colline” con l’appoggio di una parte del rabbinato ultra nazionalista dopo 24 ore ricostruiscono l’insediamento.

In generale la destra, soprattutto quella che non è al governo, prende molto sul serio le parole del Presidente e dichiara di voler organizzare dimostrazioni in tutto il paese contro gli americani e soprattutto contro la linea a loro parere ambigua del governo. Finalmente Israele ha un governo tutto di destra, come mai questo governo non esce in guerra aperta contro Obama? Israele non ha bisogno e non vuole una pace, Israele vuole tutti i territori tra il Giordano e il mare. Queste non sono solo le grida inconsulte dei “ragazzi delle colline”, ma parole di rabbini con tanto di carisma.

Commentatori autorevoli ritengono che le paure di Netanyahu siano esagerate: non è vero, secondo loro, che se accettasse almeno in linea di massima le proposte di Obama il suo governo si sfascerebbe. Bibi ha abbastanza prestigio (come Beghin a suo tempo) per imporre ai suoi il riconoscimento della soluzione dei due stati. Il blocco degli insediamenti (se si farà, cosa molto dubbia) provocherà certo disordini, ma Sharon ha dimostrato a suo tempo che se il governo è ben deciso a mantenere l’ordine, i coloni possono essere contenuti.

Presto tornerà in Israele Mitchell, l’incaricato americano per le trattative: sarà portatore di una precisa volontà di Obama di iniziare il percorso per la pace, o si limiterà a cercare di ammansire Netanyahu? E quale indicazione si può trarre dalle elezioni in Libano ?

Ieri, all’Università di Bar Ilan, il premier israeliano ha espresso per la prima volta l’indirizzo politico del suo governo, ha in sostanza fornito una risposta ufficiale al discorso di Obama al Cairo. Ancora una volta si è dato un colpo al cerchio e uno alla botte. Bibi, più o meno palesemente, ha confermato la volontà del suo governo di rispettare la Road Map e quindi di riconoscere la soluzione dei due stati per i due popoli (Obama ha così potuto tranquillizzarsi), dopo di che ha specificato (a favore della sua coalizione) tutto quello che non ci sarà nello stato palestinese: niente esercito, niente spazio aereo, nessuna possibilità di firmare patti con altri stati e tanti altri niente. Bisognerà ora vedere quale sarà la reazione di Obama e se veramente la sua amministrazione sarà pronta ad imporsi perché si avviino trattative serie (senza condizioni preliminari) tra le due parti.

A noi non resta che aspettare e sperare.

Israel De Benedetti