Ginzburg

 

Il cortese mestatore dello spirito
Ricordando Leone Ginzburg

di Claudio Vercelli

 

A rileggerne il denso ritratto che ne fece Norberto Bobbio, nell’introduzione ai suoi “Scritti”, provvidenzialmente raccolti dalla casa editrice Einaudi una prima volta nel 1964 e ristampati nel 2000, quasi sorge un po’ di reverenziale timore. Così lo definisce l’illustre filosofo e politologo torinese, in pagine dense di ricordi: “tra i compagni, Ginzburg godeva di particolare prestigio non solo culturale ma anche morale. La sua sicurezza era frutto non soltanto di una cultura più ampia e più solida, più agguerrita di fronte alle tentazioni della buona figura a buon mercato, ma anche di una consapevolezza del proprio compito, già pienamente conquistata nell’età dei conflitti, delle lacerazioni, dei cedimenti”. Seguono poi, per parte di Bobbio, altre considerazioni, tante per la verità, assai poco proclivi al malinconico e struggente memento al quale a volte ci si abbandona ripensando agli anni della gioventù; semmai, piuttosto, molto orientate a ricostruire l’humus morale e civile in cui maturò una generazione senza padri ma che avrebbe avuto figli e nipoti, quella dell’antifascismo torinese. Di quest’ultimo, peraltro, Leone Ginzburg, “fanciullo di precocità eccezionale”, come ebbe affettuosamente ad elogiarlo Alessandro Galante Garrone, fu esponente di primo piano, calamitando nella sua giovane figura, sospesa tra un freddo rigore interiore e uno spontaneo nonché caloroso affetto, lo spirito di un gruppo di coetanei che avevano condiviso le aule delle regie scuole, a partire dal Liceo D’Azeglio prima di finire, in più casi, nelle celle delle patrie galere. Queste ultime furono per Ginzburg fatali quando, nei mesi della tragica occupazione tedesca di Roma, vi fu di nuovo trattenuto, dopo una prima “villeggiatura” offertagli dal regime fascista tra il 1934 e il 1936. Leone visse per soli trentacinque primavere, dal 1909, anno in cui nacque ad Odessa per poi trasferirsi quasi subito in Italia, fino ai primi giorni del febbraio del 1944, quando perì a seguito delle efferate torture alle quali le canaglie nazifasciste lo avevano sottoposto nel carcere di Regina Coeli, dove era detenuto già dal novembre dell’anno precedente, arrestato insieme ad altri collaboratori e dipendenti della sede romana della casa editrice Einaudi. E l’Einaudi fu, insieme alle sezioni B e A del D’Azeglio, l’altra fucina di una intellettualità – altrimenti poi conosciuta come la “confraternita” – che dovette fare i conti da sé, quindi in piena, giovanile solitudine, con quel fascismo gobettianamente inteso come “autobiografia della nazione”. Non quindi male transitorio, non regime impostosi con la sola forza bensì album di famiglia per più aspetti, laddove il tracollo morale e civile delle élite liberali, che aveva aperto la porta alle camicie nere, si era coniugato al cinismo, all’autoindulgenza, alla mancanza di autonomia delle classi subalterne, precipitosamente scagliate dalla Grande guerra sull’agone della storia e ivi immediatamente accasermate nelle logiche del mussolinismo: una sinuosa spirale nazionalizzante per una collettività incapace di pensarsi come soggetto indipendente, quindi alla ricerca di un capo. In questa tumultuosa congerie Ginzburg recuperò e porto a sé per l’appunto lo spirito gobettiano, espressione di quel “prodigioso giovinetto” come ebbe a definirlo, ancora una volta, Bobbio, che aveva appena avuto il tempo di muovere i suoi primi passi per poi essere stroncato dai manganelli fascisti. Più che un metodo di lavoro si trattava di una naturale disposizione ad un lavoro culturale inteso come totalità nella propria esistenza. Poiché sia in Gobetti che in Ginzburg la politica culturale generava una cultura della politica e non viceversa. Dal confrontarsi con il novero dei quesiti, molto spesso radicali e come tali ineludibili, che nascevano dall’interrogazione intellettuale, germinava il riscontro che nessuna attività culturale potesse prescindere dalla sua dimensione sociale e, quindi, ineluttabilmente politica. In questo, partendo dalla lezione del maestro di una generazione di “dazeglini”, il crociano Augusto Monti, i medesimi si differenziavano dal filosofo partenopeo traducendone l’idealismo filosofico in idealità dell’azione politica. Generosa quest’ultima, come generoso fu il sacrificio di molti di loro. Un altro uomo, in quegli anni fatali, il decennio del Trenta, quando si trapassò dall’antifascismo aventiniano a quello dei campi di battaglia, di cui la guerra di Spagna fu punto di partenza e di arrivo, si stava adoperando a dare forma ad una nuova concezione della politica. Si trattava di Antonio Gramsci, anch’egli torinese di acquisizione, che dal carcere, attraverso quelli che noi avremmo poi conosciuto come i suoi “Quaderni”, formulava ipotesi strategiche sulla natura dell’“egemonia” culturale da costruire e sull’occorrenza di “guerre di movimento”, necessitanti per contrastare l’epocalità dei fascismi. Sette anni distanziano la morte del cagliaritano da quella dell’odessita. In quei sette anni una intera epoca tramontò non meno di quanto una nuova coscienza andasse maturando. Al sangue dei singoli sarebbe subentrato il “sangue d’Europa”. Da lì parte la nostra storia, che è fatta di continuità come di rotture. Fertili le seconde nella misura in cui sono i solchi nel vivo corpo delle prime. Leone ci racconta anche di questo, figura di crocevia, soggetto di raccordo in una libera Europa che andava configurandosi di contro al “nuovo ordine europeo” di matrice razziale e nazionalista di Hitler e Mussolini.

 Claudio Vercelli